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Il Pesce nr. 6, 1998

Rubrica: Commissione europea
Articolo di Zeppelli A.
(Articolo di pagina 27)

Pesca allo strascico e/o volante: modalitĂ  di attuazione delle interruzioni tecniche e misure sociali di accompagnamento per il 1998

La predisposizione di una politica comunitaria per la pesca è stata considerata elemento indispensabile per l’apparato comunitario fin dalla stipula del Trattato di Roma, oltre quarant’anni fa. Tuttavia con il passare del tempo sono sopravvenuti numerosi elementi che hanno richiesto il varo di norme ad hoc per una sua migliore gestione.

Quanto alla politica delle risorse ittiche, essa trova una compiuta disciplina nel 1992, e segnatamente con il regolamento CE n. 3760/92. Con esso è stato istituito un regime comunitario specifico sia per la pesca che per l’acquacoltura. In tale regolamento vengono individuati gli obiettivi della politica comunitaria, che devono essere volti "a uno sfruttamento razionale e responsabile delle risorse acquatiche viventi e dell’acquacoltura, al fine di garantire anche in futuro adeguate condizioni socioeconomiche agli operatori e nello stesso tempo il rispetto dell’ecosistema marino".

Per conciliare esigenze per certi versi contrastanti, la Comunità ha individuato alcuni principi sulla base dei quali sono stati predisposti i vari strumenti attuativi. Primo tra essi il principio di regolamentazione dell’accesso alle acque e alle risorse comunitarie. Altrettanto importante il principio di conservazione delle risorse della pesca, necessario per limitare le catture a un livello sopportabile in relazione alle capacità di sfruttamento delle risorse alieutiche. Infine, strettamente correlato ma distinto, il principio della stabilità dello sforzo di pesca nel corso degli anni. Sulla scorta di questi principi, nel corso degli anni, sono stati elaborati diversi strumenti per una gestione ottimale della pesca.

La politica per la conservazione delle risorse alieutiche è stata tradizionalmente basata sulla fissazione annuale di "totali ammissibili di catture" (TAC). Tuttavia la fissazione di quantità massime catturabili, per specie o per zone, non è stato il solo strumento applicato. Lo stesso regolamento 3760/92 indica infatti ulteriori mezzi di conservazione tra i quali la limitazione della pesca in determinate zone, il contenimento dei tassi di sfruttamento, la determinazione delle misure minime o di peso minimo del pescato, oltre chiaramente alla fissazione di misure tecniche che impongano o vietino l’uso di determinate attrezzature (ad esempio misure legali per le maglie nelle reti o per altri strumenti di pesca), ecc.

Tra gli strumenti concretamente applicati, il principale, nell’ambito dei sistemi di gestione delle catture, è senza dubbio costituito dai "programmi di orientamento pluriennali" (POP).

I programmi pluriennali, introdotti per la prima volta nel 1983, interessano un arco temporale che varia tra i tre e i quattro anni. In essi sono contenuti gli obiettivi prioritari e le misure ritenute più idonee per il loro raggiungimento. In questo momento è operativo il V POP triennale, che è stato adottato nel 1997 e rimarrà efficace fino al 1999. Sottolineato il ruolo tradizionale dei TAC e l’importanza dei POP, non va dimenticato che altrettanto importante è la funzione svolta dagli strumenti che si è soliti definire "misure tecniche".

Il regolamento base in materia di misure tecniche risale al 1986 (regolamento CEE n. 3094/86) e contiene l’indicazione degli interventi che interessano direttamente i metodi di cattura. La ratio delle misure è sostanzialmente quella di bilanciare lo sviluppo tecnico della pesca, riducendone o almeno provando a ridurne gli effetti negativi. Le applicazioni sono diverse, ma sostanzialmente tutte volte alla tutela del novellame e dunque, direttamente, alla quantità di biomassa pescabile in futuro.

Proprio nel quadro di queste misure tecniche va inquadrato il regolamento ministeriale che indica, per il 1998, le modalità di applicazione delle interruzioni tecniche di pesca allo strascico e/o volante, oltre alle relative misure sociali di accompagnamento.

Proprio al fine di permettere un incremento della biomassa pescabile, nel quadro del V programma triennale della pesca marittima, il Ministero per le Politiche agricole ha dunque fissato tempi e modi per l’interruzione della pesca nei mari italiani, disponendo inoltre la creazione di una zona di riposo, specificamente mirata per la protezione delle specie Merluccius merluccius e Nephrops norvegicus.

Il regolamento ministeriale, datato 16-06-1998 ma entrato in vigore solo l’8 luglio 1998, vincola tutte le imbarcazioni abilitate alle tecniche di pesca allo strascico e/o volante. Non riguarda però le imbarcazioni dei distretti marittimi di Sardegna e Sicilia (salvo che operino al di fuori delle acque dei rispettivi distretti), per le quali dovranno essere ritenute applicabili le relative normative regionali.

I mari italiani sono così stati suddivisi in zone per le quali sono stati previsti diversi periodi d’interruzione obbligatoria.

Per le zone tra Trieste e Pesaro (compresi) e tra Termoli e Brindisi (compresi) l’interruzione ha interessato il periodo tra il 20 luglio e il 2 settembre.

Nei compartimenti marittimi da Ancona a Pescara il periodo è stato tra il 17 agosto e il 30 settembre, mentre per tutto il mese di ottobre, nelle acque prospicienti, la pesca a strascico e/o volante potrà essere svolta soltanto dalle imbarcazioni iscritte negli stessi compartimenti.

Il regolamento precisa che per acque prospicienti si devono intendere le acque delimitate dal parallelo tracciato tra il limite delle acque territoriali croate e il punto in cui si incontrano il limite esterno delle acque territoriali italiane e la linea di delimitazione a mare dei compartimenti.

In tali zone il periodo di interruzione è stato considerato obbligatorio ed esteso a tutte le imbarcazioni (ovvero anche quelle appartenenti a compartimenti diversi), invece nei compartimenti da Gallipoli a Imperia (compresi), alle imprese di pesca armatrici di imbarcazioni abilitate alla pesca allo strascico e/o volante è stata riconosciuta una facoltà di aderire o meno all’interruzione nel periodo che va dal 14 settembre fino al 28 ottobre 1998.

Trattandosi di una interruzione prevista nel quadro delle misure tecniche di limitazione della pesca, il divieto riguarda soltanto gli strumenti espressamente indicati. Pertanto è lasciata agli armatori la possibilità di continuare la propria attività con altri mezzi di minore impatto.

Oltre alle navi abilitate alla sciabica, per le quali non opera il periodo di interruzione, le imbarcazioni possono utilizzare tutti gli altri strumenti indicati nella licenza. Per poter continuare la pesca è necessario ottenere l’autorizzazione del capo del compartimento marittimo (la richiesta va presentata almeno il giorno precedente al periodo di interruzione) e procedere allo sbarco delle attrezzature, ma non solo. Chi decide di continuare la pesca con altri mezzi deve rinunciare allo strascico e/o volante anche per i 40 giorni successivi al periodo di interruzione previsto per legge, e soprattutto non può essere ammesso a godere di nessun beneficio sociale correlato (vedi infra).

Ulteriori incentivi sono poi stati previsti per limitare al minimo le conseguenze negative del fermo. Oltre alle misure sociali di cui parleremo in seguito, il periodo di interruzione può essere utilmente impiegato per lo svolgimento di opere di manutenzione sia ordinaria che straordinaria, oltre che per le opere di adeguamento delle strutture e degli impianti di sicurezza, senza che per esse sia necessario procedere al disarmo, potendo comunque beneficiare delle misure sociali di accompagnamento.

Ove per poter eseguire tali operazioni di adeguamento e/o miglioramento si renda necessario il trasferimento dell’imbarcazione presso un cantiere distante, l’armatore può richiedere all’ufficio marittimo di appartenenza l’autorizzazione necessaria.

I requisiti richiesti dalla legge sono esclusivamente lo sbarco delle attrezzature e la presentazione di una lettera di impegno del cantiere di destinazione.

Va inoltre ricordato che durante il periodo di interruzione questa è l’unica ipotesi in cui è ammesso il trasferimento delle imbarcazioni in altri porti.

Le misure di limitazione dello sforzo di pesca non si limitano tuttavia soltanto al periodo di interruzione nei periodi sopraindicati. Nel periodo successivo al fermo tecnico, le navi operanti nei compartimenti marittimi dell’Adriatico, dello Ionio e del Tirreno dovranno sospendere l’attività nelle giornate di sabato e domenica e in tali giorni non sarà consentito nemmeno il recupero di eventuali giornate di inattività causate da condizioni meteo-marine avverse.

Un regime particolarmente rigido è stato previsto per l’Adriatico, dove dal termine dell’interruzione tecnica e fino al 31 ottobre le navi dovranno sospendere l’attività anche nelle giornate di venerdì.

Il blocco non ammette esclusioni, ciò nonostante i vincoli non si applicano alle imbarcazioni abilitate ai sistemi di pesca stagionali, di posta fissa, ai palangari, alle reti a circuizione e alle unità asservite agli impianti di acquacoltura. Esse possono esercitare la pesca anche nei giorni di sabato e domenica su semplice richiesta alla capitaneria del porto d’iscrizione, a condizione che si attui contemporaneamente la sospensione obbligatoria di ogni altro sistema di pesca (con annotazione sulla licenza).

Disposizioni particolari sono poi state adottate per le imbarcazioni abilitate alla pesca mediterranea e alla pesca dei gamberi di profondità . Esse, sottratte al regime di sospensione il sabato e la domenica, attuano il periodo di fermo tecnico alla fine della campagna, nella misura di due giorni per ogni cinque di attività. L’autorizzazione è rilasciata dal capo del distretto marittimo di iscrizione su domanda dell’armatore e presentata almeno 7 giorni prima dell’inizio della campagna.

Le norme si applicano anche alle imbarcazioni iscritte in Sicilia e Sardegna, ma solo nel caso in cui operino oltre i limiti del mare territoriale.

Come accennato in premessa, lo stesso regolamento prevede anche l’istituzione di zone di riposo biologico nelle quali è vietato ogni tipo di pesca, sia sportiva che professionale. Le zone si trovano rispettivamente al largo delle coste dell’Argentario, per un’estensione di 50 kmq (zona A); al largo delle coste meridionali del Lazio, per un’estensione di 125 kmq (zona B); al largo delle coste della Puglia, 100 kmq (zona C); e infine in corrispondenza della Fossa di Pomo, per un’estensione di 2.226 kmq (zona D). Quest’ultima si estende fino al limite esterno delle acque territoriali croate (ved. Schema 1).

Se le esigenze di razionalizzazione e sviluppo sostenibile dello sfruttamento delle risorse si pongono come l’obiettivo prioritario, occorre comunque non perdere di vista le ineluttabili conseguenze negative e gli effetti che immediatamente ricadono sui più diretti interessati, ovvero gli armatori e gli equipaggi imbarcati.

Per diminuire l’impatto negativo delle misure contenute nel regolamento di interruzione della pesca, il Ministero ha adottato misure sociali compensative. In concreto queste sono rappresentate da attribuzioni finanziarie destinate sia all’armatore che ai membri dell’equipaggio. A questi ultimi è garantito il minimo monetario, oltre agli oneri assistenziali e previdenziali (le somme vengono corrisposte direttamente all’armatore il quale, a sua volta, deve provvedere al versamento).

L’armatore può invece beneficiare di un sistema di finanziamento per le opere necessarie al miglioramento delle condizioni di lavoro e della sicurezza a bordo. Gli incentivi variano a seconda delle dimensioni dell’imbarcazione e sono riportati nello Schema 2.

Parallelamente alle agevolazioni, il legislatore ha previsto alcuni vincoli. Nei 15 giorni che precedono l’interruzione e fino ai 5 giorni successivi la data di conclusione del periodo di fermo non può essere sbarcato o imbarcato alcun membro dell’equipaggio. Chiaramente la disposizione non vale nei casi di sbarco volontario o per forza maggiore, in tali ipotesi però il minimo monetario è garantito limitatamente al periodo di imbarco effettivo.

Al contrario, ove parte dell’equipaggio sia stata sbarcata per motivi di malattia prima del periodo di interruzione, non si hanno deroghe e ritorna applicabile la disciplina prevista dal contratto collettivo nazionale.

Le somme sono versate a mezzo di due distinti ordini di pagamento, rispettivamente a favore dell’armatore e dell’equipaggio (quest’ultimo cumulativo e comprensivo anche dell’armatore, se imbarcato).

Dott. Alessandro Zeppelli

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