Edizioni Pubblicità Italia

Il Pesce nr. 4, 2000

Rubrica: Commercializzazione
Articolo di Schiavo A.
(Articolo di pagina 53)

Sugli scambi commerciali di prodotti ittici nel nostro paese

In linea preliminare e sinteticamente può sostenersi che gli scambi di prodotti ittici in ambito mondiale hanno subito negli ultimi anni un incremento pressoché generalizzato, ma con maggiore evidenza negli Usa, in Europa occidentale ed in Giappone; ciò è avvenuto a motivo non solo della crescita economica dei diversi paesi industrializzati (con conseguente accentuazione della ripresa dei consumi), ma anche per un raffreddamento dell’aumento dell’inflazione.

Sulla base di queste premesse, qui di seguito vengono esaminati e discussi i principali dati sulle attività di scambio dei prodotti ittici e dei rispettivi derivati che riguardano il nostro paese.

 

Situazione interna e importazioni

In Italia, negli ultimi anni, l’intero comparto dei prodotti ittici (comprensivo degli oli e dei grassi di pesce, delle farine di pesce e di determinati prodotti non destinabili all’alimentazione umana) ha continuato a presentare il suo carattere di negatività e ciò sia per le pressoché immutate deficienze strutturali del settore, sia per il calo delle produzioni.

Qui va segnalato che una recente indagine dell’Ismea, relativa al periodo 1997-1998, ha rivelato che le catture della flotta nazionale sono riuscite a soddisfare un grado di autoapprovvigionamento pari solo al 54,2% del consumo apparente interno ed al 52,4% della relativa spesa (1).

Il peggioramento del deficit continua, in ogni caso, ad essere legato in parte anche alle dinamiche delle varie monete che, per esempio, proprio nel 1997 hanno pesato ulteriormente sui nostri interscambi; un andamento analogo si è avuto nel primo semestre del 1998.

A proposito delle imprese di trasformazione e del segmento della distribuzione va subito aggiunto che questi, nello stesso difficile periodo, hanno comunque tratto benefici, atteso che il volume dei prodotti ittici commercializzati nei nostri confini è rimasto elevato e legato a valori economici (costi-prezzi) praticamente uguali.

Per quanto riguarda le singole voci va sottolineata l’importanza, per esempio, dei tonni dei quali ci siamo approvvigionati all’estero per circa il 50%; i calamari hanno costituito una quota del 7% circa delle importazioni (corrispondenti ad oltre 50.000 tonnellate), seguiti dai mitili per una quota del 5% circa (pressappoco eguale a quelle delle seppie e dei naselli) e, via via, dai merluzzi e polpi (circa il 4 - 5%) ed, infine, dai gamberetti, i quali rappresentano circa il 3% degli acquisti delle importazioni complessive. Più in particolare, se si escludono determinate quote di mitili, si tratta prevalentemente di commercializzazione di prodotti congelati o surgelati, la cui vendita viene oramai favorita anche dall’affermata diffusione dei prodotti precotti a base di pesce.

Fra le principali specie ittiche importate e di cui si conoscono i dati più recenti vi figurano ovviamente altri prodotti. Tra questi, in ordine decrescente, vanno riportati i salmoni (per circa 21.000 tonnellate), le passere, gli sgombri, i pesci spada (per circa 12.000 tonnellate), le alici e le sogliole (per oltre 10.000 tonnellate), le spigole, i dentici, le rane pescatrici, le orate, le sarde (queste ultime per circa 3.300 tonnellate) ed, infine, gli scorfani, le anguille e le aringhe (per un quantitativo oscillante dalle 1.120 alle 1.500 tonnellate).

Non va sottovalutata, per ultimo, la voce altri pesci che, nell’insieme ha raggiunto oramai quasi le 103.000 tonnellate (2).

In sintesi, le importazioni delle principali specie di pesci verificatesi nel 1997 hanno raggiunto le 389.585 tonnellate circa.

A questi quantitativi vanno aggiunti quelli relativi ai molluschi (per un totale di circa 195.700 tonnellate), ai crostacei (equivalenti a circa 50.450 tonnellate) ed, infine, a quelli relativi ai grassi ed oli, alle farine di pesce ed ai prodotti non destinati all’alimentazione umana (pari a circa 125.800 tonnellate).

A proposito dei molluschi e dei crostacei, qui c’è da notare che a tutto il primo semestre del 1998 s’è registrato un disavanzo crescente in termini monetari a motivo proprio delle importazioni; le vongole, per esempio, fino al 1997-1998 hanno subito nel Veneto forti cali di produzione. Ciò, sia per la controversa gestione delle risorse, sia per talune ricorrenti anomalie ambientali che hanno causato talvolta forti indici di mortalità.

Tornando brevemente al salmone va aggiunto che esso, con le oltre 20.000 tonnellate, rappresenta oramai una voce consolidata tra le preferenze del consumatore italiano degli ultimi anni; il suddetto quantitativo si è imposto, così, con cifre che superano il 5% del totale delle importazioni dall’estero.

Una particolare citazione meritano, infine, le attuali tendenze evolutive da parte del pesce spada e degli stessi branzini ed orate, i quali ultimi, sia pure a prezzi contenuti (a motivo della forte concorrenza), costituiscono oggetto di allevamento in moltissime aree del Mediterraneo. Va aggiunto, comunque, che le produzioni nazionali di branzini ed orate sono ancora tali da non coprire in maniera soddisfacente il fabbisogno interno.

Per quanto riguarda il pesce spada c’è da segnalare che la rispettiva crescita di acquisti all’estero è da addebitarsi, in qualche modo, anche al ridimensionato numero di natanti che si dedicano a questo tipo di pesca e ciò in dipendenza del piano di riconversione delle reti da posta derivanti.

Limitatamente alle alici la possibilità di reperire sul mercato prodotti trasformati, venduti a prezzi fortemente competitivi, tende sempre più l’industria nazionale ad approvvigionarsi all’estero, nonostante il pescato di questo prodotto da parte della flotta nazionale costituisca tuttora una delle principali fonti rispetto al totale. Le stesse considerazioni valgono per le sarde che, anzi, proprio a motivo delle notevoli importazioni, in particolare dal Marocco, inducono le imprese nazionali di trasformazione ad abbandonare il campo o quasi.

I mitili e le rispettive importazioni rappresentano, poi, dopo i pesci sopraccitati, il maggiore flusso di entrata del gruppo calamari, mitili, seppie e polpi.

A proposito dei dati più recenti, relativi al 1° semestre 1998, può sostenersi che il deficit è risultato in crescita nonostante la contrazione dei flussi importativi e la crescita di quelli in esportazione; in media sono state registrate quotazioni più basse per l’export e valori d’acquisto più elevati per l’import con conseguente aggravamento di passività della bilancia commerciale. Più specificatamente al meno 5% dei prezzi per l’export è corrisposto un più 18% dei prezzi per l’import, facendo crescere il deficit di oltre 17 punti rispetto allo stesso periodo del 1997 (2).

Più in dettaglio — come del resto appare logico — sono cresciute le quotazioni relative al pesce fresco (di circa il 3,5%), ma sono calate quelle medie corrispondenti al pesce conservato (meno 4,5%), ai crostacei (oltre l’1%) ed ai molluschi (meno 11% circa).

Fra le quotazioni in controtendenza va citato il pesce congelato, i cui valori rispetto ai periodi precedenti sono cresciuti del 16% circa. Sono risultate, infine, positive anche le valutazioni relative alle farine di pesci e soprattutto quelle riguardanti i grassi e gli oli di pesce; in quest’ultimo caso, al più 36% del 1997, si è contrapposto un più 167% nel 1998, anche se si è trattato pur sempre di esportazioni dal quantitativo più che modesto.

Per concludere può sostenersi che a fronte di una crescita delle importazioni di molluschi e di crostacei a valori alti, fa da riscontro un quantitativo più modesto di import di pesce fresco, di pesce conservato e di prodotti ittici non destinati all’alimentazione umana. Ciò può essere inteso come i primi frutti di una più accorta politica della pesca, nel nostro paese, la quale, attraverso la realizzazione dei vari Piani triennali, si prefigge di invertire una tendenza decisamente negativa; in questo senso può giovare un ruolo sempre più importante la produzione derivante dall’acquacoltura.

 

Principali fonti di approvvigionamento estero del mercato italiano

Le fonti del nostro approvvigionamento ittico fanno capo in particolare all’area dell’Unione europea ed in maniera indubbiamente consolidata; a parte il ruolo preminente della Spagna, anche i restanti paesi comunitari trovano nel nostro paese uno sbocco incontrastato, in quanto essi soddisfano oltre il 56% della domanda nazionale. Fra l’altro, a seguito dell’applicazione delle direttive comunitarie dei primi anni 90 (3, 4, 5), recepite in Italia a partire dal dicembre del 1992 (6, 7), una buona quota di imprese di paesi terzi ha dovuto interrompere il flusso esportativo verso il nostro mercato perché valutata incapace di soddisfare i requisiti igienico-sanitari della legislazione comunitaria.

 

Flussi importativi dei prodotti ittici e principali paesi di provenienza

Per quanto riguarda le importazioni suddivise per paese di origine queste riconoscono nella Spagna il principale fornitore: circa 140.000 tonnellate nel 1997, pari a circa il 30% del totale dei prodotti ittici introdotti dai paesi della Comunità. Un’altra abituale fonte di approvvigionamento è rappresentata dalla Germania con circa il 7% del totale.

La questione è, invece, nuova se ci si riferisce alla Grecia; questo paese che ultimamente ha costituito il secondo fornitore per l’Italia (con oltre l’8% del totale delle importazioni) da anni — a cominciare dal 1990 — fa crescere di circa il 20% annuo i propri arrivi da noi. L’Ismea, in una sua indagine del 1999 (2), ha messo in risalto come le 8.500 tonnellate di prodotti ittici greci pervenute in Italia nel 1990 hanno toccato, nel 1997, la quota di 34.525 tonnellate.

Qui, per inciso, può segnalarsi che i progressi di questo nostro paese vicino sono stati notoriamente favoriti tanto dalla costituzione naturale delle proprie coste (che ha consentito l’impianto delle gabbie galleggianti con costi produttivi fortemente inferiori se paragonati ai pressoché prevalenti impianti italiani di vasche a terra), quanto dall’uso generalizzato di tecnologie avanzate, gestite con la collaborazione di esperti dell’Europa del Nord.

Tra i paesi terzi maggiori esportatori verso il nostro mercato vanno citati in genere i paesi dell’America Latina ed in particolare il Cile, la Colombia, l’Argentina ed il Perù. La Turchia (a parte le tradizionali Thainlandia ed India) occupa nel comparto asiatico un posto di importanza crescente a motivo del forte impulso che essa sta dando all’allevamento soprattutto di branzini ed orate.

Per quanto riguarda l’Africa vanno citati il Marocco, la Somalia, il Sud Africa, la Tunisia e la Mauritania.

Degni di citazione sono ancora gli Usa e per l’America centrale l’Ecuador ed il Costarica, mentre fra i paesi europei non compresi nell’Unione europea vanno segnalati la Croazia e soprattutto la Norvegia; quest’ultima, sia pure con un’incidenza modesta sul totale degli arrivi in Italia, risponde sempre con maggiori quote alla crescita della richiesta interna, soprattutto riferita al salmone (8). Questo paese nordico, insieme alla Scozia, registra soddisfacenti risultati ovunque nel commercio del salmone, in virtù non solo di una buona politica dei prezzi, ma anche per la pressoché perfetta macchina di trasporto e di distribuzione.

 

Dati relativi alle esportazioni di prodotto nazionale

Rispetto a taluni anni passati il nostro paese, negli ultimi tempi, ha fatto registrare un lieve miglioramento dei flussi esportativi; ciò si è potuto verificare a motivo sia dell’affermazione e sviluppo di taluni partners commerciali, sia della buona valutazione della moneta americana. Le stesse esportazioni, tuttavia, hanno subito una flessione con riferimento all’area del Sud est asiatico quale conseguenza della crisi dei corrispondenti paesi.

Più in dettaglio le vendite registrate nell’ultimo periodo di cui si dispone di dati hanno fatto registrare aspetti positivi a proposito del pesce fresco (più 30% circa nel 1997 rispetto all’anno precedente); questo prodotto, in termini di percentuale, con le sue 47.000 tonnellate circa di peso, ha rappresentato poco più del terzo delle vendite all’estero. Anche il pesce conservato ha fatto registrare un incremento netto nello stesso periodo, il quale ha toccato circa il 18%.

I rimanenti prodotti (anche per le cause congiunturali sopraccennate) hanno manifestato andamenti flessibili e più spesso valori molto ridotti; per esempio i crostacei hanno subito una flessione sia pure modesta di meno 1,5% circa, mentre il pesce congelato ha toccato valori vicini a meno 12% ed i molluschi addirittura meno 15% circa. Peraltro, proprio nel caso dei mitili, pur essendo stata raggiunta comunque una quota pari a poco più di 4.850 tonnellate, in pratica essa, tradotta in moneta, ha conseguito, sempre nel 1997, appena l’1,6% di tutte le entrate del settore ittico.

Limitatamente ai prodotti derivati può segnalarsi che, nello stesso periodo, mentre le esportazioni di farina di pesce hanno subito una diminuzione del 23% circa, quelle di grassi ed oli di pesce (sia pure in quantità relativamente modeste: appena oltre le 100 tonnellate) si sono sviluppate del 160% circa.

 

Flussi esportativi nell’Ue e principali paesi di sbocco

Stando agli ultimi dati del biennio 1996-1997 il nostro paese ha esportato i propri prodotti ittici per la quasi totalità negli altri paesi comunitari (quasi l’80%). Le motivazioni possono essere individuate in particolare in due ordini di motivi, il primo dei quali consiste nella buona tipicità delle specie proprie del Mediterraneo; fra queste vanno segnalate le alici ed altre specie di pesce azzurro, le anguille, le trote, le vongole ed i mitili.

Tra l’altro la buona produzione di tonnetti e di naselli nazionali da sempre consente favorevoli condizioni di esportazione, anche in questi casi verso la Comunità (in totale oltre il 6% in più nel 1997 rispetto al 1996). Per quanto riguarda il flusso esportativo di pesce fresco esso individua il suo maggiore sbocco proprio nella Spagna che — come viene segnalato dagli esperti Ismea — a parte l’abituale cospicua quota di consumo di prodotti ittici (circa 35 kg per persona) è orientata prevalentemente verso il consumo appunto di pesce fresco.

Fra i maggiori importatori di prodotto italiano figurano la Germania e la stessa Grecia (rispettivamente oltre il 9 ed il 12% del totale esportato verso l’Unione europea). Le quote rimanenti sono in genere modeste ed interessano il Belgio, l’Olanda, l’Austria e l’Inghilterra.

Limitatamente ai dati riferibili al primo semestre 1998, essi individuano nella Spagna il mercato più favorevole all’ingresso dei prodotti italiani; seguono la Danimarca, l’Olanda, la Francia, la Germania, la Grecia e l’Inghilterra.

In dettaglio i quantitativi in tonnellate, nel periodo sopraccitato, sono stati pari rispettivamente a 61.380 per il paese iberico e via via: 36.500 — 29.236 — 25.479 — 15.333 — 15.292 e 9.155.

Nell’ordine seguono, con quantitativi decrescenti (a cominciare da 3.477 per finire ad appena 310 tonnellate), la Svezia, l’Irlanda, il Portogallo, il Benelux e l’Austria. In totale il tonnellaggio esportato nei 13 paesi soprariportati ha raggiunto, nel primo semestre 1998, la cifra di 203.322.

 

Esportazioni e paesi terzi

Sempre nello stesso periodo 1996-1997 le esportazioni verso i paesi extracomunitari sono diminuite di oltre il 17,5% (2). In più può aggiungersi che lo sbocco dei nostri prodotti non valica, in genere, i confini dell’Europa; fra i paesi più interessati vanno citati Malta, la Croazia, la Slovenia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria sia pure con fasi alterne, mentre la Svizzera rappresenta uno sbocco piuttosto consolidato.

Fra i pochi paesi particolarmente lontani ed importatori dei nostri prodotti vanno, infine, citati gli Usa, il Giappone e l’Arabia Saudita (2).

Più recentemente ed in particolare nel primo semestre 1998 è stato possibile includere la Russia che con le sue 3.545 tonnellate di prodotto, va annoverato come principale paese di destinazione delle nostre esportazioni, seguito dalla Svizzera con 1.914 tonnellate e via via dalla Croazia, dall’Ungheria, dalla Slovenia, dal Giappone, dall’Albania (con 802 tonnellate); da Malta, dall’ex Jugoslavia, dalla Costa d’Avorio, dagli Usa (quest’ultimo paese con appena 342 tonnellate) e da altri.

Limitatamente ai paesi extracomunitari il tonnellaggio totale ha raggiunto, sempre nel periodo indicato, il numero di 160.490; le cifre superiori hanno riguardato rispettivamente la Thainlandia, l’Argentina ed il Cile (con 18.783 tonnellate per la prima Nazione citata e, quindi, 15.781 e 12.097).

A cominciare dal Marocco per finire alla Turchia il tonnellaggio esportato non ha mai superato il valore 9.000 e, mano a mano decrescendo esso ha raggiunto le 5.137 tonnellate della Turchia (2).

Aldo Schiavo

già ordinario presso la Facoltà di Veterinaria dell’univ. di Bari

 

Note bibliografiche

1) Ismea, Indagine congiunturale presso gli operatori della filiera pesca e acquacoltura, 2a Rivelazione, Roma, settembre 1999

2) Ismea, Filiera Pesca e Acquacoltura, Roma, marzo 1999

3) Direttiva CE n 90/675 del 10 dicembre 1990, GU CEE n L 373 del 31.12.1990

4) Direttiva CE n 91/496 del 15 luglio 1991, GU CEE n L 286 del 24.9.1991

5) Direttiva CE n 91/676 del 12 dic. 1991, GU CEE n L 375 del 31.12.1991

6) DPR n 555 del 30 dic. 1992, GU n 28 del 4.2.1993

7) D.L.vo n 531 del 30 dic. 1992, Suppl. GU n 7 dell’11.1.1993

8) Schiavo Aldo, Malattie e Prevenzione nell’acquacoltura comunitaria, Edizioni Giuseppe Laterza di Giuseppe Laterza, via Suppa, Bari, ottobre 1997

Il Pesce
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Il Pesce:
Annuario del Pesce e della Pesca
La banca dati che con cadenza annuale costituisce un prezioso strumento di lavoro per gli operatori del settore ittico e acquacoltura.