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Eurocarni nr. 7, 2020

Rubrica: Webinar
Articolo di Mossini A.
(Articolo di pagina 40)

Così la zootecnia italiana si prepara a vivere il dopo Covid-19

Durante il periodo di lockdown l’intero comparto ha dimostrato grande senso di responsabilità, garantendo con regolarità gli approvvigionamenti alimentari. Questo però non gl ha impedito di essere travolto da una crisi che sta mettendo a dura prova la sua tenuta. Le voci dei vari attori della filiera si sono confrontate sulle prospettive future

«Chi produce e alleva animali deve essere rispettato per il ruolo strategico che ricopre». François Tomei, direttore di Assocarni, punta il dito sull’importanza strategica del settore zootecnico ai tempi del coronavirus. Lo ha fatto durante un webinar, “La filiera agroalimentare ai tempi del coronavirus: prospettive future a seguito dell’emergenza”, organizzato da MSD Animal Health, che ha raggruppato i principali esponenti delle diverse filiere zootecniche nazionali alle prese con la necessità di fronteggiare una crisi senza precedenti e che implica anche il rilancio del comparto. Sgombrando il campo da qualsiasi equivoco scaturito a seguito di alcune dichiarazioni comparse sugli organi di stampa nazionali, Sergio Rosati, docente presso il Dipartimento di Scienze veterinarie all’Università di Torino, ha sottolineato che le specie zootecniche non si ammalano di coronavirus Covid-19, non producono anticorpi e quindi non hanno nessuna responsabilità nella diffusione del virus. «Stiamo combattendo contro un virus esclusivamente umano — ha ricordato — quindi gli alimenti che mangiamo sono completamente privi di pericolosità. Gli studi scientifici condotti dimostrano che nessuna delle 35 specie zootecniche presenta anticorpi nei confronti di questo virus, il che certifica, se ce ne fosse ancora bisogno, che non hanno nessuna responsabilità epidemiologica».

Consapevolezza e responsabilità
Una doverosa precisazione, dopo che da più parti era stata avanzata l’ipotesi che la diffusione del coronavirus fosse addebitabile anche agli allevamenti zootecnici, soprattutto quelli intensivi. «Ci stiamo affacciando ad una fase in cui non sappiamo come spenderemo l’esperienza vissuta nei mesi immediatamente successivi all’esplosione dell’emergenza sanitaria» è intervenuto François Tomei. «Sappiamo che la ripartenza sarà molto difficile, perché registreremo molto presumibilmente un calo dei consumi domestici e del food service in generale, già gravato dagli effetti causati dalla chiusura del canale Ho.re.ca. a cui era destinato il 30-40% della produzione di carne; per non parlare dell’export, che sta timidamente riprendendo ma che è tuttora costretto a fare i conti con l’impatto devastante subito a causa della chiusura delle frontiere. Abbiamo affrontato un periodo molto duro perché lavorare durante il lockdown non è stato facile; al contempo, eravamo consapevoli di dover garantire cibo alla popolazione, una responsabilità di cui abbiamo sentito tutto il peso e che abbiamo cercato di gestire al meglio delle nostre potenzialità. È stata una prova dura e difficile da superare, una sfida non ancora finita perché siamo solo usciti dalla fase più emergenziale» ha concluso Tomei. «Ci attendono mesi molto impegnativi in cui non verranno a mancare il nostro impegno e la nostra professionalità, anche per questo ritengo che chi produce e alleva animali deve essere rispettato per il ruolo strategico che ricopre».

Suini in crisi profonda
Grave e profonda la crisi che sta attraversando il comparto suinicolo, passato da quotazioni di poco superiori a 1,50 €/kg incassate nella prima metà di marzo a poco più di 1 euro delle settimane di maggio. «Le imprese stanno subendo effetti molto pesanti» ha dichiarato Davide Calderone, direttore di ASS.I.CA. «Le macellazioni sono diminuite di circa il 25%, a causa delle numerose assenze del personale dovute più al timore di ammalarsi che a casi di contagio, a cui si uniscono le difficoltà dei prosciuttifici a ritirare le cosce da stagionare perché i consumi sono al palo. Le buone quotazioni che hanno garantito una considerevole redditività agli allevatori per oltre un anno e mezzo non hanno risolto problemi che con l’attuale crisi si sono ulteriormente acuiti. Da un iniziale aumento delle vendite dei salumi in vaschetta, a cui ha fatto da contraltare la contrazione di quelle al banco, siamo passati ora a un sostanziale rallentamento. Confidiamo che con la riapertura di bar e ristoranti si possa recuperare un po’ di quel 25% di produzione che è andata perduta con la chiusura del canale Ho.Re.Ca. durante il lockdown, allo stesso tempo contiamo nella fiducia del consumatore, al quale abbiamo sempre garantito una fornitura di cibo costante. L’Italia è il più grande esportatore di salumi al mondo, il comparto suinicolo è uno di quelli trainanti dell’agroalimentare made in Italy, non possiamo pensare di perdere un valore così importante per l’economia del nostro Paese». Ad un settore in profonda crisi come quello suinicolo fa un po’ da contraltare quello avicolo sul quale Covid-19, come ha ricordato nel suo intervento il direttore di UnaItalia, Lara Sanfrancesco, «si è abbattuto come un fulmine a ciel sereno; ciononostante, le aziende hanno dimostrato resilienza e, grazie all’elevato livello di professionalità raggiunto negli anni, hanno saputo accollarsi il peso della responsabilità garantendo approvvigionamenti costanti e ai massimi livelli qualitativi».

Crollo del “fresco”
Di un secondo semestre dell’anno difficile ha parlato Claudio Destro, vicepresidente Aia e amministratore delegato dell’azienda agricola Maccarese Spa, soffermandosi sul settore delle vacche da latte. «Le prospettive per l’immediato futuro ci preoccupano» ha affermato. «Prevediamo che i consumi di formaggi tenderanno a privilegiare i prodotti a basso costo che non appartengono ai nostri circuiti, ma anche la carne bovina, che importiamo per il 45% del fabbisogno, subirà la stessa sorte. Durante i mesi dell’emergenza il consumatore ha preferito orientarsi verso prodotti a lunga conservazione a iniziare dal latte, che nel segmento del fresco ha registrato un crollo del 90% a vantaggio dell’Uht. Abbiamo bisogno di un sostegno a favore delle aziende produttrici volto alla promozione del made in Italy, non lo chiediamo per l’industria ma per il settore primario: il rischio è che molte aziende siano destinate a chiudere e quando un allevamento chiude è un impoverimento per tutti».

Un marchio per la carne bovina italiana
Col marchio Consorzio sigillo italiano, utilizzato a partire dallo scorso novembre, la carne bovina stava conoscendo un momento di ritrovato vigore, tant’è vero che le ven­dite erano aumentate del 15%. «Oggi però le prospettive per gli allevatori non sono incoraggianti — ha sottolineato Giuliano Marchesin, direttore del Consorzio — soprattutto perché manca una forte aggregazione del settore anche a causa del 47% di carne importata dall’estero. Da questa consapevolezza è nata l’idea del marchio Consorzio Sigillo Italiano, uno strumento che a valle può certificare sistema di qualità, incentivando di riflesso la produzione dei ristalli e favorendo in concreto una seria riflessione sul tema dell’interprofessione. Il nostro impegno è costante per dare valore aggiunto al marchio, ma il dopo Covid-19 ci preoc­cupa: all’inizio dell’emergenza sanitaria le vendite andavano bene, oggi il prezzo sta subendo una contrazione di 0,10 €/kg». «La filiera agroalimentare non si è mai fermata grazie ai suoi 3,6 milioni di operatori» ha scandito Luigi Scordamaglia, coordinatore di Filiera Italia. «Dall’inizio dell’emergenza sanitaria abbiamo dovuto registrare una perdita del 30% del fatturato, il crollo del settore vinicolo (–40%), della mozzarella di bufala, il 35% in meno di salumi, a cui si aggiunge il rallentamento nelle aziende delle fasi produttive dovute all’adozione dei dispositivi sanitari. Oggi, con la riapertura di bar e ristoranti, possiamo confidare in una graduale ripresa, ma ciò che pesa in maniera molto determinante è la flessione dell’export, dovuta soprattutto alla chiusura dei nostri canali Usa, tedeschi e francesi, che da qui a fine anno stimiamo oscillerà tra il 13 e il 15%, percentuali che non vedevamo da vent’anni. Il quadro è obiettivamente preoccupante, ma attraverso azioni che vogliamo concordare con la Farnesina, alla quale chiederemo anche un valido sostegno, ritengo si possa guardare con moderato ottimismo al periodo di medio-lungo termine».
Anna Mossini

 

MSD Animal Health

MSD Animal Health, azienda leader mondiale nella salute animale (www.msd-animal-health.it), è impegnata a preservare e a migliorare la salute e il benessere degli animali attraverso la scienza, offrendo a veterinari, allevatori e proprietari di animali d’affezione la più ampia gamma di farmaci per uso veterinario, vaccini e soluzioni per la gestione della buona salute. MDS Animal Health è presente in più di 50 Paesi e i suoi prodotti sono commercializzati in circa 150 mercati. Coi suoi 25 siti produttivi e un network di 17 centri R&D dislocati a livello mondiale, la ricerca di MDS Animal Health include anche il settore chiave dei farmaci biologici, campo in cui è impegnata a combattere un’ampia gamma di patologie, tra le quali, in particolare, le zoonosi, malattie che colpiscono sia uomini, sia animali. In Italia, MDS Animal Health è presente a Milano con una filiale che conta 50 dipendenti, sul territorio con una forza vendita composta da 71 professionisti e ad Aprilia con un sito produttivo che annovera 92 dipendenti.

 

Le notizie infondate e fuorvianti vanno contrastate con efficacia

Durante il lungo periodo di lockdown determinato dalla pandemia Covid-19, il comportamento dei consumatori ha subito alcuni significativi cambiamenti rispetto a quanto avveniva prima. E non sempre positivi. Lo ha ricordato nel suo intervento Agostino Macrì, medico veterinario con una lunga e proficua attività scientifica alle spalle, oggi responsabile per la sicurezza alimentare all’Unione nazionale consumatori. «Il timore di non avere cibo a sufficienza nelle settimane a venire all’indomani della chiusura di tutte le attività ha indotto il consumatore a fare scelte non sempre oculate — ha affermato — inducendolo a riempire la dispensa di casa. Successivamente è uscita la notizia, infondata, che il virus fosse trasmesso anche dall’alimento, facendo emergere la difficoltà di spiegare/comunicare che gli alimenti non sono veicoli di malattie. Purtroppo la risposta del comparto agroalimentare non è stata sufficientemente efficace rispetto invece ad un certo tipo di informazione molto più aggressiva, analogamente a quanto andava fatto parlando di sicurezza alimentare. L’inefficacia delle risposte fornite da addetti ai lavori e non da scienziati super partes si è purtroppo rivelata un autentico autogol perché si è omesso di affermare un principio estremamente importante: le misure precauzionali adottate sono regolate da norme molto severe per evitare le tossinfezioni». (A. Mo.)

 

Didascalia: nella fase di emergenza sanitaria da Covid-19, durante la quale le persone sono state costrette a modificare i propri stili di vita, i consumi dei prodotti zootecnici nazionali hanno subito ripercussioni ascrivibili a quasi tutte le categorie.

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