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Eurocarni nr. 9, 2020

Rubrica: Meat webinar
Articolo di Mossini A.
(Articolo di pagina 62)

Produrre carne bovina è sostenibile: lo afferma il mondo scientifico

L’Accademia dei Georgofili ha organizzato una web conference durante la quale, su un tema particolarmente spinoso e oggetto di campagne mediatiche molto aggressive, si sono confrontati alcuni tra i maggiori esperti. Troppe le informazioni fuorvianti indirizzate all’opinione pubblica. La scienza deve avere l’ultima parola

Qual è il rapporto tra produzione di carne bovina e sostenibilità ambientale? Quale, nel comparto, il ruolo della ricerca e dell’innovazione tecnologica? Il tema è attuale, scottante. E se, come afferma il vicepresidente dell’Accademia dei Georgofili, Pietro Piccarolo, «la pandemia ha permesso di far conoscere all’opinione pubblica la voce autorevole della scienza», è altrettanto vero che «la carne non deve essere vista come un pericolo, bensì come una risorsa».

Di carne, della sua sostenibilità produttiva, del ruolo della ricerca e dell’innovazione tecnologica che la riguarda si è parlato di recente nel corso di una web conference alla quale hanno partecipato i più autorevoli docenti di diversi atenei nazionali coordinati da Bruno Ronchi dell’Università di Viterbo, il quale, riprendendo l’affermazione di Piccarolo, ha voluto puntualizzare l’esigenza «che l’opinione pubblica sia guidata dalle informazioni scientifiche, da dati veri, riconosciuti, e che l’allevatore possa essere messo nella condizione di fare reddito salvaguardando il territorio, la biodiversità, mantenendo quel suo ruolo di custode, oltre che del territorio, di un patrimonio zootecnico spesso costituito da razze autoctone.

La convinzione diffusa che le filiere bovine siano le maggiori responsabili di un negativo impatto ambientale è purtroppo molto diffusa — ha rincarato — tant’è vero che molti organi di informazione, ciclicamente, e con diversi articoli, suggeriscono la forte riduzione di consumo di carne o addirittura la sua sostituzione.

La realtà però non è esattamente questa ed è giusto tentare di riportare il dibattito dentro ad un confine scientifico e tecnologico in grado di mettere in luce quanto oggi conosciamo sul reale impatto che le filiere bovine da carne italiane hanno sull’ambiente perché non mancano, sono numerose e, soprattutto, sono applicate le buone prassi di sostenibilità, peraltro in continua evoluzione, grazie ad un’incessante attività di ricerca che ci permette di delineare già oggi gli scenari futuri».

 

Le fake non sono smart

Entriamo allora nel mondo delle fake news che, secondo Giuseppe Pulina dell’Università di Sassari, «da una decina d’anni stanno mettendo sotto accusa la carne bovina per le sue presunte ricadute sull’ambiente, perché ritenuta responsabile di alcune patologie e anche perché considerata proveniente da allevamenti dove non esiste il benessere animale. Si tratta di convinzioni che purtroppo nell’opinione pubblica hanno creato un insieme di paradigmi difficili, se non impossibili in qualche caso, da sradicare. Quando parliamo di fake news — ha continuato Pulina — dobbiamo suddividerle in due filoni: quello della disinformation e quello della misinformation.

Parliamo di misinformation quando sentiamo affermare che la carne, secondo uno studio condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), provoca il cancro. Un’affermazione che va corretta con una risposta più esaustiva.

L’OMS, attraverso la IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha analizzato il rischio di sviluppare un solo tipo di cancro, quello al colon-retto, sulle 156 neoplasie conosciute, in relazione ad un consumo eccessivo di carne, che in America è ben superiore a quello italiano. Ebbene, il rischio assoluto è inferiore all’1%, percentuale quindi trascurabile.

Parliamo invece di disinformation quando si afferma, ad esempio, che i prodotti animali contengono antibiotici che contribuiscono a innescare nell’uomo il fenomeno dell’antibioticoresistenza. Tuttavia, da oltre un decennio è vietato l’uso di antibiotici in allevamento a scopo preventivo, mentre è autorizzato solo come terapia e profilassi dell’animale a condizione che venga prescritto dal veterinario. Nelle oltre 44.000 analisi condotte in Italia nel 2017 dalle autorità competenti per la valutazione dei residui di trattamenti farmacologici su animali produttori di derrate alimentari solamente 39 sono risultate positive. Gli esempi potrebbero continuare e purtroppo le false narrazioni che somigliano a notizie, costruite deliberatamente per fuorviare o peggio ingannare il lettore, spesso centrano il loro bersaglio».

 

Il “peso” delle emissioni

Quando si parla di impatto ambientale si deve parlare necessariamente delle emissioni di gas serra, denominate anche Carbon footprint, il cui incremento, come ha spiegato Giacomo Pirlo del Crea, «determina l’innalzamento delle temperature. Nel nostro Paese sono state effettuate diverse stime della Carbon footprint prodotta da allevamenti di bovini da carne con risultati molto variabili e oscillanti da 9,9 a 26 kg di CO2 equivalente a seconda del metodo adottato e del tipo di allevamento.

Gli studi fin qui condotti — ha sottolineato Pirlo nel suo intervento — hanno anche evidenziato che è possibile ridurre le emissioni aumentando il sequestro di carbonio. La ricerca non si ferma e l’orientamento degli studi si dirige verso l’analisi delle varie cause di variabilità, come il tipo genetico e il sistema di allevamento, ma anche su altre categorie come il consumo di acqua e la biodiversità per estendere l’analisi all’intera filiera.

Per delineare un quadro completo sarà comunque importante indagare anche sull’impatto ambientale causato dalla produzione di latte, di carne suina e avicola; questo ci permetterà di avere a disposizione una maggior mole di dati attraverso i quali effettuare verifiche consequenziali al fine di individuare le scelte da compiere per migliorare le prestazioni ambientali.

Infine, ma non certo per importanza — ha concluso Pirlo — dovrà essere integrata nei metodi utilizzati la dinamicità di alcuni fenomeni come il sequestro di carbonio del suolo e l’evoluzione nella durata della perturbazione della temperatura atmosferica differente tra i gas ad effetto serra».

 

Ripristinare la verità

Per Mauro Antongiovanni dell’Università degli Studi di Firenze è urgente «ripristinare la verità», perché le troppe fake news in circolazione colpevolizzano ingiustamente il settore della carne bovina, accusato di provocare il surriscaldamento globale e diffondere pandemie. Riguardo il primo, è ormai accertato che la causa origina dai gas serra e dalle polveri sottili: anidride carbonica, metano e ossidi di azoto. In base ai più recenti studi condotti dalla FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), la produzione energetica derivante da fonti fossili è la maggiore responsabile del rilascio di anidride carbonica in atmosfera con una percentuale dell’83%, mentre tutte le attività agricole contribuiscono per un più modesto 7%».

Ma com’è distribuito a livello globale il contributo degli allevamenti zootecnici nella produzione di gas serra? «Il continente che produce più emissioni — ha scandito Antongiovanni — è l’America centro-meridionale dove, a causa della deforestazione selvaggia in atto, l’attività fotosintetica delle piante è fortemente limitata: l’impatto stimato infatti parla di 1735 milioni di tonnellate di CO2 equivalente l’anno.

A seguire troviamo la Cina e il Sud-Est Asiatico con 1074 milioni/t, mentre il Nord America contribuisce per 684 milioni/t e l’Europa occidentale per 602 milioni. Passando all’Africa del nord e a quella Sub-sahariana la cifra si ferma a poco più di 700 milioni/t/anno.

Per precisione va detto che in America latina e in Nord America prevalgono gli allevamenti bovini mentre in Cina e nel Sud-Est Asiatico quelli suinicoli e avicoli. Se consideriamo poi l’aspetto legato alla diffusione dei virus, proprio il più recente rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) del 2018, conferma che l’inquinamento atmosferico più subdolo e pericoloso per questo tipo di diffusione è il particolato che vede nel riscaldamento domestico e industriale il maggiore responsabile con una quota del 37%, mentre gli allevamenti e le colture ad essi collegate contribuiscono per un più contenuto 17%.

Dovremmo allora affermare che il settore zootecnico, e quello da carne in particolare, non ha nessuna responsabilità? No — è stato il pensiero conclusivo di Antongiovanni — perché l’obiettivo deve essere sempre quello di migliorare attraverso gli strumenti che il progresso scientifico e tecnologico ci mettono a disposizione. Alimentazione, gestione dei liquami, salute e benessere animale sono gli aspetti sui quali si lavora da tempo con ottimi risultati e sui quali si continuerà a lavorare per ottimizzare sempre più le performance e ridurre ulteriormente le attuali percentuali emissive.

Il blocco della circolazione dei veicoli e di una parte delle attività commerciali vissuto durante il lockdown ha evidenziato attraverso le rilevazioni satellitari una significativa diminuzione dei gas serra e delle polveri sottili. Il settore zootecnico, come sappiamo, non ha subito il medesimo blocco. Credo che su questo occorra riflettere».

 

Più cibo meno risorse

Produrre di più utilizzando meno risorse. È questo lo scenario al 2050 per il nostro pianeta che sarà abitato da circa 9 miliardi di persone a fronte dei 7,7 attualmente stimati. «La richiesta di carne bovina è in crescita e continuerà a esserlo a livello mondiale» ha spiegato nel suo intervento Marcello Mele dell’Università di Pisa. «Parte da qui l’esigenza di pensare a sistemi produttivi alternativi, rispetto ai modelli applicati negli ultimi 70 anni, che garantiscano sia la sostenibilità del processo produttivo sia la quantità di carne necessaria per garantire la sicurezza alimentare del pianeta. È qui che si inserisce il concetto di intensificazione sostenibile, un approccio spesso criticato perché i valori assegnati ai due termini non sono sempre comparabili.

Attualmente si pensa di avvicinare i modelli di intensificazione sostenibile ai principi dell’agroecologia, definendo un sistema produttivo che riduca l’impronta ambientale, supporti le economie rurali e migliori la disponibilità di nutrienti per l’uomo e il benessere degli animali. L’obiettivo, quindi, è quello di far convergere intensificazione sostenibile e agroecologia considerate attualmente due diverse forme della modernizzazione ecologica dell’agricoltura.

I sistemi integrati agroforestali prevedono la coltivazione sulla stessa superficie agraria di colture arboree e erbacee con la possibilità di inserire anche l’allevamento di animali per sfruttare le risorse foraggere. Questi sistemi favorirebbero:

  • il miglioramento della sostenibilità ambientale perché mitigano le emissioni e contrastano i fenomeni erosivi;
  • il benessere animale perché conferiscono conforto termico al bestiame garantendogli un miglior adattamento agli eventi climatici estremi;
  • la qualità nutrizionale dei prodotti.

Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, è fondamentale l’investimento nella ricerca scientifica per acquisire tutte le conoscenze necessarie a costruire i modelli di agroforestry più adatti alle condizioni pedo-climatiche italiane, in grado di garantire realmente una intensivizzazione sostenibile dei processi produttivi e mantenere alta la competitività delle aziende agricole italiane».

Anna Mossini

 

Didascalia: la richiesta di carne bovina è in crescita e continuerà a esserlo a livello mondiale. Ecco perché di carne, della sua sostenibilità produttiva, del ruolo della ricerca e dell’innovazione tecnologica che la riguarda è importante parlarne (photo © Prostock-studio – stock.adobe.com).

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