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Eurocarni nr. 7, 2020

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 118)

Cacciatore di cervi

Halcyon Digest, Deerhunter

È la traduzione letteraria di “Deerhunter”, ma su questo torneremo più tardi. La carne di cervo, per questioni culturali e territoriali strettamente connesse, non è presente in maniera omogenea nelle nostre macellerie e sulle nostre tavole. È molto saporita, ha note olfattive selvatiche e terrose e un retrogusto dolciastro. Essendo ricca di proteine e povera di grassi (rispettivamente 20% e 3%), sono utili se non necessari un periodo di frollatura in regime di freddo e una marinatura preventiva prima della cottura, che deve essere breve per renderla tenerissima.
Il consumo di carne di cervo è un’abitudine che ha origini antichissime ed è diffusa in tutti i Paesi del Nord del mondo. Se da una parte la caccia è fortemente limitata, è anche vero che sono molto diffusi gli allevamenti. E in Georgia, da dove vengono i Deerhunter, sono presenti entrambe le realtà.
Il nome è ispirato a Deer Hunter: Interactive Hunting Experience, un videogioco del genere sparatutto in soggettiva, primo della serie in cui è possibile cacciare cervi utilizzando tre armi in tre differenti aree degli USA: Arkansas, Colorado e Indiana. “Halcyon Digest” può significare “calma digestione” in senso prettamente fisiologico o assimilazione di un concetto, di un pensiero. Ecco come allora possa risultare stimolante sapere che è anche il nome del quarto disco della band di Atlanta.
Uscito nel 2010, primo su 4AD, si colloca tra il precedente “Microcastle / Weird Era Cont.” del 2008 e il successivo “Monomania” del 2013 ed è molto amato dalla critica come dal pubblico. Ciò che lo rende così speciale è il senso di epifania, di rivelazione che ogni brano schiude all’ascolto.
Se fino ad ora avevano spaziato brillantemente tra flussi di coscienza e strutture di contrasti e armonie, con questo disco virano decisamente su una scelta a sottrarre che, invece di impoverire, rende tutto più ricco.
Ogni minuto è distillato, meravigliosamente articolato con grappoli di suono che schizzano come spremuti da una strumentazione luminosa e che bucano un drappo scuro proiettando all’esterno raggi di luce.
C’è una nuova chiarezza nella composizione, che trova il giusto equilibrio tra irriverenza rumorosa e immediatezza pop. Quello che rimane è un misto di gioia ed entusiasmo, un’innocenza che sa di adolescenza e ignoto, di familiarità e incertezza.
Quando uscì creò un passaparola concitato, che verteva su quanto fosse evidente la gioia di ascoltare per la prima volta un disco che potenzialmente poteva diventare uno di quelli che metteresti tra i tuoi preferiti. Esagero? No.
Mentre lo riascolto, ad ogni giro del vinile ho la conferma di trovarmi davanti a qualcosa di speciale, che nei dischi successivi, come i precedenti e eccellenti per diversi motivi, non ho ritrovato se non in qualche episodio.
È giusto così, non serve aggiungere altro, appoggiamo la puntina e premiano ancora play.
Earthquake si muove in slow motion, tra macerie, rocce grandi ma leggere, passi che aprono ad un arpeggio lontano, una voce filtrare ma gentile a cui si sommano intervallati crescendo. Come onde si avvicinano e si allontanano per esaurirsi come un fiume nel Delta, che aprendosi si chiude, smettendo di essere per diventare altro.
Echi Sixties distorti che prendono per mano e rassicurano: Don’t Cry è una canzone senza tempo che ogni volta sembra lì in attesa di essere cantata e che si placa in una ninna nanna dolce e consolatoria.
Il piano e la batteria che sorreggono Revival rimangono tangibili anche quando tutto accelera e da passo diventa corsa, aprendosi e rimanendo fissa come in una polaroid. Un attimo che non passerà. La sensazione di tenere fra le mani due fotografie, e forte.
Tutto l’album è fatto di composizioni brevi, una struttura voluta ed estremamente esplicita, come telegrammi sonori. Sailing è una nenia fatta di chitarra e voce, un lamento ossessivo e appassionato in cui Bradford Cox canta “Only fear can make you feel lonely out here / You learn to accept whatever you can get”.
Accettare ciò che si è, emanciparsi attraverso l’espressione della propria personalità, non è un concetto isolato nella sua produzione artistica. È il principale autore e compositore del gruppo ed è affetto dalla Sindrome di Marfan. I suoi genitori divorziano, lasciandolo praticamente a vivere da solo in una grande casa vittoriana nel pieno dell’infanzia. La manifestazione visibile della malattia quando ha dieci anni coincide con l’inizio delle difficoltà nei rapporti interpersonali. Solo e costretto ad essere autosufficiente, impegnato a sopravvivere, si concentra totalmente sul modo in cui la musica può suonare nostalgica.
Ha definito la sua crescita musicale come riflessiva e autobiografica, in cui il suo stato psicologico è centrale. Così un senso di malinconia è presente anche nelle canzoni apparentemente più estranee a certe dinamiche.
Come Memory Boy, che irrom­pe tra chitarre scintillanti e accordi che sembrano campane suonate a festa. Un vestito luminoso e terribile, in cui è impossibile non farsi coinvolgere dalla musica tanto quanto dalle parole che la completano:
“Try to recognize your son
In your eyes he’s gone, gone, gone
Done, gone, gone, gone, gone, gone, gone, gone
Is there anyone?
Who wants to see the sun go
Down, down, down, down
Down, down, down, down
Down, down, down, down
Down, down, down”.

Desire Lines, scritta dal chitarrista Lockett Pundt, si apre solennemente con un riff che viene da lontano e porta verso il futuro. Una struttura circolare che entra sicura, come se conoscesse quello che vuoi sentire. Quando decide di portati via si aggiungono echi e un assolo tanto semplice quanto magnetico. Non sei più qui:
“Walking free, oh, come with me, oh
Far away, oh, everyday, oh
Walking free, oh, come with me, oh
Far away, oh, everyday, oh”
.
Meraviglia. Questa sequenza, mostra in maniera inequivocabile la loro padronanza del pop neo psichedelico di matrice Sixties, in cui chitarre fragorose si trovano a loro agio tra le armonie.
L’apertura del lato B è affidata a Basement Scenes, che continua questa scia, ma privandola dalla carica precedente e omaggiando in maniera esemplare gli Everly Brothers.
Se Sailing era un lamento, Helicopter è un dispiegamento onirico, tormentato e lisergico, che parte dallo stesso racconto ma lo interpreta diversamente: “No one cares for me / I keep no company / I have minimal needs / And now they are through with me”. Come da su un elicottero, appunto, lo dice dall’alto di una astrazione.
Quando tornano la scrittura, la voce di Pound in Fountain Stairs mi piace pensare che Brian Eno possa esserne orgoglioso. Una brillantezza ancestrale ma contemporanea che riporta ai primi anni Settanta del genio inglese, poco prima che inventasse l’Ambient.
Se qui il sax di Bill Oglesby, fino a qui assente, è organico, diventa addirittura protagonista nella successiva Coronado, che vira in atmosfere Exile On Main Street ponendosi in primo piano con un assolo che si arresta solo quando Cox imita la sua melodia durante le battute finali della canzone.
A He Would have Laughed è riservato il compito di chiudere il disco, rompendo con i suoi oltre sei minuti di durata una struttura che avevano visto essere composta da brani simili a dispacci, tanto brevi quanto intensi.
È uno struggente tributo a Jay Retard, prolifico e dotato musicista  morto a 29 anni per un mix di alcool e cocaina, in cui l’alias solista di Cox Atlas Sound si fa spazio in maniera gentile. Tra armonizzazioni vocali, loop di tastiera e drumbeat si spinge oltre i sette minuti e lascia sospeso l’ascoltatore come in un limbo.
Riponendo il disco nella copertina, osservo come sia davvero connessa all’anima di questo lavoro tra passato, dolore, sogno, incroci inconsapevoli ed emancipazione.
È una foto in bianco e nero e raffigura Dennis Dinion, un concorrente del concorso The Miss Star Lite presso lo Star Lite Lounge di Ponce de Leon Avenue ad Atlanta, città del fotografo George Mitchell e, come sappiamo, della band. È stata scattata la vigilia di Capodanno del 1982, l’ultima notte in cui è stato aperto il locale.
Dinion ha lavorato come in­segnante supplente nelle scuole pubbliche della capitale della Georgia. Bradford Cox trascorse parte della sua infanzia vicino allo Star Lite Lounge. Aveva solo pochi mesi la notte del concorso di Miss Star Lite.
Giovanni Papalato

 

“Buck, Buck, Moose”

“Buck, Buck, Moose” è il terzo libro di Hank Shaw, cacciatore/pescatore/cuoco/esperto cercatore di cibo “selvatico” ed ex giornalista del Minnesota salito alla ribalta nel 2011 con la pubblicazione del suo primo libro, “Hunt, Gather, Cook: Finding the Forgotten Feast”.
Shaw ha creato una comunità on-line molto attiva attraverso il suo blog, Honest-Food.net, con cui ha vinto anche il James Beard Award e dove pubblica ricette e consigli vari sul cibo “selvatico”, dalla preparazione dei salumi di selvaggina alla raccolta dei funghi.
Con le bellissime fotografie della sua compagna Holly Heyser, “Buck, Buck, Moose”, il cui sottotitolo è “Ricette e tecniche per cucinare cervi, alci, antilopi e altre ‘cose’ con le corna”, accompagna i lettori in una breve indagine storica e scientifica sulla carne di cervo, prima di fornire le istruzioni complete su come macellare, preparare, lavorare e, infine, cucinare e servire tutte le parti degli animali protagonisti del volume cacciati personalmente o ricevuti in dono dagli amici cacciatori.
Arrosti, zuppe, costolette, lombate, hamburger e una sezione speciale su come preparare le salsicce: il libro contiene oltre 100 ricette che vanno da piatti tradizionali proveniente da sei continenti a preparazioni decisamente inusuali, dal “Basic Venison Burger” alla più originale “Barbacoa Variation: Dzik de Venado (Yucatan Venison)”.
“La carne di cervo occupa un posto speciale nella storia della società: essa è infatti molto più di un semplice cibo. È, in molti modi, ciò che ci ha resi umani”.

 

Didascalia: Hank Shaw
Buck, Buck, Moose
Recipes and Techniques for Cooking Deer, Elk, Moose,
Antelope and Other Antlered Things
H&H Books, 2017; 304 pp. – $ 29.95

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