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Il Pesce nr. 4, 2000

Rubrica: Editoriale
Articolo di Serratore P.
(Articolo di pagina 9)

Sicurezza alimentare: priorità strategica della Comunità Europea

Il settore agroalimentare produce in Europa circa il 15% dell’intero output manifatturiero, con una produzione annuale pari a circa 600 milioni di euro.

In ogni caso, oltre agli aspetti puramente economici, la produzione alimentare è di importanza fondamentale in ogni società, avendo anche implicazioni di carattere sociale ed ambientale.

Per questo la Comunità Europea presta grande attenzione alle problematiche di settore, cercando continuamente di migliorare l’efficacia della propria politica di interventi.

Nel prossimo autunno si terrà a Londra, precisamente, il 19-20 ottobre, un importante convegno sul tema "Sicurezza alimentare in Europa: contestazioni ed opportunità", promosso dalla Commissione Europea-Ricerca Comunitaria.

Nel corso dei lavori, che si preannunciano largamente partecipati, si confronteranno autorità di settore dei paesi membri, imprenditori, ricercatori e rappresentanze dei consumatori.

L’intento è quello di fare il punto sulla situazione attuale e sul futuro della sicurezza alimentare in Europa, poiché si avverte la necessità di attuare una politica comunitaria più trasparente e coordinata, strutturata in modo adeguato all’esigenza di fornire risposte rapide e flessibili.

Alcune emergenze degli ultimi anni, vedi per esempio la crisi dovuta alla cosiddetta sindrome della mucca pazza o quella relativa alla diossina, hanno infatti mostrato i limiti dell’attuale sistema, rivelatosi sottodimensionato e troppo rigido tanto rispetto alle concrete esigenze di tutela dei consumatori quanto alla capacità di incidere con uguale efficacia lungo tutta la filiera produttiva.

Nelle sessioni "tecniche" del convegno saranno affrontati, in particolare, gli aspetti microbiologici e tossicologici della produzione agroalimentare in rapporto alle garanzie di sicurezza che la Comunità intende fornire ai consumatori.

Vi è l’esigenza di verificare le conoscenze scientifiche relative ai rischi di tipo alimentare che si realizzano nel sistema produttivo della Comunità e nei Paesi terzi partners commerciali. D’altra parte nel V Programma Quadro era stata riconosciuta la necessità di ottenere maggiori conoscenze sulle quali basare le politiche di intervento nel settore agroalimentare, nell’ottica di affrontare i problemi dal punto di vista dei consumatori e dei loro bisogni.

I filoni di ricerca individuati dal programma riguardano infatti: tecnologie alimentari avanzate, metodi sicuri di produzione e distribuzione di alimenti, armonizzazione dei metodi di analisi e studio di tecniche rapide per la verifica dei livelli di contaminazione degli alimenti, i rischi chimici e l’esposizione ad essi, e più in generale il ruolo dell’alimentazione nella promozione della salute. Una sessione del convegno sarà dedicata alla presentazione di un documento, redatto dalla Commissione nel gennaio di quest’anno sotto il titolo "Libro bianco sulla sicurezza alimentare", che delinea una serie di innovazioni strategiche:

1. Istituzione di una Autorità alimentare europea indipendente con competenze specifiche in tema di valutazione del rischio, e di divulgazione delle tematiche relative alla sicurezza degli alimenti.

2. Ridefinizione dei compiti della Commissione attorno alla gestione del rischio, che si sostanzia nella potestà normativa e nel controllo sul rispetto delle regole da parte degli Stati membri e dei partners commerciali di Paesi terzi.

3. Una revisione della normativa del settore produttivo secondo una serie di obiettivi che coprono le varie problematiche di settore, dalla regolamentazione del controllo della filiera ai sistemi di allerta per le emergenze alimentari, dalla sanità degli animali alla sanità pubblica, dalla regolamentazione sull’uso di determinate sostanze nei mangimi alla definizione di standard di accettabilità dei contaminanti biologici o chimici ritenuti indesiderabili negli alimenti.

Tra le nuove regole emerge finalmente la questione della piena tracciabilità dei prodotti alimentari, che significa adottare strumenti che consentono di identificare in qualunque punto della filiera produttiva il soggetto responsabile del prodotto, e quindi garante della salubrità dello stesso.

Che cosa succederà nel comparto ittico? Sarà certamente una grande rivoluzione!

Come noto, la Direttiva Comunitaria 493/92, recepita in Italia con il DL.gs. 531/92, prevede che il prodotto ittico sia sottoposto a controllo sanitario anteriormente alla prima vendita. Si potrebbe pensare che ciò debba accadere necessariamente e solo nei Mercati all’Ingrosso, ove è garantita la presenza del Servizio Veterinario con funzioni ispettive.

La realtà è molto diversa. Per prima cosa in Italia il conferimento ai mercati all’ingrosso non è obbligatorio (L.125/59) e, come è stato chiarito da una serie di Circolari del Ministero della Sanità, è consentito ai produttori vendere all’ingrosso direttamente a commercianti che operano in strutture riconosciute, avendo posto in capo a questi ultimi l’obbligo di segnalare al Servizio Veterinario l’avvenuto inoltro di prodotti da sottoporre a visita sanitaria.

D’altra parte se è vero che la vendita all’ingrosso in banchina è consentita solo come "trasbordo rapido", in quanto giustificato dalla facile deperibilità del prodotto ittico, previa autorizzazione "in deroga" rilasciata dal Servizio Veterinario, è anche stato stabilito, sempre con Circolare Ministeriale, che la "modica quantità" per la quale non si applicano i controlli di legge corrisponde a 100 kg., che modici non sono affatto, ma corrispondono ad un medio carico di pesca di una imbarcazione che effettua il piccolo strascico.

Inoltre chi conosce bene la baraonda di un Mercato Ittico costiero, sa benissimo che una grande quantità di prodotto passa solamente "attorno" al mercato e corrisponde affatto al quantitativo rintracciabile sulle deroghe.

A prescindere dai possibili illeciti fiscali, che si rendono ovviamente facilissimi in queste condizioni, esiste un problema di carattere sanitario, in quanto il Servizio Veterinario non può certo giudicare "salubre" un prodotto "non visto", tipo quello che clandestinamente lascia la banchina.

Niente paura, dirà qualcuno: esiste un servizio di vigilanza sanitaria anche presso i magazzini, dunque il pesce "non visto" sarà rintracciato ed il detentore fraudolento punito.

Anche su questo ci sentiamo di dissentire, perché ci risulta che abitualmente i magazzini ittici non tengono un registro di carico e scarico, pare sempre per il problema del tempo, laddove numerosi e rapidissimi passaggi di mano sembrano essere l’unica garanzia di "freschezza" dei prodotti di mare.

Sorge spontanea una domanda: se il circuito fosse più snello, non sarebbe di per sé più veloce?

E la norma comunitaria che istituisce la Dichiarazione di Sbarco?

Questo documento, che attesta i quantitativi e le specie pescate, per esistere esiste, come mi ha fatto notare alcuni giorni fa un collega, è il Regolamento n. 2847/93. Esso prevede l’obbligo del capitano, o del suo mandatario, a compilare la Dichiarazione medesima (art. 8), nonché l’obbligo per i mercati e per tutti gli altri soggetti responsabili della prima immissione sul mercato a compilare la Nota di Vendita (art. 9).

Peccato che il Regolamento non sia mai stato applicato. Motivo? Manca la modulistica, che il Regolamento stesso prevede sia stampata a cura della Comunità.

Probabilmente le tipografie di Bruxelles sono troppo impegnate visto che in quasi 7 anni non si è riusciti ad avere i benedetti "registri di bordo", o forse, più semplicemente, non si è riusciti ad andare oltre i buoni propositi, considerato che gli interessi in gioco sono notevoli.

In attesa di sviluppi consoliamoci sapendo che grazie al rispetto delle regole i molluschi risultano un prodotto perfettamente "tracciabile" e controllato ed il pesce, soprattutto quello "nostrano" è un prodotto fresco (prevalentemente pescato in giornata) ed essenzialmente sano (grazie anche alla grande professionalità dei nostri pescatori).

Purtroppo la produzione nazionale, da un lato è insufficiente a coprire il fabbisogno interno, dall’altro subisce la concorrenza "sleale" da parte di prodotti ittici che competono sul piano del prezzo e nascondono eventuali carenze di garanzie dietro all’assoluto anonimato. Vedremo se questa volta c’è davvero l’intenzione di fare ordine anche in quel complicatissimo e tortuosissimo viaggio che talvolta fa il pesce prima di finire sulla nostra tavola, a tutela del sacrosanto diritto dei consumatori all’informazione quale base di orientamento per le proprie scelte.

Un’ultima cosa. A Cesenatico, il mio paese, un tentativo in più è stato fatto sul problema della tracciabilità: fin dal 1994 un’Ordinanza Sindacale ha introdotto sul territorio comunale l’obbligo della Dichiarazione di Sbarco, documento che deve essere compilato dal pescatore e consegnato alla Direzione del Mercato quando il prodotto viene venduto direttamente sia all’ingrosso che al dettaglio. Purtroppo pochi hanno capito la reale portata di questo evento fra gli addetti ai lavori, e c’è stata sempre scarsa collaborazione nell’opera di controllo, ma hanno capito bene i consumatori che a migliaia riempiono i nostri ristoranti: il messaggio del Pesce Doc ci ha reso famosi, oppure semplicemente "europei". A Londra, tra qualche mese, dovremmo forse stare fra gli ospiti d’onore.

Patrizia Serratore


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