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Il Pesce nr. 3, 1998

Rubrica: Pesca
Articolo di Bovisio E.
(Articolo di pagina 57)

Le valli del Po, dalla foce alla sorgente

 

 

Immaginiamo un viaggio in barca a motore dal largo del delta, a Po di Levante, un paesaggio povero e piatto, tutto acquitrini, valli, canali e lagune dove il più grande fiume italiano celebra le sue nozze con le acque dell’Adriatico, fino a risalirne l’intero percorso. A Porto di Levante prima le case, poi la terraferma sembrano sorgere dal mare come per venire incontro, si supera un dedalo di piloni e pontili ai quali sono ormeggiati alcuni bragozzi, quei grossi barconi destinati alla pesca d’alto mare.

Siamo in un piccolo villaggio, poche case quasi tutte al livello del fiume, un’atmosfera placida e tranquilla, rare automobili e soprattutto il gorgogliare della marea che dà l’assalto all’imboccatura del porto, il sibilo del vento e il mormorio delle voci dei pescatori sulla riva. La pesca è qui l’attività principale poiché il fiume brulica di bei cefali grigi, di pesce persico, di branzini e, durante le migrazioni autunnali, di migliaia di anguille. Facciamo una sosta nell’osteria del paese dove si può gustare quest’ottimo pesce annaffiato da un robusto vino bianco delle Puglie e ci informiamo sulle caratteristiche ittiche della zona.

Proprio qui alla foce dei fiumi e allo sbocco delle fognature vive il cefalo dal corpo allungato fino a 80 cm, dal dorso grigio e dal ventre argenteo; si trattiene negli anfratti ricchi di vegetazione, ama sia le acque dolci che quelle salmastre, si nutre di sostanze organiche in decomposizione. La sua carne è molto apprezzata, ma è raro pescare i cefali con l’amo perché, invece di buttarsi sull’esca, sono soliti palpeggiarla con cautela con l’estremità delle labbra.

L’oste ci informa che il branzino o spigola è ben noto, per le sue dimensioni, ai pescatori subacquei che per catturarlo si avventurano nelle acque del delta.

È un pesce gregario comunissimo nel Mediterraneo dove vive in prossimità delle coste, a profondità modeste e alle foci dei fiumi che talvolta risale. La sua carne saporita era già apprezzata dagli antichi se Plinio lo considerava superiore a tutti gli altri pesci pescati nel Tevere in quanto si nutriva di immondizie ed era particolarmente grasso.

Il pesce persico che abbonda nelle acque del delta è tuttavia diffuso in quasi tutta l’Europa; ama le acque limpide, ma vive bene anche nei fiumi, negli stagni minori, nelle acque salmastre dove la sua carne squisita acquisisce sapore più che nell’acqua dolce.

I giovani persici vivono in piccoli branchi cacciando in gruppo, mentre gli adulti conducono un’esistenza più solitaria; si nutrono di pesci, di animali acquatici di ogni specie come vermi e larve d’insetti e, in età matura, crostacei, anfibi, piccoli mammiferi, topi acquatici. Si pensa che il pesce persico possa vivere fino a quindici anni.

Il vanto in assoluto della pesca in queste valli formatesi tra i bracci del delta del Po sono senza dubbio le anguille, strani pesci dei quali, fin dai tempi di Aristotele, i naturalisti cercarono di scoprire il processo di riproduzione. Solo da poco tempo si sa che l’anguilla raggiunge la maturità sessuale verso i 12-15 anni, età in cui cambia aspetto e abitudini; diviene inquieta, nervosa e cessa di nutrirsi, abbandona il luogo in cui vive per raggiungere il mare e sembra che vada a riprodursi nel mare dei Sargassi dove muore. I piccoli, pesciolini vermiformi detti "cieche", crescono lentamente, devono trascorrere due anni in acqua dolce prima di raggiungere i 20 cm di lunghezza, a quattro anni misurano 28 cm, finché all’età adulta la femmina, più lunga del maschio, raggiunge normalmente circa 1 m e pesa intorno a 2 kg.

Nelle valli di Comacchio un sistema complicato di canali e chiuse permette di regolare gli accessi dei bacini in modo che, richiamate dal flusso di acqua dolce, le giovani anguille vi penetrano in gran numero, facilitando così la loro cattura. In alcune peschiere del delta del Po non è eccezionale pescare 10 tonnellate di anguille in una sola notte. L’anguilla a cui viene impedito di andare in mare per la riproduzione può raggiungere l’età di 50 anni.

Osserviamo ancora alcuni aspetti del delta, questo pazzesco labirinto di canali dimenticati, di lagune salate, di paludi profonde e di vasti specchi d’acqua salmastra divisi da sottili argini in varie sezioni chiamate "valli". Nel delta esistono enormi "bonifiche", zone di terra rubate all’acqua, ma quello che il fiume dà qui se lo riprende altrove, durante le inondazioni.

Tra le antiche foreste ducali di Mesola e le valli scintillanti si erge fieramente la grande torre di Pomposa, in una delle cui stanze Guido d’Arezzo inventò la notazione musicale. D’inverno le solitudini delle valli sono invase da grandi stormi di uccelli migratori ai quali uomini infagottati, armati di doppiette, danno una caccia spietata, nascosti nelle botti. Passando nelle valli di Comacchio non si può fare a meno di pensare a quella famosa città di Spina, greco-etrusca, che vi è completamente sprofondata.

Ora, lasciato il delta, superiamo la Chiusa di Volta Grimana e sbuchiamo sul corso principale del Po, largo 800 m, con una massa d’acqua color caffellatte che sembra rotolare verso di noi, nel suo precipitarsi verso il mare, con uno slancio uniforme, mostruoso, sinistro.

Il Po raccoglie le acque di un immenso bacino, riceve tutti i fiumi che scendono dalle Alpi, da quella specie di mezzaluna di montagne che va dal massiccio alpino sopra la riviera ligure fino al Garda, riceve inoltre tutti i corsi d’acqua che tra Genova e Modena scendono dall’Appennino. Per questo motivo non bisogna stupirsi se a volte il Po inonda tutta la pianura. Questa si stende ora innanzi a noi, vero cuore industriale del paese; da essa proviene un terzo del prodotto agricolo nazionale. A Ferrara si costruiscono i pneumatici per gran parte dell’industria automobilistica; intorno alla città, a perdita d’occhio, si estendono rigogliosi frutteti, campi di barbabietole, granoturco e grano. Cremona alleva il più bel bestiame d’Italia. Corte Maggiore è dotata di enormi raffinerie di petrolio e oltre Pavia, la cui Università venne fondata, sembra, da Carlomagno in persona, si snoda il tappeto smeraldo delle risaie.

Ad ogni modo il Po è un fiume difficile da avvicinare, pericoloso, tanto che solo due città sorgono sulle sue rive, Torino e Piacenza, tutte le altre sono a debita distanza.

È stato nel novembre 1951 che il Po ha dato l’ultima prova della sua potenza travolgendo gli argini di Occhiobello, le brecce poi si ingrandirono fino a raggiungere un chilometro di larghezza e tra la nebbia fitta le acque invasero le ricche terre fino all’Adige; migliaia di profughi carichi di coperte e fagotti scapparono verso nord, spingendosi davanti il loro bestiame lungo gli argini secondari che resistevano ancora.

Proseguiamo il viaggio risalendo lentamente la corrente, superando paesetti simili a Occhiobello, tutti accovacciati ai piedi degli argini. Gli alberi sono radi sulle rive; di tanto in tanto si vedono spuntare da dietro le alte ciminiere di una raffineria di zucchero o l’esile e alto campanile di una chiesa. A Guastalla, a 200 km dal delta, dove la pianura è placata, tranquilla e trasuda un’atmosfera di prosperità, il cielo si oscura, diventa in un attimo nero come la pece e si scatena un temporale fitto di lampi e tuoni, con una pioggia così fitta e battente che quasi impedisce di respirare ed è molto difficile superare il ponte di barche che si profila davanti a noi.

A Viadana si incontra un altro ponte di barche dove Fernandel aveva girato il suo famoso film Don Camillo. Brescello infatti è lì, con i suoi 5.000 abitanti, tipico rappresentante dei borghi della pianura padana, regione florida dove viene allevato il fior fiore del bestiame e dei maiali, dove si producono i migliori formaggi e salami d’Italia e dove si raccolgono quantità impressionanti di grano, granoturco e frutta. È una zona dove d’estate si soffre un gran caldo e gli inverni sono molto rigidi e appesantiti dalla nebbia.

Ora il Po, trascinandosi verso ovest, si ammanta di una bellezza sempre più sorprendente, si naviga tra alti filari di pioppi, in uno strano silenzio rotto solo dal volo di qualche rondone che si tuffa verticalmente e dal passaggio di qualche solitario airone. Appaiono lunghe file di chiatte cariche di petrolio che risalgono il fiume venendo da Mestre.

Siamo a Vaccarizza dove il Ticino si getta nel Po, vicino a Pavia, oltrepassiamo Torino ormai ansiosi di arrivare alla sorgente del grande fiume. A Staffarda, dove si trova un antichissimo monastero grande quanto un villaggio, il suo letto non misura più di 40 m di larghezza. Siamo in Piemonte e il Po si spoglia della sua aria di mistero, scorre tra lunghi filari di gelsi e sulle sue rive mandrie di mucche bianche piemontesi brucano placidamente l’erba grassa.

Più avanti, scenario di sfondo dipinto sul sole al tramonto, si ergono le Alpi Cozie: lassù sono le sorgenti del Po. Il viaggio volge ormai al termine.

L’indomani arriviamo sul Piano del Re, quella vasta prateria alpina che si trova ai piedi del versante settentrionale del Monviso; facendosi largo a forza tra ammasso caotico di rocce, il fiume comincia a scorrere, ma più in alto sulla morena si distinguono i ruscelli che alimentano quella opaca pozza d’acqua. Essi brillano al sole come sottili fili d’argento e seguendone uno, sempre in salita, si arriva a un ghiacciaio, tra le nevi eterne dove il sentiero sparisce, ma sotto il profondo strato di neve si sente sempre gorgogliare l’acqua che si precipita verso la valle, verso il mare. È certamente là che nasce il Po.

Eleonora Bovisio

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