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Il Pesce nr. 4, 2000

Rubrica: La pagina scientifica
Articolo di Natale G.
(Articolo di pagina 84)

Mediterraneo: un ecosistema a rischio

La prevenzione dell'inquinamento marino. Le aree protette e i parchi. Un possibile equilibrio tra sfruttamento delle risorse e rispetto della natura

Il Mare Mediterraneo, compreso fra l’Europa, l’Asia minore e l’Africa, ha una superficie di 2.516.000 kmq, otto volte quella dell’Italia. È un mare piccolo, quasi chiuso, se si considera che le uniche vie di comunicazione sono date dallo Stretto di Gibilterra con l’Oceano Atlantico, dal Canale di Suez con il Mar Rosso e dal Mar Nero attraverso lo Stretto dei Dardanelli e del Bosforo.

Esso è soggetto a un ciclo idrologico abbastanza semplice caratterizzato da una evaporazione (4.144 kmc al giorno) che supera di molto l’apporto delle precipitazioni (24,11%) e l’afflusso di acque dei fiumi (5,56%) e del Mar Nero (3,68%) per cui il deficit idrico è compensato con l’ingresso di acqua atlantica (66,65%) dallo Stretto di Gibilterra. Per questo fatto il ricambio idrico del Mediterraneo risulta molto lento e si completa nell’ordine di circa cento anni. Tuttavia esso riveste un’importanza ecologica eccezionale se si considera che influenza fortemente il clima e quindi il ciclo idrologico, la vegetazione, la fauna di ben 34 paesi, tra cui l’Italia, la Francia meridionale, la Grecia, la Spagna, la Siria, la Turchia, i paesi del Magreb.

Nei paesi che circolano il Mare Mediterraneo, secondo la Fao (1959) nel 1936 viveva una popolazione residente di circa 136 milioni di abitanti, che sale a 355 milioni se si considerano i bacini fluviali tributari del Mediterraneo a cui si devono aggiungere, nel periodo estivo, almeno 150 milioni di arrivi turistici. Secondo stime prudenti dell’Omt (Organizzazione mondiale del turismo) questa cifra è destinata a raddoppiare nei prossimi dieci anni. Questi arrivi si distribuiscono attualmente sulle coste di tutti i paesi mediterranei con una netta prominenza per i mercati leader come Italia, Francia, Spagna, ma con un ritmo elevato di crescita anche nei paesi emergenti tra cui Grecia, Egitto, Turchia, Cipro, Malta, Marocco, Tunisia, Israele.

Secondo l’Unep l’85% degli scarichi fognari di 120 città costiere viene immesso nel Mediterraneo senza un’adeguata depurazione. Il 24% delle spiagge mediterranee risulta pericoloso per la balneazione. Secondo le previsioni sullo sviluppo socio-economico del bacino del Mediterraneo, prendendo come base di valutazione le tendenze dei precedenti trent’anni, nel 1984 l’Unep prevedeva che nei successivi quarant’anni il 95% delle coste sarà urbanizzato.

Già ora abbiamo in vari paesi zone con carico urbano litoraneo molto elevato come ad esempio in Liguria, ove su 211 km di spiagge presenti 114 km sono occupati da opere marittime (540 m ogni 1.000 m di spiaggia). In zone come Chiavari e Lavagna, l’indice di occupazione sale a 900 m di spiaggia (Cortemiglia 1991). Una situazione simile a quella della Liguria si trova in altre zone litoranee di diversi paesi mediterranei.

Inoltre il bacino del Mediterraneo è sede di un’intensa attività di pesca. Se si analizzano i dati elaborati dalla Fao si nota che il pescato è in costante aumento. Infatti il pescato nel 1984 si aggirava intorno ai 4.650.000 t/anno con un incremento del 3,1%. Nel 1986 si era raggiunto un valore di 4.800.000 t/anno con un ulteriore incremento del 3,6%. I dati degli ultimi anni (1990-94) registrano invece una flessione dovuta a diverse cause fra cui la principale potrebbe essere il sovrasfruttamento delle risorse ittiche. Per quanto riguarda la marinicoltura, il nostro paese, con oltre 8.000 km di coste e circa 150.000 ettari di stagni costieri e lagune, ha raggiunto nel 1994 una produzione complessivamente di 159.000 tonnellate (poco più del 10% del totale fabbisogno nazionale di prodotti ittici), ma in tale quantitativo sono comprese 120.000 t di cozze, 29.000 di vongole, 2.850 di spigola, 1.850 di orata, 3.000 di anguilla e 2.900 di cefali.

Un altro aspetto rilevante è dato dal traffico marittimo costituito in gran parte dal trasporto di prodotti petroliferi. Basta infatti considerare che nelle acque del Mar Mediterraneo transita il 20% del traffico mondiale di petrolio. Nei principali porti petroliferi italiani transitano ogni anno qualcosa come 200 milioni di tonnellate di greggio destinate anche a paesi d’oltralpe. Infatti, secondo i dati rilevati negli ultimi dieci anni dalla US National Academy of Sciences, il petrolio che attraversa o viene sbarcato nel bacino del Mediterraneo è valutabile in 600-800 milioni di t/anno pari a circa il 30-40% della quantità trasportata per mare a livello mondiale. Secondo quattro fonti diverse (Smith 1975 e Houlin 1975; US National Academy of Science 1975; Ray 1980; National Researce Councilin 1985) si evidenzia che in tutta la quantità di idrocarburi liquidi che viene attualmente riversata in mare, su scala mondiale, soltanto una piccolissima quantità (da 1,3 a 3,75%) è da imputarsi all’attività petrolifera off-shore mentre la quasi totalità è dovuta alla navigazione (35-45%) e agli scarichi industriali e urbani (33-44%).

Poco risalto, invece, si dà a un danno da inquinamento ambientale ben maggiore: l’eccesso di concimi chimici e di pesticidi portati dai fiumi ai mari. In tutto il mondo, per ottenere dall’agricoltura quanti raccolti sia possibile, si eccede nell’uso di prodotti utili (forse) alla terra, mortali (di certo) per il mare. Prodotti che, avvelenandole, inaridiscono le distese sottomarine di posidonia oceanica nel Mediterraneo.

Si calcola che i vegetali acquatici sia dei mari che delle acque dolci producano circa il 70% dell’ossigeno atmosferico, ma ciò è sempre più ostacolato dagli inquinamenti di vario genere che concorrono a sopprimere la vegetazione per intossicazione diretta e a impedire gli scambi gassosi aria/acqua frapponendo un velo isolante di idrocarburi.

Di fronte a questa situazione preoccupante sono pochissimi gli studi di ecologia applicata tesi per studiare in modo olistico i diversi fenomeni di alterazione, quantificandone l’entità e individuandone le molteplici cause.

La difesa del mare è stata a lungo un sogno di scienziati e ambientalisti. Era difficile parlare di queste cose mentre venivano perpetrate le più selvagge aggressioni degli spazi costieri che si ricordano nella storia.O mentre la tutela delle acque era limitata ai meri aspetti igienico-sanitari.

Nel 1995 si sono poste le basi, con la rivisitazione del Piano d’azione del Mediterraneo (Map) del Programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep), dopo un lungo e difficile processo politico, per un nuovo processo di cooperazione e di collaborazione tra i paesi dell’area mediterranea con l’obiettivo di ridurre i fenomeni di alterazione e salvaguardare le risorse biologiche del bacino.

 

Le aree naturali protette marine: criteri di istituzione e gestione

In Italia la gestione e la tutela della fascia costiera è regolata dalla legge 17 febbraio 1982 n. 41 "Piano per la razionalizzazione e lo sviluppo della pesca marittima" e dalla legge 31 dicembre 1982 n. 979 "Disposizione per la difesa del mare".

Una sezione rilevante della legge 979/82 riguarda le riserve marine. Con tale termine si fa riferimento a zone di mare che, per le loro peculiari caratteristiche morfologiche, oceanografiche e biologiche, sono meritevoli di tutela e gestione. Questa materia, ripresa, anche se con poche modifiche, nel 1991 dalla legge quadro sulle aree protette, si ispira a criteri e principi mutuati dalla teoria e dalla pratica dei parchi terrestri.

In base alla legge 979/82 sono state istituite o sono in fase di istituzione varie riserve marine.

In particolare l’art. 25 della citata legge afferma che le riserve naturali marine sono costituite da ambienti marini, dati dalle acque, dai fondali e dai tratti di costa prospicienti, che presentano un rilevante interesse per le caratteristiche naturali, geomorfologiche, fisiche e biochimiche con particolare riguardo alla flora e alla fauna marina e costiera e per l’importanza scientifica, ecologica, culturale, educativa ed economica che rivestono.

La localizzazione di una riserva o di un parco marino avviene dopo attenti studi sulla fauna, la flora, la geomorfologia, la presenza di endemismi particolari, la posizione, ecc.

La Consulta per la Difesa del Mare, l’organo consultivo dell’Ispettorato per la Difesa del Mare cui spetta per legge l’individuazione e l’istruttoria per l’istituzione delle aree marine protette in base all’art. 26 della legge 979/82, accerta:

a) la situazione naturale dei luoghi e la superficie da proteggere;

b) i fini scientifici, ecologici, culturali, educativi, minerari ed economici con cui va coordinata la protezione dell’area;

c) i programmi eventuali di studio e ricerca, nonché di valorizzazione dell’area;

d) i riflessi della protezione nei rapporti con la navigazione marittima e le attività di sfruttamento economico del mare e del demanio marittimo;

e) gli effetti che prevedibilmente deriveranno dall’istituzione della riserva marina sull’ambiente marino e costiero, nonché sull’assetto economico e sociale del territorio e delle popolazioni interessate;

f) il piano dei vincoli e delle misure di protezione e valorizzazione ritenuti necessari per l’attuazione delle finalità della riserva marina.

Dopo un’attenta istruttoria delibera in merito.

Successivamente il Ministro dell’Ambiente ai sensi dell’art. 18 della legge 394/91, d’intesa con il Ministro del Tesoro e in attuazione del programma triennale di cui all’art. 4, emette il decreto che istituisce formalmente la riserva, indicandone la denominazione, le finalità, la perimetrazione, le attività vietate e consentite, l’individuazione di aree a differente grado di protezione, gli enti di gestione e vigilanza e i mezzi finanziari per far fronte ai costi di gestione.

L’art. 31 della legge 979/82 individua 20 aree marine meritevoli di tutela; di queste, sette (Miramare, Uscita, Ciclopi, Egadi, Tremiti, Capo Rizzuto e Torre Guaceto) sono state istituite con decreto del Ministro dell’Ambiente di concerto con il Ministro della Marina mercantile e sei (Porto Cesareo, Penisola del Sinis — Isola Mal di Ventre, Punta Campanella, Tavolara Punta Codacavallo, Cinque Terre, Isole di Ventotene e S. Stefano) con decreto del Ministro dell’Ambiente, per una superficie protetta di 157.697,80 ha pari a 45,928 miglia marine al quadrato.

Le riserve marine di Ustica, Penisola del Sinis — Mal di Ventre, Isole Tremiti, Miramare e Capo Rizzuto sono gestite rispettivamente dal comune di Ustica, dal comune di Cabras, dal Parco Nazionale del Gargano, dal Wwf e dalla provincia di Crotone; Torre Guaceto, Capo Rizzuto, Egadi e Ciclopi sono gestite dalle capitanerie di porto.

Sono state ultimate le istruttorie relative alle aree naturali marine del Golfo di Portofino, Capo Carbonara e le isole di Ponza, Palmarola e Zannone, nell’ambito dell’Arcipelago Pontino.

Sono invece in corso di valutazione da parte della II sezione della Consulta per la Difesa del Mare le seguenti riserve marine:

— Isole Pelagie,

— Golfo di Orosei — Capo Montesantu,

— Secche della Meloria (Arcipelago Toscano),

— Isole Eolie.

Per le riserve marine di Capo Caccia — Isola Piana e Capo Gallo la Consulta per la Difesa del Mare ha richiesto un’integrazione degli studi.

La legge 6 dicembre 1991 n. 394, legge quadro sulle aree protette, detta una disciplina di carattere generale sulle aree marine protette, lasciando in vigore le disposizioni del titolo V della legge 979/82, purché non siano in contrasto con le disposizioni della stessa legge 394/91.

L’istituzione di un’area marina protetta è la fase conclusiva di un lungo iter procedimentale che inizia con l’individuazione da parte del Parlamento delle cosiddette "aree di reperimento", cioè delle aree che hanno per le loro caratteristiche la vocazione a diventare aree protette.

L’art. 36 della legge 394/91 prevede che possono essere istituiti parchi marini o riserve marine nelle seguenti aree:

— Isola Gallinara,

— Monti dell’Uccellina — Formiche di Grosseto — Foce dell’Ombrone — Talamone,

— Secche di Torpaterno,

— Penisola della Campanella — Isola di Capri,

— Costa degli Infreschi confinante con il PN del Cilento e Vallo di Diano,

— Costa di Maratea,

— Penisola Salentina (Grotte Zinzulusa e Romanelli),

— Costa del Monte Conero,

— Isola di Pantelleria,

— Promontorio Monte Cofano — Golfo di Custonaci,

— Acicastello — Le Grotte,

— Arcipelago de La Maddalena (isole e isolotti compresi nel territorio del comune di La Maddalena) facente parte del PN dell’Arcipelago de La Maddalena,

— Capo Spartivento — Capo Teulada,

— Capo Testa — Punta Falcone,

— Santa Maria di Castellabate confinante con il PN del Cilento e Vallo di Diano,

— Monte di Scauri,

— Monte a Capo Gallo — Isola Fuori o delle Femmine,

— Parco Marino del Piceno,

— Isole di Ischia, Vivara e Procida, area marina protetta integrata denominata "Regno di Nettuno",

— Isola di Bergeggi,

— Stagnone di Marsala,

— Capo Passero,

— Pantani di Vindicari,

— Isola di S. Pietro,

— Isola dell’Asinara,

— Capo Carbonara.

L’art. 4 della recente legge 8 ottobre 1997 n. 344 ha istituito il Parco marino di "Torre del Cerano".

Attualmente esistono nel mondo circa 3.000 aree marine protette di vario tipo: parchi, riserve, oasi, santuari, zone di tutela biologica, aree pelagiche e riserve biogenetiche, parte delle quali comprendente anche la fascia costiera terrestre.

Numerosi sono i parchi marini nel Mediterraneo: quelli francesi (Port Cros, Banyuls, Scandola, Lavezzi), quelli spagnoli (Isole Medes, Tabarca, Columbretes), quelli greci (Zacinto, Sporadi settentrionali), quelli croati (Lokrum, Maloston), quello di Zembra in Tunisia, per citare i più noti.

Tutti hanno come principale obiettivo la conservazione e la tutela di aree di particolare interesse naturalistico esercitando nel contempo un controllo sulla situazione ecologica. Pertanto queste riserve sono dotate di laboratori adeguati e di efficaci mezzi di rilevamento e di studio sì da farne dei veri centri di difesa del mare con una loro specifica funzione operativa, scientifica e culturale.

In Grecia sono stati istituiti, in base a una specifica legge del 1986, parchi marini mirati prevalentemente alla protezione della foca monaca e delle tartarughe marine. Eccellenti risultati sono stati ottenuti nei parchi di Zacinto e delle Sporadi settentrionali dove vivono numerose coppie di foche.

Oltre ad avere una funzione di tutela e conservazione ambientale il parco marino è un efficace strumento di sviluppo per nuove attività economiche che possono essere di tipo:

culturale: per il significato di elevazione che la natura protetta irradia sull’uomo che ne gode;

sociale: per la possibilità di un sano impiego del tempo libero;

igienico-sanitario: per la salute derivante dalle attività ricreative e per la tutela di zone non inquinate;

urbanistico: per il valore di esempio, modello e fattore di riequilibrio sull’assetto territoriale di un paese civile;

scientifico: per il campo illimitato aperto all’indagine, sperimentazione, osservazione, alla ricerca di base o applicata;

educativo: per il riflesso formativo e informativo a favore soprattutto dei giovani;

di tutela del patrimonio naturale, a vantaggio delle generazioni future;

economico: per l’incremento del patrimonio ittico delle zone di pesca circostanti (con la difesa delle aree di riproduzione); per la formazione di nuove fonti di reddito grazie all’aumento delle risorse pescabili; per il più intenso afflusso turistico, per l’insorgere di nuovi posti di lavoro; per il plusvalore delle zone circostanti prive di vincoli; per l’attuazione delle infrastrutture e opere secondarie di nuova progettazione o di ripristino sia architettonico sia naturalistico.

Un esempio è il parco delle isole Medes sulla Costa Brava in Spagna la cui istituzione ha determinato nel giro di pochi anni un eccezionale sviluppo economico dell’area fino a non molto tempo fa di scarso interesse turistico.

Situazioni analoghe si sono verificate per l’Isola di Tabarca sulle coste di Alicante e Lavezzi in Corsica.

 

Elementi per un sistema di tutela

Quando saranno tutte a regime, le 47 aree naturali protette marine individuate dalle leggi 979/82, 394/91 e 344/97 costituiranno una costellazione di ecosistemi marini rappresentativi, principalmente, del Mediterraneo centrale. Nel frattempo ci sono strumenti che possono fornire delle scorciatoie per raggiungere, almeno in parte, gli obiettivi che si perseguono attraverso le aree naturali protette marine.

La legge 14 luglio 1965 n. 936, concernente la disciplina della pesca marittima, prevede la possibilità di istituire zone di tutela biologica nelle quali la tutela stessa è principalmente indirizzata al mantenimento o al ripristino delle risorse di pesca. Anche se, almeno in apparenza, il percorso burocratico è semplice, solo pochissime di queste zone sono state istituite e nessuno sa quali risultati abbiano dato. L’azione amministrativa è in capo al Ministero delle Politiche agricole, Direzione generale della Pesca e dell’Acquacoltura e sarebbe interessante iniziare un discorso comune, anche con il concorso dei pescatori e delle loro associazioni, che potrebbe anche comprendere aspetti della gestione integrata delle risorse costiere.

Lo scopo principale dovrebbe essere quello di coinvolgere le comunità di pescatori, che potrebbero essere le più penalizzate della costituzione dell’area protetta marina, nel definire una politica di razionalizzazione e anche potenziamento dell’attività di pesca e di agevolare processi di riconversione affidando ai pescatori i nuovi lavori che l’istituzione dell’area protetta marina potrà realizzare.

Un’altra possibilità è quella delle "oasi blu". Un ente pubblico, un’associazione ambientalista o un qualunque soggetto che ne faccia richiesta può ottenere una concessione demaniale di uno specchio di mare, per finalità di tutela e protezione dell’ambiente marino. Il demanio marittimo è oggi in capo al Ministero dei Trasporti il quale si avvale delle competenti capitanerie di porto.

Ci sono quattro "oasi blu" (Gianola, Monte Orlando, Villa di Tiberio e Scogli Isca), tutte gestite dal Wwf che ne cura anche la sorveglianza e la fruizione.

Sta nascendo infine una nuova forma di area marina protetta che è il "santuario", sotto la forma concreta del Santuario internazionale per i Cetacei del Mar Ligure (ispirato a una proposta dell’Istituto Tethys), oggetto di una dichiarazione di Italia, Francia e Principato di Monaco siglata nel 1993 e attualmente in fase di negoziazione.

L’estensione (70.000 kmq tra Liguria, Costa Azzurra, Corsica e Sardegna) del "santuario", così come proposta dal Ministero dell’Ambiente è supportata anche dalla presenza all’interno della perimetrazione di due parchi nazionali di recente istituzione: PN dell’Arcipelago de La Maddalena e PN dell’Arcipelago Toscano.

La nozione di "santuario", in questo caso, riguarda uno strumento di tutela e gestione di un ambiente pelagico in acque internazionali.

Il bacino corso-liguro-provenzale è una delle regioni del Mediterraneo dove la presenza dei cetacei (otto specie) è più consistente, tanto sotto il profilo della quantità di esemplari quanto sotto quello della diversità della specie. Tale affermazione è oggi suffragata da una quantità di ricerche.

Considerando solo le specie frequenti e quelle regolari, il bacino corso-liguro-provenzale presenta un’importanza capitale per la loro alimentazione, per la loro riproduzione e per il loro svernamento.

Le caratteristiche ecologiche della zona considerata spiegano i motivi della sua ricchezza e giustificano l’adozione di misure di conservazione in situ dei cetacei e del loro habitat.

 

Cosa resta da fare

Nel nostro paese, nonostante l’impegno profuso del Ministero dell’Ambiente per la realizzazione di parchi e riserve marine, i risultati ottenuti sono stati scarsi. Infatti allo stato attuale solo due riserve sono state compiutamente realizzate (Golfo di Miramare e Isola di Ustica), tutte le altre stentano a decollare o comunque non possono essere considerate pienamente funzionanti, a parte i divieti che spesso non hanno alcun riscontro scientifico.

Questo bilancio appare modesto se si trascurano le difficoltà di ordine tecnico, amministrativo e pratico, che si frappongono a rapide realizzazioni.

La causa principale risiede soprattutto nella mancanza di un’articolata conoscenza scientifica del territorio. Infatti la conoscenza dell’area è sufficiente garanzia per evitare errori di valutazione e per avere valide argomentazioni necessarie per risolvere i conflitti fra le amministrazioni, le varie categorie produttive e le associazioni ambientaliste.

Un’altra causa non meno importante che si riscontra in Italia nei riguardi della conservazione e della gestione di aree di particolare interesse naturalistico è la carenza di figure professionali qualificate nelle varie discipline scientifiche che siano in grado di affiancare gli operatori ambientali nel compito di trasferire i risultati della ricerca scientifica in interventi sul territorio da realizzare in base a scelte politiche e amministrative.

Le positive esperienze dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo nel campo della conservazione e gestione della fascia costiera sono dovute a un’elevata e specifica professionalità tecnica, ottenuta attraverso le università e gli istituti di ricerca specializzati.

In Italia, pur avendosi un’ottima ricerca scientifica nel campo dell’ecologia, si registra spesso una carenza di personale specializzato che sia in grado di affrontare in maniera corretta e soddisfacente i problemi di natura gestionale e tecnica.

Le leggi 979/82 e 394/91 hanno avuto il grosso merito di iniziare un discorso organico sulla protezione marina in Italia, tuttavia dovrebbe seguire ad esse lo studio delle modifiche che consentano una immediata attuazione e il miglioramento della gestione delle future riserve.

Gli strumenti scientifici attraverso i quali progettiamo e gestiamo le riserve marine debbono essere rivisti, onde superare la "logica urbanistica" che definisce zone e vincoli.

Dovremmo immaginare strumenti di tutela più flessibili, capaci di generare efficaci protezioni a basso costo e con procedure snelle.

Per poter raggiungere tale obiettivo è necessario realizzare un nuovo modello di assistenza alla progettazione (e al reperimento di fondi) della gestione e delle relative infrastrutture a favore delle amministrazioni locali che si impegnano nelle riserve marine e che ricevono la delega di amministrarle.

Le aree protette marine tendono, per impulso del Ministero dell’Ambiente, progressivamente a crescere. Nel contempo da tutti è riconosciuto che i fondi stanziati per la loro gestione sono assolutamente insufficienti. In particolare si deve dare risposta a uno degli aspetti che spesso hanno ostacolato la realizzazione dell’area protetta marina, in quanto sovente è stata interpretata come blocco o limitazione delle attività economiche esistenti, in particolare quelle inerenti la pesca, provocando conflitti sociali.

Il confronto realizzato, anche per il fattivo contributo dato dalle associazioni di categoria, ha portato a superare tali deformazioni interpretative, alimentato in alcuni casi da logiche puramente conservative della difesa ambientale che non tenevano in alcun conto il diritto al lavoro e conseguentemente l’equilibrio tra le attività umane e la salvaguardia ambientale.

Nelle aree naturali protette marine si può perseguire il massimo sviluppo compatibile con una politica positiva che dia gradualmente risposte ai bisogni esistenti, in particolare la garanzia del lavoro.

Gabriella Natale

 

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