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Eurocarni nr. 1, 2021

Rubrica: Webinar
Articolo di Borghi G.
(Articolo di pagina 60)

Biologico: il modello danese e l’esempio di Danish Crown

Nel 1989 la Danimarca è stata la prima nazione al mondo a dotarsi di una normativa per la produzione biologica. Per il 2030 il Governo intende raddoppiare la superficie agricola bio del Paese, l’export e i consumi di prodotti organic. A raccontare a B/Open il modello danese e la sua unicità, Mette Gammicchia, del Danish Agriculture & Food Council, e Viktor Bekesi di Danish Crown, leader europeo del settore carni

In occasione della prima edizione di B/Open, la nuova rassegna di Veronafiere dedicata al biologico — svoltasi gli scorsi 23 e 24 novembre in versione digitale come tutte le fiere e gli eventi organizzati durante quest’anno che ci vuole distanti per salvaguardare la nostra salute — si è tenuto il convegno dal titolo “Biologico. Il Modello Danese”, che ha visto la partecipazione di Mette Gammicchia, Direttore Market Relation del Danish Agriculture & Food Council, e Viktor Bekesi, Sales manager Pork di Danish Crown, il Gruppo danese leader a livello internazionale nella produzione di carne. La Danimarca è unanimemente riconosciuta per la sua leadership e la sua esperienza ultradecennale nella produzione biologica: non a caso, infatti, il Paese è stato il primo al mondo a dotarsi di una regolamentazione ad hoc sul bio (1987), a sviluppare standard biologici nazionali e a lanciare un’etichetta biologica (1989). Oggi i prodotti biologici danesi arrivano nei mercati di tutto il mondo, dai grandi mercati vicini come Germania e Svezia, fino alla Cina.

L’ottima reputazione dei prodotti biologici danesi, in un mercato globale che richiede sempre più alimenti sostenibili, si basa sul successo del settore agricolo nazionale, che garantisce elevati standard di sicurezza, tracciabilità e qualità. «Nel 1987 la Danimarca è stata il primo Paese a regolamentare la produzione biologica basando le normative sulla legislazione agricola e alimentare generale nazionale. Ciò significa che, oltre a rispettare le norme sul bio, gli agricoltori e le aziende produttrici di mangimi biologici si attengono anche a tutte le altre normative riguardanti l’ambiente, la natura, il benessere degli animali, la tracciabilità, l’igiene e la sicurezza alimentare» racconta Mette Gammicchia.

«La superficie agricola biologica in Danimarca nel 2019 ha raggiunto l’11,3% sulla superficie agricola totale: per il 2030 l’obiettivo governativo è raddoppiarla, riducendo al contempo i gas serra del 70% rispetto al 1990 e raddoppiando anche l’esportazione e il consumo interno di prodotti biologici». Guai a cullarsi sugli allori quindi: le caratteristiche del sistema biologico danese nel suo complesso sono infatti dinamiche, nel senso di volte al raggiungimento di sempre nuovi traguardi, obiettivi migliori, al fine di innalzare gli standard in materia di benessere degli animali, di tutela dell’ambiente e del clima e di etica produttiva e sociale. Come richiedono gli stessi consumatori!

Ma da dove nasce e quali sono le caratteristiche di questo modello da primato? «Il modello all’origine del primato del Paese nel settore biologico si fonda sulla collaborazione, anzi, meglio, sulla condivisione di un obiettivo comune da parte di tutti gli attori della filiera, pubblici e privati. Partendo dalla politica, innanzitutto, strumento primario per raggiungere determinati successi, alla ricerca, con centri all’avanguardia sostenuti con importanti finanziamenti, alle aziende di produzione e distribuzione, fino ai consumatori: tutti hanno unito le forze e hanno reso possibile l’affermazione del biologico in Danimarca» commenta Mette Gammicchia. Un esempio? La certificazione biologica unica, statale e gratuita a tutti i livelli. «Le imprese che intendono convertire la propria produzione al bio vengono guidate dall’amministrazione veterinaria e alimentare danese in ogni singolo passaggio. E dal momento che l’etichettatura è rilasciata dalle autorità governative, non vi sono costi connessi al processo.

Ispettori del Ministero dell’Ambiente e dell’Alimentazione verificano che la produzione biologica sia condotta in conformità delle norme. Tutti gli allevamenti biologici, i fornitori e le aziende alimentari biologiche sono ispezionate dagli ispettori governativi almeno una volta all’anno».

Anche per quanto riguarda i consumi, la Danimarca è da anni al vertice, con una spesa media pro capite che nel 2019 ha toccato i 402 euro all’anno, contro i 54 dell’Italia. «Oltre l’80% dei Danesi compra biologico: conosce perfettamente l’etichettatura distintiva e ne riconosce il valore aggiunto, soprattutto in termini di rispetto e tutela ambientale e di benessere animale» continua Mette Gammicchia. «In Danimarca si registra una crescita di tutte le categorie di prodotti biologici: i consumatori di solito iniziano con gli alimenti di base come il latte, le uova e gli ortaggi, prima di passare ad altri gruppi di prodotti più costosi. Oggi il totale delle vendite bio si aggira intorno ai 2,3 miliardi di euro».

La maggior parte delle vendite di prodotti bio (l’81%) avviene attraverso il commercio al dettaglio e on-line, sempre più diffuso; il resto avviene nella ristorazione fuori casa (15%) e in fattoria (4%). La grande differenza rispetto all’Italia risiede nel fatto che non ci sono negozi specializzati biologici, poiché i prodotti bio si trovano da più di vent’anni nella Grande Distribuzione e nei Discount, con una differenza di prezzo minima per la stragrande maggioranza delle referenze.

I consumi nel segmento “fuori casa” sono un driver significativo nel modello danese. Nel 2019 la crescita è stata dell’11%, portando così il fatturato a 349 milioni di euro. A ottobre 2020 3.340 locali hanno ottenuto l’Etichetta bio per la ristorazione (che misura la quota di ingredienti biologici usati in cucina)e le mense pubbliche e private sono il motore dell’organic way of life. Il bio, inoltre, è sinonimo di alta qualità, tanto che il numero di ristoranti danesi premiati dalle stelle Michelin è passato dai 12 del 2010 ai 35 del 2020. «La Danimarca è da tempo una meta gourmet e anche i locali ai vertici della gastronomia internazionale si contraddistinguono per un menu a base di cibo locale e biologico» conclude Mette Gammicchia.

 

Danish Crown: creiamo un futuro più sostenibile per il cibo

Simbolo del “modello danese” di successo nel settore delle carni non poteva che essere Danish Crown, il più grande produttore di carne suina in Europa. Costituitasi come cooperativa nel 1970, dall’ottobre 2010 è diventata una joint-stock company. I numeri di Danish Crown: 6.400 allevatori proprietari, 23.000 dipendenti, 9 miliardi di euro di fatturato, 19 milioni di suini macellati all’anno (365.000 alla settimana) e 500.000 bovini macellati all’anno. Nel 2019 il lancio del primo hamburger vegetale a base di piselli e barbabietole. «Come leader di mercato Danish Crown sente di avere la responsabilità di apportare un cambiamento in termini di produzione degli alimenti per un futuro più sostenibile» commenta Viktor Bekesi.

La scienza ha ampiamente evidenziato la necessità di trovare soluzioni più sostenibili per la produzione di carne e che abbiano un minor impatto sull’ambiente: una sfida che Danish Crown ha accolto e fatto propria, consapevole della difficoltà, dei costi e della lunghezza del percorso.

Un percorso che tutti gli “anelli della catena”, dai produttori ai consumatori, devono sostenere perché abbia successo. «L’obiettivo di Danish Crown è ridurre del 50% l’impatto climatico delle sue produzioni entro il 2030 e arrivare entro il 2050 ad ottenere un impatto climatico neutrale. Già dal 2019, ad esempio, il 90% dei suini consegnati ai macelli danesi provenivano da allevamenti con la certificazione di sostenibilità ambientale» prosegue Viktor Bekesi.

 

Massima trasparenza nel settore della carne suina in Danimarca 

Modificare il proprio modello produttivo non significa affatto diminuire la produzione di carne, in un mondo che vede la sua popolazione in crescita, bensì fare scelte differenti, trovare alternative e imparare a consumare le proteine animali in maniera consapevole e responsabile. «Tutti i nostri macelli sono aperti ai consumatori, alle scolaresche: il nostro è un modello di business trasparente» prosegue Bekesi.

La filiera biologica (Biologica e Biologica senza uso di antibiotici dalla nascita National Organic Program) e la filiera antibiotic free dalla nascita (Pure Pork) sono due delle espressioni dell’impegno di Danish Crown nella direzione della sostenibilità «Pure Pork è una filiera di cui siamo molto orgogliosi» commenta Viktor Bekesi. «I suini di questa filiera (380.000 l’anno circa) sono allevati senza antibiotici dalla nascita e durante il loro intero ciclo vitale». Gli allevamenti sono fattorie a conduzione familiare, nelle quali gli standard di benessere animale sono elevatissimi (gli standard di animal welfare in Danimarca sono già più alti rispetto al resto dell’Europa), con aree di riposo e ampi spazi dedicati e controlli veterinari giornalieri. Agli animali non viene dato nessun promotore della crescita e il mangime è esclusivamente vegetariano.

Per quanto riguarda la filiera biologica, Friland è il principale fornitore di carne biologica al mondo: 800 allevatori, per 20.000 bovini e 170.000 suini all’anno. Severi i principi da rispettare per farne parte: gli animali nascono e sono allevati in capanne all’aperto; scrofe e suinetti, che restano con la scrofa almeno fino a 7 settimane dal parto, hanno accesso illimitato ai pascoli; è vietato il taglio delle code e dei denti; il mangime è 100% biologico, privo di OGM e senza l’uso di pesticidi e fertilizzanti. «In Italia il mercato delle carni biologiche non vale molto a livello economico ma è un trend in crescita» commenta Viktor Bekesi. «Quella biologica resta una filiera più costosa, non accessibile a tutti i consumatori. Inoltre, la cultura del biologico deve ancora svilupparsi compiutamente nel mercato italiano: ha bisogno di tempo».

Gaia Borghi

 

>> Link: www.visitdenmark.it

www.danishcrown.com

 

 

Per B/Open digital oltre 800 operatori, 160 incontri e 70 buyer internazionali

B/Open, rassegna dedicata al Bio-foods & Natural self-care, nella sua prima edizione digitale ha ospitato una community di oltre 800 operatori, collegati nelle due giornate dell’evento e, fino al 30 novembre, 160 tra meeting e video call con la partecipazione anche di 70 buyer internazionali selezionati da Veronafiere e da ICE-Agenzia. In due giorni di manifestazione (23-24 novembre) sono stati organizzati 21 appuntamenti live, ai quali hanno partecipato 89 speaker, per un totale di 1.598 visualizzazioni del programma convegnistico, grazie a contenuti che hanno saputo coniugare gli aspetti istituzionali, di programmazione comunitaria, fino agli aspetti più tecnici e di taglio scientifico, in cui sono risultati evidenti gli sforzi delle imprese, degli enti certificatori e dell’Università in chiave di ricerca & Sviluppo. Non solo food, naturalmente, ma fari puntati anche sulla cosmesi e sul mercato degli integratori alimentari. Filo conduttore di B/Open la qualità degli eventi, rivolti esclusivamente a un pubblico professionale, addetti ai lavori, stampa, e la finalità business. Anche per la rassegna del 2021, in programma nelle giornate del 90 e 10 novembre, sarà previsto l’affiancamento on-line della piattaforma, così da offrire un’ulteriore formula di business.

>> Link: www.b-opentrade.com

 

Didascalia: lonza di suino, coppa e filetto a fette (250 grammi e 21 giorni di shelf-life): Pure Pork di Danish Crown è una filiera esclusiva nata per creare un futuro più sostenibile per la suinicoltura, con animali allevati in fattorie a conduzione familiare nel rispetto del loro benessere, antibiotic free dalla nascita. Il packaging dei prodotti è in vaschette skin pack composte da plastica riciclata e cartoncino riciclabile al 100%.

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