Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 1, 2021

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 118)

Esplorazioni nella savana

Teen Dream, Beach House

Una copertina zebrata, bianco su bianco, senza strisce nere. Variazioni di tono da non confondere con un tentativo di mimetismo, perché alludono più ad una nuova specie, una dichiarazione di diversità.

Non sopporto lo stile Animalier e non ho avuto occasione di assaggiare carne di zebra, ma questo non mi impedisce di considerare “Teen Dream” come uno degli album migliori a firma Beach House. A scanso di equivoci, la carne di questo equide che si trova in commercio proviene quasi esclusivamente da allevamenti allo stato brado in Africa, che rispettano tutte le normative. Ha un sapore delicato e colpisce per la sua morbidezza. Non è semplice paragonarla alle carni tradizionali considerata la sua unicità, anche se un allevatore italiano in Zimbabwe la definisce con un gusto che richiama la dolcezza del cavallo assieme al selvatico del cinghiale.

Due sono anche le anime del gruppo di base a Baltimora, punto d’incontro di Victoria Legrand, parigina cresciuta a Philadelphia, nipote del compositore Michel e figlia della cantante Christine, con lo studente di biologia Alex Scally. Terzo disco in sei anni, dopo l’omonimo del 2006 e “Devotion” nel 2008, arriva con un carico di aspettative non indifferente. Non è un caso che esca per la Sub Pop Records, etichetta celebre ai più per fondamentali dischi di matrice rock e noise tra gli anni Ottanta e Novanta, ma in realtà capace di dare voce a realtà importanti in maniera trasversale soprattutto dopo il Duemila.

Quello che è stato raccontato fino ad ora è un immaginario fortemente definito nel suo essere etereo. Una contraddizione che racchiude una connessione molto forte con un mondo armonico e sognante, che può però risultare ingombrante e difficile da gestire. Perché si deve evitare di cadere nella noia della ripetizione, ma allo stesso tempo nemmeno creare una frattura insanabile con se stessi inseguendo un cambiamento forzato. È un discorso che non vale solo per una questione di successo commerciale, ma soprattutto per se stessi. Mi rendo conto di risultare perlomeno naïf, ma nell’universo della musica indipendente una dose di romanticismo è fisiologica.

Ecco allora che “Teen Dream” è un titolo scelto con cura, consapevole della sua importanza. Coscienti di essere in quel momento di crescita in cui senti di voler fare grandi cose e il rischio di sbagliare non ti spaventa a tal punto da impedirti di provare. Riesce così a non essere la stanca continuazione del suo predecessore, ma una virtuosa reinvenzione del viaggio onirico che ogni ascoltatore è invitato a fare. È un’esplorazione dal sapore retro-futurista costruita dal dialogo tra melodia, espressa senza riserve, e testi ambigui che si prestano a più interpretazioni e quindi strettamente personali. Mondi fino al momento dell’ascolto solo immaginati, illuminati dalle conversazioni tra i synth e la voce della Legrand, vividi e intensi. Le strade che li percorrono sono intersezioni che giocano con le scale armoniche e conducono a soluzioni pop limpide nella loro consistenza.

Si comincia proprio con Zebra, ad evidenziare il forte legame tra artwork e identità del disco, partendo dal carattere della copertina. L’intero del gatefold è composto da scritte col rossetto a marcare il territorio: la tracklist su sfondo nero, i nomi della band e dell’album su sfondo bianco. Arpeggi che luccicano, la tastiera che li abbraccia, una grancassa a doppio tempo e lo schianto dei piatti. Tutto si interseca in una melodia che sa di passato, di qualcosa che arriva da lontano e che non bisogna dimenticare. È facile non smarrirla, perché è rapida a farsi intima anche quando cerca di fuggire via, in un finale che si apre ad una fuga verso la libertà solo poi per fare ritorno.

La meraviglia non è ancora scemata che si incontra Silver Soul, perfetto jangle pop al rallentatore, su cui la ritmica, minimale ma onnipresente, invita a farsi cullare. Un giro circolare che come una dinamo carica un’energia che invece di esplodere viene rilasciata in controllo, irradiandosi come onde.

Scenari che cambiano rapidamente in Norway, quando dal principio di un semplice pattern si passa al vivido dinamismo di batteria e chitarra elettrica, che assieme al sospiro della Legrand aumentano le battute. L’ingresso della prima strofa invece di esaltare questo crescendo inaspettatamente lo placa.

Questo disorientamento si concretizza attraverso un prolungato slide che si sviluppa avanti e indietro come fosse un elastico sonoro. Come se questo venisse tagliato di netto, il brano si carica di una dissonante solarità e questo gioco melodico la carica di simbolismo all’interno non solo del disco, ma del percorso della band. Viene scelto come singolo ad anticipare “Teen Dream”, una sorta di manifesto di emancipazione dal passato.

Da un gioco di specchi e distorsioni si isola la malinconia vestita di chanson di Walk In the Park, perfetta nel farsi canzone su quella sorta di drum machine da quattro soldi che i due usano in maniera eccelsa per raccontare la solitudine, i rimpianti che ancora non sono stati curati e cercano pace. Strofe increspate, come spinte l’una dall’altra, esplodono in un coro in totale antitesi con lo spleen del brano.

Eccolo il momento in cui da un dolore rassegnato si passa ad una supplica ansiosa e il brano si libera, trovano una luce nuova. Il tamburo e l’accordo di piano che sorreggono Used To Be evolvendosi in una sorta di synth folk sanno invece di armonia nell’accettare qualcosa che è passato.

Il cammino intrapreso in questo disco di cui parlavo sopra si riconosce soprattutto nella freschezza compositiva di Lover Of Mine. Si aprono distanze e panorami sonori che prima erano solo accennati. È un cambio di prospettiva che non sminuisce quello che è stato fino ad ora, ma che dichiara una nuova consapevolezza. Quasi come se più idee di canzoni si svelino in armonia tra loro, in un ideale rimpiattino a cui è bello giocare.

Anche nella seguente Better Times si continua ad esplorare, stavolta atmosfere 60’s che nelle caratteristiche del duo di Baltimora si compiono sognanti e surreali, nuove e contemporanee.

Siamo nel nucleo del processo di emancipazione di Beach House, che chiudono questa sequenza manifesto con 10 Mile Stereo. Una cavalcata psichedelica che sa di urgenza e libertà. Una progressione immediata e corale, tra synth e bassi consequenziali, dritti e portati a velocità inedite dove la voce decisa ma dolce di Victoria non si perde ma si integra senza caricarsi di responsabilità fino ad ora assunte in uno scambio a volte impari.

Davvero un cambio di direzione palese è voluto, esibito non a caso in successione all’interno della tracklist dell’album. Quasi un percorso in cui il primo disco accoglie su coordinate familiari mettendo l’ascoltatore in una zona di conforto e poi suonando il secondo vinile lo porta ad apprezzare nelle condizioni migliori un nuovo approccio e nuova consistenza. Ecco che allora trova ancora più senso il finale affidato al ritorno.

Ritorno alla matrice dell’immaginario sonoro di Beach House, raccontato in album come Devotion e soprattutto nell’omonimo esordio. Un brano nudo, quasi totalmente acustico ad eccezione di una chitarra elettrica che urla una nota sullo sfondo: Real Love è soprattutto la migliore performance vocale della Legrand. C’è un momento, all’inizio del brano, quando il pianoforte suona accordi che tendono al gospel (cosa impensabile prima di questo disco) in cui la sua voce spinge dentro fin a farsi roca. È così intensa da sembrare materia, una concretezza che si fa empatia.

Manca un ultimo brano e la chiusura del disco è affidata al carillon di Take Care, una nenia antica ed eterea, abbraccio confortante, il ritorno a casa dopo l’avventura di aver camminato in luoghi nuovi.

“Teen Dream” è un disco necessario e coraggioso, due cose che non sempre sono collegate. Necessario perché non c’era più spazio per un lavoro, per quanto ben scritto, che avesse le stesse forme espresse nei suoi predecessori. Una formula che avrebbe portato prima ad ascolti distratti e poi alla noia. Ma questa consapevolezza senza coraggio non avrebbe portato a nulla, se non ad aggiungersi alle innumerevoli band dimenticate dal pubblico o implose nella ripetitività.

A marcare ancora di più questa urgenza espressiva la presenza di un DVD contenente i video realizzati per ogni brano da diversi registi. Allegato che ho trovato interessante in alcuni episodi più di altri, ma che in linea generale non mi ha entusiasmato.

L’esperienza dell’ascolto di questo album è foriera di suggestioni così vivide da considerare quelle esterne quasi come accessorie. Sicuramente è l’occasione per conoscere e riconoscere il lavoro di artisti multimediali che arricchiscono di fatto un lavoro molto intenso.

Che un disco di transizione, un ibrido composto da brani legati ad un passato comunque recente e da altri invece capaci di mostrare una luminosa deviazione riesca a creare una connessione così forte con l’ascoltatore non è assolutamente scontato. Quello che accadrà due anni dopo con “Bloom” sarà il compimento di un processo che senza questo “sogno adolescenziale” non avrebbe avuto possibilità di realizzarsi.

Giovanni Papalato

 

Altre notizie

 

50 World’s Best Foods by CNN: nel giro del mondo del gusto hamburger e pizza napoletana mettono sempre tutti d’accordo

Per stimolare la conoscenza delle tradizioni alimentari anche attraverso il viaggio, dal 2011 la redazione della CNN dedicata al turismo coinvolge in un sondaggio i propri lettori che sono chiamati a votare i loro cibi più amati. L’ultimo elenco dei 50 World’s Best Foods, aggiornato a fine 2020, è un vero e proprio giro del mondo del gusto, frutto indubbiamente della storia gastronomica americana, influenzata e contaminata da culture straniere. Sebbene manchino tanti prodotti italiani di eccellenza, la lista è molto variegata, con cibi e piatti vietnamiti, indiani, venezuelani, giapponesi, cinesi, ma anche prodotti appartenenti alla cultura tipicamente americana come popcorn, ketchup e ciambelle. A spopolare rispetto a tutte le altre cucine è però la tradizione culinaria del Sud-Est asiatico. La nota classifica di CNN Traveller dei “migliori cibi al mondo” è stata appena aggiornata confermando la presenza del Prosciutto di Parma (stabile al 31º posto), le lasagne (23º posto) e sul podio, in seconda posizione, la pizza napoletana. Tantissimi i piatti di carne. Uno su tutti? L’hamburger, che si trova al 6º posto della 50 World’s Best Foods. Che sia per una cena informale tra amici o in famiglia, o in un barbecue o al ristorante, il burger piace sempre.

 

Didascalia: Giovanni Papalato, photo © Lucio Pellacani.

Photogallery

Eurocarni
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Eurocarni:
Euro Annuario Carne
La banca dati Europea del mercato delle carni sempre aggiornata, utile strumento di lavoro per gli operatori del settore lavorazione, commercio e distribuzione carni.