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Eurocarni nr. 9, 2020

Rubrica: Analisi
Articolo di Mossini A.
(Articolo di pagina 114)

Emilia Romagna, l’export agroalimentare nel 2019 ha incassato un +4,7%

Gli effetti della pandemia condizioneranno l’andamento di quest’anno, «ma i nostri fondamentali sono solidi e lo hanno dimostrato» ha dichiarato l’assessore Alessio Mammi alla presentazione del Rapporto agroalimentare. «Adesso la grande partita si giocherà sulla Pac 2020-2027»

Per la prima volta, in 27 anni, la presentazione del Rapporto Agroalimentare dell’Emilia-Romagna si è tenuto in streaming. Un inedito dovuto alle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria Covid-19 che non solo ha procrastinato rispetto al passato la data del convegno, solitamente fissata a maggio e quest’anno invece rimandata al 27 luglio, ma soprattutto ha impedito al consueto e numeroso pubblico composto da stampa e addetti ai lavori di parteciparvi in presenza. Lo ha ricordato nel suo intervento introduttivo il presidente di Unioncamere Emilia-Romagna, Alberto Zambianchi, l’ente che esattamente da 27 anni, insieme alla Regione Emilia-Romagna, elabora il Rapporto.

 

Le conseguenze del Covid-19

Impossibile non partire con una profonda riflessione sulla situazione che anche a livello globale è stata determinata dalla pandemia. «Nello scorso mese di gennaio — ha dichiarato Zambianchi — il Fondo monetario internazionale prevedeva a livello globale un aumento del Pil (Prodotto Interno Lordo) pari al 3,3%. Solo sei mesi dopo, quindi a giugno, il segno più si è trasformato in meno e la previsione parlava di un –4,9%. Uno tsunami che ovviamente non ha risparmiato l’Emilia-Romagna, costretta a fare i conti con una previsione che per il 2020 vede il Pil a –10,6%, a cui nel 2021 seguirà una parziale ripresa calcolata in un +6,8%. Un contesto che ai dati negativi unisce inevitabilmente la preoccupazione per il futuro, in cui però il comparto agroalimentare è visto come uno dei pochi a soffrire meno di altri, soprattutto se guardiamo all’export, che nel primo trimestre di quest’anno ha incassato un +8%».

Nel suo intervento, il presidente di Unioncamere Emilia-Romagna ha ricordato che la Plv (Valore della Produzione Agricola regionale) nel 2019 si è ridotta a 4,2 miliardi di euro dopo quattro anni di crescita costante, ma ha anche sottolineato il positivo dato dell’export, che ha registrato un +4,7% rispetto all’anno prima.

«Per far fronte ad un futuro incerto e senza dubbio complicato — ha rimarcato — Regione Emilia Romagna e Camere di commercio, attraverso i Confidi e gli Agrifidi, hanno messo a disposizione delle imprese ingenti risorse per rispondere alle esigenze di liquidità e alle spese legate all’ordinaria gestione aziendale, un’iniziativa che abbiamo adottato per valorizzare anche sui mercati esteri le straordinarie eccellenze del territorio e che si inserisce in una consolidata partnership tra Regione e Unioncamere».

 

Export miliardario

Tutti concordi nel considerare l’epidemia da Covid-19 un sostanziale spartiacque tra un prima e un dopo emergenza sanitaria, non vi è alcun dubbio che sul futuro del settore primario peseranno le fondamenta costruite nel passato e le politiche agricole europee oggi in discussione, ad iniziare dalla Pac 2020-2027 che, con ogni probabilità, entrerà in vigore il 1º gennaio 2023, dando vita fino ad allora ad un periodo di transizione in cui vengono confermate la proroga del regime dei pagamenti a tutto il 2022 e le regole attualmente in vigore.

«L’aumento del 4,7% dell’export agroalimentare regionale registrato nel 2019 — ha sottolineato l’assessore regionale all’Agricoltura, Alessio Mammi — superiore a quello nazionale fermo ad un +3,7% e che si traduce in un valore totale di 6,8 miliardi di euro, si associa all’incremento dell’occupazione, +3%, che vuol dire 72.000 lavoratori in più sul 2018 con una componente femminile vicina al 30%. Non solo. Abbiamo chiuso l’anno con un saldo positivo a bilancio di 200 milioni di euro e un grado di insolvenza del 4% che è molto inferiore a quello registrato negli altri comparti produttivi e ancora di più se raffrontato a quello nazionale. Tutto bene quindi? No, anche se quell’8% di export incassato nel primo trimestre di quest’anno dimostra la solidità dei nostri fondamentali e la capacità di creare occupazione, i contraccolpi legati all’emergenza sanitaria, nonostante il comparto non si sia mai fermato, ci sono stati con un innalzamento dei costi produttivi, alcune speculazioni e il crollo delle vendite destinate al settore Ho.re.ca. Ma non è bastato. I danni causati dalle conseguenze dei cambiamenti climatici caratterizzate prima dalla siccità e poi dalle gelate primaverili e quelli legati alle nuove patologie, prima fra tutte l’infestazione nell’ortofrutta della cimice asiatica, ci dicono chiaramente che i trend del passato non ci possono dare certezze, al contrario ci obbligano a un impegno costante e se possibile maggiore. La Regione, oltre ad aver contribuito alla costruzione e alla definizione delle misure di intervento previste dal Governo, ha adottato iniziative di semplificazione e flessibilità sugli adempimenti amministrativi e sulle scadenze, ma ha anche cercato di mobilitare tutte le risorse ancora disponibili sui Psr e sull’Ocm, tant’è vero che con il bilancio regionale siamo riusciti ad abbattere i tassi di interesse sui prestiti di conduzione con uno stanziamento di 3,4 milioni di euro. Con l’assestamento di bilancio sono poi state stanziate ulteriori risorse, 3 milioni di euro, per interventi che riguardano gli aiuti forfetari ai 1.200 agriturismi della Regione; 1,5 milioni per il settore della barbabietola e ben 17 milioni di euro per il lattiero-caseario».

 

Regioni fondamentali

Mammi ha poi voluto dedicare una riflessione alla nuova Pac e a quanto si sta discutendo nelle sale istituzionali di Bruxelles. «La nuova Politica agricola europea dovrà tenere conto delle richieste dei vari Paesi membri — ha affermato — perché davanti ha un compito storico. Di salute e di cibo non si può fare a meno e senza la tutela di questi due pilastri non ci possono essere prospettive di futuro. È per questo che il settore agroalimentare va sostenuto e i Psr (Programmi di Sviluppo Rurale, NdR) rappresentano lo strumento più efficace per sostenere il reddito e la produttività delle aziende accompagnandole verso la transizione ecologica: uno degli elementi cruciali della nuova Pac che racchiude peraltro una grande incertezza legata al ruolo che avranno le Regioni, fino a oggi protagoniste per i monitoraggi e le analisi necessarie a un corretto stanziamento dei fondi. Se l’idea dovesse essere quella di marginalizzarle a causa di un mancato utilizzo degli stanziamenti da parte di alcune, sarebbe un grave errore perché la centralizzazione non risolverà questo problema. I mesi che abbiamo davanti — ha concluso l’assessore — ci impegneranno su tre fronti. Il primo riguarderà il futuro dei Psr, perché dovremo decidere quali saranno le priorità che li guideranno concentrando le risorse sugli asset più strategici; il secondo fronte riguarderà gli interventi per garantire un maggiore sostegno a determinate filiere; il terzo investirà la semplificazione amministrativa e procedurale rispetto alla quale interverremo su quello che è di nostra competenza».

Anna Mossini

 

Ancora

 

Speso il 93% delle risorse legate ai Psr

Il sostegno ai redditi degli agricoltori ha confermato l’importanza delle politiche europee. Giunto ormai alla fine, il bilancio del Programma di sviluppo rurale 2014-2020 targato Emilia-Romagna parla di risorse messe a bando per un importo superiore a 1.120 miliardi di euro, pari al 93% di tutta la dotazione disponibile per l’intero Psr con la pubblicazione di 417 bandi che hanno coinvolto una platea di oltre 23.000 beneficiari, di cui 2.700 giovani e quasi 4.500 donne. I contributi concessi hanno superato il miliardo di euro, cioè quasi l’85% delle risorse disponibili: 420 milioni sono andati alla competitività, 474 milioni all’ambiente e al clima e 97 milioni allo sviluppo del territori. Riguardo la quota export va ricordato che circa l’80% è destinato all’area Ue, con la Germania in testa per il 17,37%, seguita dalla Francia (14,11%), a cui si aggiungono Stati Uniti con l’8,04% e il Regno Unito (7,38%). In regione, la provincia in cima alla lista per prodotti esportati è quella di Parma con un controvalore di 1,79 miliardi di euro; segua a ruota Modena con 1,33 miliardi; Ravenna (783 milioni); Reggio Emilia (637 milioni); Bologna (circa 628 milioni); Forlì-Cesena (592 milioni); Piacenza (437 milioni); Ferrara (398 milioni) e infine Rimini con 236 milioni di euro.

A. Mo.

 

Nota: photo © Naeblys – stock.adobe.com

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