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Eurocarni nr. 3, 2021

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 142)

Maiali in parata e gelatine pop

Pom Pom, Ariel Pink

Non credo che la “parata di maiali” protagonista del brano di apertura di “Pom Pom”, terzo disco su Major di Ariel Pink, volesse essere per l’autore altro che un’allegoria di eccessi. Il fatto è, invece, che è anche concretamente qualcosa di reale e molto caratteristico nella cultura filippina. Nella città di Balayan, poco più di 100 km a sud di Manila, i residenti celebrano la Festa di San Giovanni Battista con una vera e propria sfilata di maialini arrosto.

Il maiale arrosto, o lechon, è il cibo delle feste per i Filippini, un piatto che riunisce tutta la comunità. La tostatura dei maiali è diventata una tradizione cittadina per le 70.000 persone che vivono a Balayan. Fin dall’alba ne vengono arrostiti centinaia su aste di metallo fino a quando le pelli non diventano dorate e croccanti. Vengono poi addobbati e vestiti con costumi, allineati fuori dalla chiesa cittadina risalente al 1700, mentre al suo interno si tiene una messa in onore di San Giovanni. Al suono dei tamburi, i maiali addobbati e vestiti in maniera antropomorfa vengono fatti sfilare. Al termine di questa pittoresca processione, vengono poi tagliati e la loro carne distribuita alle folle di locali e turisti.

A pensarci bene, a questo punto, il senso di straniamento di fronte a certe immagini ha decisamente alcuni tratti in comune con quanto suscitato dall’ascolto del disco dell’artista californiano a partire proprio dal brano in oggetto. Pink ha nettamente lavorato in termini di arrangiamenti e produzione sul suo sound da quando si è allontanato dall’attitudine in bassa fedeltà che aveva adottato per necessità nella prima parte della sua carriera, costituita da autoproduzioni fin dagli anni ‘90.

Ma “Pom Pom” è tutto tranne che un disco lineare a prescindere. È musica pop che prende in giro la musica pop.

È importante sottolineare che alcuni brani sono stati scritti in collaborazione con Kim Fowley, artista poliedrico e trasversale per eccellenza, ricordato anche per essere stato colui che ha introdotto nel rock i brani musicali comici e nonsense per cui venne coniato il termine Novelty. Esempi di questa corrente musicale sono ampiamente presenti in “Pom Pom” e lo condizionano in maniera netta.

Anche se non sempre tutto funziona perfettamente, il livello è alto, perché il disco è ricolmo di bellezza e orchestrata confusione. Il jingle su cui si struttura Plastic Raincoats in the Pig Parade, associato ad un testo volutamente scollato dalla realtà, porta la canzone a spostarsi senza preavviso tra sogno e incubo. Bridge puliti e marcatamente orecchiabili vengono demoliti da attacchi di rumore discordante. Nonostante questo caos, il brano non scade in un esercizio confuso, perché, facile a dirsi ma meno a realizzarsi, l’armonia emerge dai contrasti.

Intanto il policromatico girotondo pop è cominciato e White Freckles irrompe con una melodia di synth e chitarra che ricorda la sigla di un videogioco anni ‘80, prima di rallentare senza preavviso ad un ritmo più disco funky, per poi mutare nuovamente a velocità doppia mentre il ritornello viene ripetuto ossessivamente.

Si scende di luce e tonalità con Four Shadows, segnatamente più scura e in tonalità minore, la voce tenorile stratificata su una traccia vocale minacciosa sfocia in un ritornello che riesce a unire in qualche modo una melodia glam metal ad una grancassa di contrabbasso e a sintetizzatori da epopea medioevale.

Il tentativo di autosabotarsi fin qui rincorso, il gioco arbitrario di Pink, si interrompe in Lipstick, la prima canzone che non nasconde il suo enorme talento per scrivere la perfetta canzone pop. Gli ingredienti finora usati sono riproposti senza trabocchetti e capovolgimenti divertiti e ciò che si svolge è un perfetto synth pop notturno, seducente e magnetico.

Si continua così, tra ingranaggi meccanici e una bassline serrata e marcatamente 80’s, un brano di sei minuti che non si perde nemmeno per un momento: Not Enough Violence finisce che ne vorresti ancora.

A placare il desiderio sul nascere e far scordare tutto arriva Put Your Number In My Phone, un equilibrio di echi, riverberi e jingle jangle arrangiati per celebrare al meglio strofe e ritornelli che non conoscono mode né temono la noia di mille ascolti.

Può invece un pezzo dream pop essere allo stesso tempo chiassoso? Ascoltando One Summer Night si direbbe proprio di sì. Una melodia zuccherina filtrata attraverso plastica e anni Settanta si appiccica senza fatica alle pareti della memoria. Così come Nude Beach a Go-Go, che danza sulle onde di un inno surf più verboso senza perdere in freschezza.

Quando il disco sembra prendere una direzione, ecco che Pink torna a giocare piazzando una dopo l’altra, tre canzoni nevrotiche, eccessive e a tratti grottesche. Goth Bomb, Dinosaur Carebears e Negative Ed frullano rumore, voci caricate di tono, effetti sonori da B-movie e melodie esasperate.

Se la prima irrompe con un attacco metal in cui i piatti e gli assoli di chitarra elettrica spingono sull’acceleratore dell’eccesso fin da subito, senza mai decelerare, in una crasi ideale tra Bauhaus e Stooges, la seconda va ancora più in là, esplodendo in un caos di fiati da festa indiana, polka e accenni Dub.

L’ultima, invece, evidente omaggio all’Universo Zappa, è di fatto una celebrazione degli anti-eroi B-movies degli anni Ottante e non si discosta dall’attitudine maleducata e autodistruttiva che lega indissolubilmente questo trittico.

Sembra uscire dalla colonna di un film di Quentin Tarantino Sexual Athletics, muovendosi perfettamente tra un funky muscoloso ma non ipertrofico e un talking credibile nei suoi toni satirici. Wah Wah e stilemi classici del genere caratterizzano la prima parte del brano che all’apice del groove si trasforma in una sorta di sigla pubblicitaria di forte connotazione fifties, per poi finire in un viaggio lisergico che riporta alla mente certe nenie distorte dei Suicide. Una parodia dell’ossessione sessuale della moderna cultura pop davvero riuscita (“Sono un’atleta sessuale / Sono dolce / Mangia carne cruda / Non ammettere di sconfiggere / Alcuni dicono che sia agrodolce”).

Quest’ultima sequenza di quattro brani in particolare, quando siamo quasi arrivati alla fine del doppio album, porta ad una riflessione necessaria e inevitabile. In “Pom Pom” Ariel Pink si diverte con il Pop evitando le convenzioni di un genere che altrimenti scadrebbe nel mainstream, ma quanto è percepibile rispetto ad una provocazione tout court? Ancora, quanto un ascoltatore può fraintendere il registro eccessivo che percorre grandi parti del disco e non capire quanto l’ironia e il sarcasmo facciano da guscio protettivo, mantenendo una distanza tra quanto ci sia di vero e confidenziale e quanto invece venga rappresentato? Domande che si possono applicare a diversi dischi, ma che in alcuni come questo sono forse più necessarie.

Una chiave di lettura ulteriore è costituita dalla visione dei video girati per alcuni dei brani, giocando sempre su contrasti molto pronunciati. Se guardate il lisergico video per Jell-O, oltre ad entrare ancora di più nel viaggio policromatico dell’intero album, noterete un ulteriore richiamo al maiale, che abbiamo già nel brano di apertura, che si trova raffigurato nell’interno della copertina apribile del disco e anche nel rosa dell’artwork.

Si apre con la separazione della pelle dalle spalle del suino, mentre una voce fuori campo spiega come venga impiegata per fare la gelatina (jell-o, appunto).

Ora, mi concederete la divagazione… A proposito di gelatina e di maiale esiste un omonimo piatto tipico siciliano, diffuso anche in parti della Campania e della Calabria. Si utilizzano le parti povere del suino, come la cotenna, le zampe, la testa, la coda, la lingua e le orecchie. Tutto viene lessato per alcune ore in acqua salata con foglie di alloro. Una volta separata dal brodo, va disossata e tagliata a pezzi medi. La carne va quindi disposta in una pirofila e ricoperta dal brodo. Raffreddata in frigo, e rabboccata di brodo fino a coprirla del tutto a distanza di intervalli di tempo, è poi pronta per essere gustata.

Tornando propriamente al brano, è forte il collegamento proprio all’iniziale Plastic Raincoats in the Pig Parade, con arrangiamenti esasperati ed eccessivi, a cui beat gommosi si aggiungono in un vortice di scale armoniche che trascinano in un senso di vertigine.

Come riprendersi da un pezzo simile? Facile, con la bassline contagiosa e il dialogo da telefilm seventies che definiscono subito il groove di Black Ballerina, indiscutibilmente uno dei gioielli pop del disco. Potrebbe davvero andare avanti così per minuti senza smarrirsi, ma arriva un refrain ad esplodere una fuga da fermo. Non c’è preavviso, arriva tanto liberatorio quanto non necessario e per questo ancora più bello. A dispetto di un testo che vuole giocare con azzardo, il brano vola su un’orecchiabilità immediata che non lascia scampo.

Il colpo di scena, l’acme del disco è tutto qui, nella sequenza dell’ultimo brano della terza facciata e nel primo dell’ultima che comincia con un altra gemma di “Pom Pom”. Picture me gone è senza tempo. Potrebbe essere stata scritta negli anni ‘70 come fra trent’anni, combinando solennità e nostalgia, in un equilibrio commovente. Il brano è toccante, racconta un’emozione che mai avresti pensato di provare lungo tutto l’album. Un genitore medita sulla caducità della vita mentre guarda nella fotocamera di un iPhone durante un selfie. È il pretesto per una riflessione ossessionante, in cui in un futuro prossimo e probabile la tecnologia digitale possa rimuovere tutte le prove fisiche del nostro passato. In questo futuro, l’età del narratore continua a cambiare e così la canzone diventa lo specchio di Pink: anche nella sua forma più sincera, c’è qualcosa di proteiforme e sfuggente.

L’ultimo gioco è Exile on frog street, una ballad che vira in un lisergico racconto psichedelico, pure Novelty in cui è chiaro il contributo compositivo di Kevin Fowley.

Potrebbe essere la chiusura più logica di un lavoro che vive di contraddizioni e calembours, un rimpiattino infinito tra credibile e incredibile, realtà e raffigurazione, ma ecco che, proprio per queste ragioni, non lo è. Tocca a Dayzed Inn Daydreams farci ancora girare la testa senza avere l’impressione di dover essere divertiti. Malinconia e solitudine, disillusione sono descritte con una maestria rara in un capolavoro psych-pop. È una confessione nuda in cui si ritrovano indizi, a volte mascherati, altre raccontati, lungo le sedici canzoni precedenti.

“Pom Pom” è un estremo espressivo, un punto di non ritorno. Proseguire in questo modo sarebbe stato ripetersi e, con la stessa intensità o più annacquato, sarebbe divenuta una parodia. È come se tutto l’immaginario musicale del passato di Pink, dagli anni ‘50 in poi, fosse rappresentato da una distesa di foto in bianco e nero che il musicista riempie di colori sgargianti, fluorescenti, donandogli nuova vita.

C’è bisogno di album come questo, così marcati nella loro irregolarità, capaci di sporgersi fuori da limiti ordinari con coraggio e incoscienza, prendendosi gioco del pop e poi chiedendogli perdono scrivendo brani che ne sono manifesto.

Giovanni Papalato

 

Altre notizie

 

Parada ng Lechon Festival

Il 24 giugno nelle Filippine è un giorno molto sentito dalla popolazione perché si festeggia San Giovanni Battista. Per l’occasione vengono organizzate feste in tutto il Paese. A Balayan, nella provincia di Batangas, si tiene il Parada ng Lechon Festival, dove è usanza preparare il Lechon, piatto simbolo della tradizione balaiana a base di maiale arrostito. L’animale viene posto intero sullo spiedo e fatto arrostire lentamente per almeno 5 ore. Una volta cotti, i maiali vengono poi portati in giro per le strade cittadine con destinazione la chiesa dell’Immacolata Concezione. Durante il tragitto chi assiste alla parata è solito bagnare i partecipanti con l’acqua in ricordo del Battesimo. Dopo la messa e la benedizione si mangia il maiale tutti insieme.

 

U Zuzzu

U Zuzzu, la gelatina di maiale (jlatina, liatina, jalatina o ielatina ri maiali), è un piatto tipico siciliano, caratteristico in particolare del Catanese e del Ragusano, che si prepara solitamente nel periodo natalizio ma si trova piuttosto facilmente anche nel resto dell’anno. Viene preparato coi residui della lavorazione del maiale come cotenna, testa, orecchie, zampe, lingua, ecc… La ricetta tradizionale prevede quindi l’utilizzo dei cosiddetti tagli “poveri” del suino, ma è possibile utilizzare anche parti di più nobili. L’importante invece è scegliere carni abbastanza grasse o si rischierà che la gelatina non si addensi bene durante la fase di riposo. Quella che vedete in foto è la gelatina di maiale che porta la firma degli esperti macellai Rosario e Saro Pennisi, dell’omonima Macelleria con Cucina di Linguaglossa (CT). «Dai Pennisi da decenni è un nostro cavallo di battaglia, insieme alla salsiccia al ceppo e alla porchetta, seguendo il vecchio detto che del maiale non si butta via niente! È tipico della Sicilia orientale e noi siamo fieri di proporre la nostra versione… Immancabile degustarla in loco o portarla a casa».

 

Didascalia 1: Giovanni papalato (photo © Lucio Pellacani).

Didascalia 2: il doppio album tutto rosa “Pom Pom” (2014) dello statunitense Ariel Pink.

Didascalia 3: U Zuzzu (photo © Dai Pennisi. Macelleria con Cucina, www.daipennisi.it).

 

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