Edizioni Pubblicità Italia

Il Pesce nr. 4, 2000

Rubrica: Acquacoltura
Articolo di Murzi M.
(Articolo di pagina 30)

Dalla Falesia in Toscana sguardo alla piscicoltura italiana

Ogni volta che si ritorna nel golfo di Follonica troviamo lo stabilimento di piscicoltura Falesia sempre più vitale, cresciuto, e con nuovi disegni da realizzare. Il presidente Bruno Palmiotti ne segue l’attività e lo sviluppo con attenzione e animo appassionato. Quando parla dei problemi dei problemi da affrontare, però, non lo fa soltanto pensando alla realtà produttiva della quale è responsabile, ma a tutti gli allevamenti di pesce sparsi nel territorio nazionale. Offrendo in tal modo occasione di dare uno sguardo generale alla problematica dell’acquicoltura italiana. Sappiamo, i doveri verso gli altri hanno pressappoco gli stessi fondamenti dei doveri che abbiamo verso noi stessi. Il Palmiotti non si muove per sentimenti simpatici, esponendo elementi soggettivi, quindi variabili e contingenti, bensì per elementi oggettivi, parlando delle concrete necessità e dei reali bisogni che accomunano i produttori di pesce. Così, parlando per sé, si fa anche voce degli altri. Lancia subito un grido di allarme, mentre al suo fianco segue il discorso Antonio Verrini, abile commerciante e conoscitore di pesci: "La piscicoltura italiana, in particolare quella marina, attraversa una crisi profonda dalle conseguenze perniciose, dovuta alla sfrenata, incontrollata concorrenza del pesce di altri Paesi, specie quello prodotto dalla Grecia".

Oggi la piazza offre in abbondanza pesce pregiato, come branzini e orate, un tempo boccone dei più abbienti, e a un costo abbordabile a molti. Si è che i piscicoltori stranieri hanno conquistato gran parte del mercato italiano potendo vendere i loro prodotti a prezzi bassi. Le loro spese di produzione sono di gran lunga inferiori: "Allevano in gabbie a mare off-shore, pagano meno la mano d’opera, non hanno costi energetici". A questo si aggiunge la speditezza con la quale realizzano i loro progetti, senza sprechi di tempo e denaro. In Italia le lungaggini burocratiche e i rimandi portano spesso a completare la realizzazione di impianti già superati dall’innovazione tecnologica in continua evoluzione. "Né si sa fino a quanto i produttori stranieri vivano nel rispetto delle leggi comunitarie, visto che si parla, da parte delle autorità locali, di elargizioni, di particolari benefici a aiuti a loro favore sotto forma di premi di produzione, incentivi per l’esportazione ed altro ancora".

Dunque la concorrenza è pressante, preoccupante. Il nostro prodotto rimane spiazzato e il consumatore è disorientato. Manca l’informazione, la sensibilizzazione della pubblica opinione sul prodotto italiano che costa di più, sì, ma dà maggiori garanzie, non ultima quella freschezza: è pesce che arriva in poco tempo al mercato. Quello della Falesia, ad esempio, appena pescato in tre ore è già a Genova, in un’ora è a Piombino o Livorno, in mezz’ora è a Follonica… Nel nostro Paese, infatti, la produzione segue regole rigide, opera sotto il severo controllo igienico-sanitario di ben 5.000 veterinari, ligi al dovere. Ci chiediamo "Sono essi altrettanto severi nel controllare il prodotto estero che valica in crescendo i nostri confini?"

In effetti il consumatore ha la necessità di essere tutelato nel momento in cui acquista un prodotto. Come si può conoscere la provenienza del pesce presente nei vari punti vendita? E come si può sapere dell’avvenuto controllo sanitario?

Per restare competitivi, gli italiani sono costretti a produrre di più e meglio, ma al passo con la tecnologia. Servono allora modificazioni strutturali, nei sistemi di allevamento, che talvolta hanno costi altissimi "non compatibili con una attività i cui ricavi sono sempre più limitati".

È un circolo vizioso che per essere spezzato necessita l’attenzione e l’intervento fattivo dei politici, per facilitare una specializzazione dell’impresa che permetta di produrre a costi bassi e vendere poi a prezzi bassi. I piscicoltori italiani non ce la fanno a spendere di più in proprio. È inutile fare tavole rotonde e convegni sulla qualità facendola diventare qualcosa di astratto come la quadratura del cerchio. Occorrono fasi operative d’impegno tecnico-scientifico proprio sui luoghi di produzione. Occorre una politica mirata ad un coordinato sviluppo degli impianti di allevamento, ma anche i ricercatori e gli accademici del settore dovrebbero essere più presenti nell’aria degli stessi allevamenti, vivere i problemi da vicino almeno per un breve periodo di tempo. Sarebbe un modo per meglio curare la sicurezza alimentare e la trasparenza dell’informazione al consumatore, a difesa del prodotto nazionale.

Occorre dire che finalmente la classe politica percepisce le difficoltà del settore ittico italiano. Di recente una risoluzione in sede di Commissione parlamentare riconosce che "l’enorme sviluppo dell’allevamento della spigola e orata in tutti i Paesi del Mediterraneo ha comportato una forte diminuzione dei prezzi del prodotto; il livello raggiunto dai prezzi di vendita è ormai inferiore ai costi di produzione delle aziende italiane".

Accennando alla conseguente probabile chiusura di numerosi impianti, con perdite economiche e occupazionali, (oggi i lavoratori impegnati nella piscicoltura sono circa 15.000), il Governo viene impegnato a predisporre interventi e strumenti idonei a migliorare la situazione. A tal proposito il Palmiotti suggerisce: riduzione del costo del denaro con finanziamenti garantiti dallo Stato; riduzione delle tariffe energetiche; potenziamento della ricerca; maggiore coordinamento tra chi ricerca e chi produce, ripete ancora; preparazione di personale specializzato con corsi di formazione e qualificazione; flessibilità della produzione mediante la variazione delle specie innovative; organizzazione della distribuzione, adeguamento dunque del mercato alle mutate esigenze del consumo in aumento, soprattutto attraverso la grande distribuzione; creare una sistematica etichettatura del prodotto che riferisca la provenienza e la data di pesca; dotare gli impianti ittici della tecnologia più avanzata; difesa del rapporto qualità-prezzo, nel rispetto rigoroso di regole uguali per tutti i produttori, con relativo recupero, da parte delle realtà produttrici italiane, di una sana competizione commerciale.

Visto che il futuro ittico sta nell’acquicoltura, siccome il mare non dà più pesce nella quantità richiesta, è bene che le forze scientifiche occupino di più lo spazio operativo. A tal proposito, alla Falesia è in atto la realizzazione di un progetto per studiare il giusto trattamento delle acque reflue, quelle che ritornano al mare, studiarne gli stati chimico-fisici e migliorarne così la qualità attraverso la tecnica del lagunaggio. Sono quindi in costruzione un bacino di decantazione (depurazione delle acque utilizzando anche mitili, cozze), e due bacini di lagunaggio, appunto. L’esperimento, bandito dalla Regione Toscana attraverso l’Agenzia Regionale Sviluppo Innovazione Settore Agricolo, avrà la durata di tre anni e sarà effettuato da tre ricercatori: il prof. Domenico Lanari, Università di Udine, prof. Aristeo Renzoni, Università di Siena e prof. A.M. Variale, Università di Pisa. Si creerà una maggiore sinergia tra il mondo accademico e il mondo della piscicoltura?

Ci allontaniamo mentre da una vasca giunge la festa della pescata.

Manrico Murzi


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