Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 7, 2020

Rubrica: Storia e cultura
Articolo di Gaddini A.
(Articolo di pagina 126)

La caccia de’ tori a Siena

Siena ospitò per circa un secolo, dal 1499 al 1597, delle cacce dei tori analoghe a quelle descritte in articoli precedenti, di altre città italiane, come Roma (si veda di Gaddini A., La corrida a Roma, in Eurocarni n. 2/2018, pag. 122), Venezia (La caccia dei tori a Venezia, in Eurocarni n. 12/2018, pag. 132) e Napoli (Dilettevoli horrori: la corrida a Napoli, in Eurocarni n. 11/2019, pag. 154). Le tauromachie erano organizzate dalle contrade, organi decentrati del comune che oggi animano non solo il Palio, ma tutta la vita sociale di Siena nell’arco dell’intero anno. È proprio attraverso le cacce dei tori che le contrade si radicarono profondamente e definitivamente nella società senese. Il combattimento (la “lidia”, stessa parola utilizzata in Spagna per indicare un combattimento di tori), si svolgeva in piazza del Campo, nella parte più concava, a forma di conchiglia, circondata da staccionate di castagno, ricoperte d’edera e d’alloro a protezione del pubblico, mentre tribune di legno erano montate nell’anello esterno della piazza.

I giochi di piazza
Prima delle cacce dei tori, sempre in Piazza del Campo, si disputavano vari giochi di piazza, molto popolari, ma spesso estremamente violenti. I protagonisti erano i popolani, visto che Siena era una repubblica. Nelle città sottoposte a governo aristocratico, invece, l’addestramento alla guerra era prerogativa dei nobili, che a questo scopo disputavano tornei cavallereschi. Il gioco più popolare era l’Elmora o gioco delle cestarelle, una battaglia con armi di legno e cestelli e scudi di vimini intrecciati. Il gioco, sospeso dopo l’edizione particolarmente cruenta del 4 settembre 1261, a ricordo della vittoria senese sui fiorentini nella battaglia di Montaperti dell’anno precedente, fu definitivamente proibito nel 1291 per l’eccessivo numero di vittime che provocava. L’Elmora fu sostituito con un gioco simile, quello delle pugna, che però si svolgeva senza armi, a pugni, a schiaffi e anche a morsi e si disputava solitamente a Carnevale. Altri giochi di lotta erano il gioco di mazza e scudo e quelli di sassi e di spinte. La pallonata, che si svolgeva il giorno di Santo Stefano, era invece simile al Calcio fiorentino, con analoga lotta senza esclusione di colpi per portare il pallone nella porta nemica. L’inizio del gioco era dato gettando il pallone dalla cima della Torre del Mangia. A Siena si disputava da tempo anche il Palio alla lunga (o Carriera alla lunga), ossia la versione in linea del Palio attuale, abolita nel 1874 per fare posto all’odierno Palio alla tonda. Le feste si svolgevano nei giorni intorno alla festa dell’Assunta e in altre ricorrenze religiose oppure in onore di qualche ospite illustre. La città era divisa in terzi e i giochi erano disputati da due fazioni affrontate che lottavano con grande accanimento, una costituita dal Terzo di Città e l’altra dagli altri due Terzi coalizzati, quello di San Martino e quello di Camollìa. Con le cacce dei tori entrarono in gioco le contrade, nate tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII. Hercolani scrive: “Gli spettacoli con le contrade ebbero inizio circa l’anno 1482, ed il vanto dell’invenzione devesi alle Contrade della Chiocciola e della Giraffa, che in occasione di applaudire al ritorno dei Cittadini Riformatori diedero un combattimento co’ bufali e co’ tori”.

Le prime cacce
Uno Statuto comunale del 1337 vietava qualunque tipo di competizione venatoria in piazza del Campo, ma vi si cominciò a celebrare una festa all’antivigilia di Ferragosto, quando le comunità del contado fornivano selvaggina viva, liberata per essere catturata dal popolo minuto. Secondo alcuni storici vi furono delle cacce dei tori nel 1466, 1491 e 1497; nel 1468 si dovettero restaurare alcuni angeli della Fonte Gaia che avevano avuto le braccia spezzate durante una caccia e nel 1472 un toro fu ucciso da alcuni esagitati entrati in piazza abusivamente (Cresti). La prima caccia dei tori sicuramente documentata a Siena risulta essere quella del 15 agosto 1499, dedicata alla “Gloriosa Madre di Dio Santa Maria d’Agosto”, oggetto di profonda e antica venerazione da parte dei Senesi, che le attribuivano il ruolo di protettrice della città e di propiziatrice della vittoria contro i fiorentini nella sanguinosa battaglia di Montaperti.
La caccia si svolse in un clima chiaramente influenzato dai molti Spagnoli che vivevano a Siena (Lisini) e che resero la tauromachia di moda in quella fine del ‘400 (Verdone, 1955). Le Università italiane, tra le quali quella di Siena, accoglievano molti studenti stranieri, che Pecci definiva “la scolaresca che numero­sissima d’ogni nazione in Siena si ritrovava”. Molti studenti erano spagnoli e diverse famiglie spagnole si erano stabilite con i principi aragonesi a Siena e a Roma durante il pontificato di due papi Borgia, Callisto III (Alfons de Borja y Cabanilles, dal 1455 al 1458) e più ancora sotto papa Alessandro VI (Roderic Llançol de Borja, dal 1492 al 1503). Alla caccia presero parte sette contrade: Aquila, Bruco, Civetta, Torre (all’epoca detta Liofante), Orso, Vipera e Gallo (le ultime tre sono state soppresse nel corso dei secoli), ma secondo alcuni storici erano presenti solamente le prime quattro. Oltre all’influenza spagnola, le cacce senesi vantavano una stretta parentela con le analoghe manifestazioni di altre città e paesi dell’Italia centrale e subivano anche l’influenza della letteratura latina che descriveva i giochi del circo, come è evidente dal poe­metto in latino “De Ludo Pugnae” (“il gioco del combattimento”) di Vittorio Cam­panaticense (o Campanicense), citato in una lettera di Bindino Tommasi a Pietro de’ Medici, intorno al 1500, e riportato da Pecci:
Hic est locus campus celeberrimus, hic est
Illud grande Forum, Romani more Theatri,
Quod fiunt ludi varii,
et celebrantur honores
Virginis, et Curru Tauri, Cerviq: trahuntur
Viscera, et armatus sonipes,
pro munere, certat

(Ecco quel luogo celeberrimo,
il Campo, ecco
Quella grande piazza, a mo’
di teatro romano,
Dove si fanno giochi vari,
e si celebrano gli onori
della Vergine, e sul carro
si portano le viscere di tori e cervi, e lo zoccolo risonante armato,
combatte nell’arena;
trad. italiana Andrea Gaddini).

Gli animali provenivano dalle mandrie e dalle bandite della Maremma ed erano pagati forzosamente dagli Ebrei, come accadeva anche nelle cacce dei tori a Roma, e procurati dalle Corporazioni (dette anche Arti o Università) dei Macellai, dei Beccai, dei Cuoiai, degli Osti e dei Pizzicaiuoli. I proprietari non potevano rifiutare di cedere i tori al prezzo giusto, che però era stabilito dai compratori, e in caso di rifiuto le bestie erano portate via senza compenso.
La partecipazione fisica all’organizzazione e alle altre spese della festa, comprese quelle dei costumi delle comparse, erano obbligatorie per i cittadini, su ordine dei Deputati ad organizzarla, ed un rifiuto comportava pene corporali oppure pesanti sanzioni pecuniarie, raddoppiate in caso di proteste. Alle feste partecipavano le contrade con i loro figuranti in costume e con le macchine, specie di carri allegorici di legno che avevano la forma ispirata al nome della contrada. Le macchine servivano soprattutto da riparo per i figuranti contro le cariche dei tori e dei bufali, e per questo erano particolarmente robuste. Dopo la fine delle cacce, le stesse macchine, usate solo a fini ornamentali nella sfilata che precedeva il Palio, divennero molto più leggere (Heywood).

Le cacce del 1513 e 1516
Giovanni Antonio Pecci racconta da cronista la caccia del 15 agosto 1513, organizzata da Borghese Petrucci, capo della Signoria che prese parte a tutti gli spettacoli, che si rappresentavano, per proprio diletto, ma anche “per tenere il Popolo Sanese divertito, e togliergli il pensiero di tramare, contro d’esso, alcun tentativo, che potesse dal governo della Republica rimuoverlo”. Secondo Heywood, alla caccia del 1513 intervennero gli studenti universitari, con l’intervento delle Contrade con le loro macchine. Il 15 agosto 1516 la piazza fu chiusa con uno steccato continuo e si introdussero otto macchine rappresentanti le contrade partecipanti, Giraffa, Chiocciola, Montone, Istrice, Aquila, Vipera, Leone e Orso, accompagnate dai figuranti con la livrea della rispettiva contrada insieme ai giovani scelti per combattere con i tori. Dopo la caccia ai tori le contrade vittoriose appesero alle loro macchine le membra e le interiora dei tori e della selvaggina uccisa. La festa si concluse con un Palio di cavalli barbari e il 17 agosto si mise in scena un torneo incruento con aste e picche e ricchi premi per i vincitori.

Cecchino Chartajo e la caccia del 1546
La caccia dei tori fu ripetuta 16 volte negli anni dal 1507 al 1597, ma l’edizione del 15 agosto 1546 fu la più importante perché fu l’unica nella quale furono presenti in piazza tutte e 17 le attuali contrade o, secondo altri, tutte meno la Tartuca (Cresti), sebbene la città fosse scossa da gravi lotte intestine.
La festa fu molto sfarzosa, con forti spese, tanto che non si poté organizzare il palio alla lunga e tanto da suscitare le proteste del rappresentante dell’imperatore Carlo V, secondo il quale l’ingente somma spesa avrebbe potuto essere meglio impiegata per appoggiare le iniziative imperiali.
La caccia è rappresentata in due quadri conservati nel Palazzo Pubblico di Siena di autori ignoti, due agli Uffizi, di Lorenzo Fratellini e di Giuseppe Maria Terreni e uno nella Collezione Monte dei Paschi di Siena, di Vincenzo Rustici. Possiamo farci un’idea di questo evento da una lettera che lo descrive nei dettagli, scritta il 20 agosto 1546 da tale Cecchino Chartajo, di mestiere rilegatore, indirizzata “alla nobilissima e onorata madonna Gentile Tantucci”, giovane nobildonna senese. Cecchino racconta del banchetto per oltre duecento coperti, offerto agli ambasciatori delle “Comunità suddite” di Siena, che si tenne il giorno precedente la festa nella Sala Grande del Consiglio a Palazzo Pubblico. I comuni soggetti a Siena, che partecipavano al banchetto, dovevano pagare alla Signoria un censo annuale, oltre a contribuire alla fornitura di selvaggina. Il primo giorno della festa, il 14 agosto, si svolse la tradizionale offerta in Duomo del cero gigante, fabbricato con le candele offerte dai fedeli nei giorni precedenti, insieme alla presentazione del Palio, la stoffa preziosa da assegnarsi al vincitore, con una sfarzosa cerimonia ricca di figuranti e di musicanti, che accompagnavano i Signori della festa. La folla era numerosissima, in strada ed alle finestre, che erano adornate dalle più belle tappezzerie. Il giorno della caccia, il 15 agosto, entrò in piazza un corteo guidato da tre carri, dedicati alla Vergine Assunta, a Dio Padre e ai profeti e alle sibille, seguito da un corteo di 150 muli con figuranti mascherati e quindi dalle contrade. In testa sfilò Selvalta (oggi detta “Selva”), che aveva il privilegio di essere stata la prima a dare origine a queste cacce, tanto che il suo motto è tuttora “Prima Selvalta in campo” (Verdone, 1963). Ciascuna contrada sfilava dietro l’insegna portata dall’alfiere e dietro una “grandissima macchina”, con decine di alfieri che ne vestivano i colori, che irrompevano gridando in piazza, preceduti dal rispettivo Capocaccia. Possiamo avere un’idea delle “macchine” delle contrade dalle incisioni di Bernardino Capitelli che rappresentano i carri predisposti il 20 ottobre 1632 per festeggiare il Granduca di Toscana Ferdinando II de Medici, giunto alcuni giorni prima in Siena. Dopo la sfilata, a un boschetto fittizio, creato accanto alla Fonte Gaia, circondato da uno steccato di legno ornato di rami di leccio, erano inizialmente liberati diversi animali, forniti nei giorni precedenti dai comuni del contado. Gli animali, braccati da cani, al suono di corni da caccia ed altri simili strumenti, dai più piccoli come lepri, volpi, tassi e istrici, fino a quelli di stazza maggiore come cervi e cinghiali, sui quali i membri delle contrade menavano colpi di lancia e mazza all’impazzata. Intanto uno “spaventevole orso”, legato, a lungo, con una corda, “faceva infiniti atti bizzarri e ridicoli” perché molestato dai cani e dai ragazzi. Dopo che ogni contrada ebbe preso posto all’interno della Piazza, le chiarine diedero avvio alla cacciata, e, “al primo mugghiare del toro”, la folla si disperse rapidamente, tornando ai propri posti, con i cacciatori che si rifugiavano sulle rispettive macchine oppure nelle botti collocate nell’arena. Nella piazza rimasero solo due giovani vestiti con semplicità, seduti su due sgabelli ad una tavola riccamente imbandita, ben piantata in terra in mezzo alla piazza. L’unica arma di difesa dei due in caso di attacco del toro era la spada ed era stabilito un premio di dieci scudi d’oro per chi di loro fosse rimasto a mangiare, tenendo sempre almeno una mano sulla tavola. Dopo un primo toro che non diede particolari emozioni al pubblico, entrò un bufalo che si slanciò sulla tavola fino quasi a sradicarla, ma senza costringere i due giovani a fuggire, e dopo ripetuti assalti fu quindi ferito e poi ucciso. Dopo un toro piuttosto aggressivo verso i giovani della tavola, ne seguì un altro di scarso valore e uno che si lasciò cavalcare da tale Moretto cozzone, che guadagnò così un premio di dieci scudi d’oro. Entrò poi nella piazza quello che Cecchino definisce “il Rodomonte de’ tori”, che attaccò e gettò in aria molti dei cacciatori, compresi quelli riparati dalle botti, attaccò la tavola imbandita mettendo in fuga uno dei due giovani che vi erano seduti, sfuggì alla trappola messa in atto da tale Meo delle Baje, con “due omini di paglia vestiti di rosso” come esche, e si liberò dalle reti che lo avevano imprigionato. Scrive Cecchino a Madonna Gentile: “In ultimo questo diavolo scatenato con gran quantità di ferite faceva infiniti mali, onde fu di necessità bandirli la crociata addosso, e così restò morto valorosamente, non senza dispiacere universale”. Verdone (1963) considera questo dispiacere simile all’onore che gli appassionati spagnoli della corrida tributano ai tori più valorosi. Entrò quindi in scena un giovane bufalo con una gualdrappa riempita di fuochi d’artificio, che con il suo sconcerto e terrore suscitò l’ilarità del pubblico, e la caccia si chiuse con un bovino “poco valente” che da tale fu trattato prima di essere ucciso. Il terzo giorno della festa, il 16 agosto, iniziò nel primo pomeriggio con un “ballo tondo” che girava per tutta la piazza, seguito da un gioco di pallone spontaneo, seppure breve, e infine dal gioco della pugna, che Cecchino definisce “una bellissima zuffa” terminato con un “una bella chiocciola saltando e correndo” intorno alla piazza.

La fine delle cacce
Non tutti a Siena apprezzavano le corse dei tori. Nel 1526, i Senesi chiesero protezione alla Vergine contro i soldati fiorentini mandati da papa Clemente VII Medici contro la città e donna Margherita De’ Bichi propose un voto, poi approvato con decreto degli ufficiali di Balìa, organo di governo indipendente della Repubblica. Secondo il voto la città, una volta liberata, avrebbe organizzato una “festa solennissima sopra tutte le altre” in onore dell’Immacolata Concezione, ma “non dico di tori o altri iochi privi di pechati, ma di cose spirituali come confessioni, comunioni (…)” (Toti),
Le cacce dei tori furono soppresse in seguito al Concilio di Trento (1545-1563), che vietò genericamente i giochi violenti. Papa Pio V emise il 10 novembre 1567 la bolla Super prohibitione agitationis Taurorum et Ferarum, & annullatione votorum & iuramentorum, super eisdem pro tempore interpositorum, comunemente nota come “De Salute Gregis Dominici”, ossia “sulla salute del gregge del Signore”, dove per gregge si intendeva l’insieme degli esseri umani messi in pericolo dagli spettacoli sanguinari, mentre per gli animali non si manifestava alcuna preoccupazione, visto che il concetto di benessere animale non sarebbe nato che quattro secoli dopo. La bolla prevedeva sanzioni per i regnanti cristiani che autorizzavano le tauromachie e per gli ecclesiastici che vi assistevano e alle vittime delle cacce era negata la sepoltura cristiana. Il divieto era però riferito alle cacce dei tori e venne aggirato utilizzando buoi e vacche. Il Granduca di Toscana Ferdinando I spinse il governatore di Siena Tommaso Malaspina ad emettere, il 19 luglio 1590, un rescritto per vietare una caccia dei tori in suo onore per la sanguinarietà dello spettacolo, ma anche perché “si tira dietro spesa eccessiva”, e si accontentò in cambio di uno spettacolo teatrale, essendo cosciente del “buon animo” che i senesi avevano verso di lui, senza necessità di sfarzi eccessivi. L’ultima caccia venne disputata a Siena il 15 agosto 1597 e vi presero parte quattordici contrade: mancavano solamente Aquila, Leocorno e Tartuca. Due anni dopo, in sostituzione, iniziarono le bufalate, corse di bufali in piazza. Una caccia ai tori fuori stagione si tenne nell’aprile 1656, nel quadro dei festeggiamenti per l’elezione a papa, con il nome di Alessandro VII, del cardinale senese Fabio Chigi, insieme ad un combattimento tra due squadre di dieci uomini, armati di spade riempite di fuochi d’artificio, sfilate di carri allegorici e lotte intorno alla Fonte Branda, che per l’occasione dava vino (Heywood).

La bufalata
Diversa dalla tauromachia, la bufalata era più simile all’attuale Palio e consisteva in una corsa sull’anello esterno della piazza tra le bufale, ciascuna delle quali rappresentava una contrada. Il pubblico, che nelle cacce occupava i bordi della piazza, lasciando libera come arena la parte centrale, a partire dalla bufalata si spostò al centro della piazza. Ogni bufala era introdotta in piazza con una gualdrappa e infiocchettata, seguita dal fantino (buttero) e da dodici pungolatori, necessari in quanto lo spirito agonistico e la docilità della specie bufalina non sono pari a quelli dei cavalli. I pungolatori inoltre dovevano evitare che la loro bufala uscisse dalla pista oppure, in caso accadesse, farla rientrare nel punto in cui era uscita, per evitare di “tagliare”, seguendo un percorso più breve, il che portava alla squalifica. Il via era dato da due mossieri all’arco di San Paolo e la bufala che tornava al punto di partenza dopo tre giri era dichiarata vincitrice. Il premio consisteva in un palio, ossia un drappo di stoffa preziosa, broccato o velluto controtagliato e ricamato. Alla contrada che aveva fatto la migliore comparsa in piazza, come nell’attuale Palio, si assegnava il “masgalano”, ossia un bacile o piatto d’argento, il cui nome derivava dallo spagnolo “mas galante” ossia “più elegante”. Secondo Virgilio Grassi le bufalate furono trentasei dal 25 luglio 1599 al 3 novembre 1650. L’usanza di sostituire le bufale ai cavalli cominciò a partire dall’inizio del ‘600 ed ebbe così il via la stagione del Palio come oggi lo conosciamo.

Le asinate
Nel 1612 e due volte nel 1641 si disputarono dei palii alla tonda con asini, rappresentanti le contrade, e con pugillatori, trenta per contrada, che si azzuffavano tra loro per arrestare gli asini delle fazioni rivali.
Andrea Gaddini

Bibliografia

  1. Capitelli B. (1984), La bufalata del 20 ottobre 1632 nelle incisioni di Bernardino Capitelli, a cura di Patrizia Bonaccorso e Piero Pallassini; introduzione di Roberto Barzanti. Edisiena, Siena.
  2. Cresti R. (2015), Le Contrade e le cacce ai tori, La Spannocchia, anno XXV n. 4.
  3. Hercolani A. (1845), Storia e costumi delle Contrade di Siena, Antonio Hercolani, Firenze.
  4. Heywood W. (1904), Palio and Ponte. An account of the Sports of Central Italy from the Age of Dante to the XXth Century, Methuen & Co., Londra.
  5. Lisini A. (1927), Una caccia di tori in Siena, nel 1546, La Diana, rivista d’arte e vita senese Siena, n. 2, pp. 90-102.
  6. Manzi G. (1818), Discorso sopra gli spettacoli, le feste e il lusso degli italiani nel secolo XIV, Carlo Mordacchini, Roma.
  7. Pecci G.A. (1755), Memorie storico-critiche della città di Siena, 1a e 2a parte, a cura di Vincenzo Pazzini Carli, Ristampa anastatica Cantagalli, Siena 1988, pp. 16-17 e 57.
  8. Torriti P. (1988), Tutta Siena: contrada per contrada: nuova guida illustrata storico-artistica della città e dintorni, Bonechi edizioni, Il turismo, Firenze.
  9. Toti A. (1870), Atti di Votazione della Città di Siena e del Senese: alla SS. Vergine Madre di G.C., Tipografia Sordomuti di L. Lazzeri, Siena.
  10. Verdone M. (1955), La Tauromachia in Italia, tratto da Fiera letteraria n. 19, Roma. pp. 8-13.
  11. Verdone M. (1963), Cacce e giostre taurine nelle città italiane, L.S. Olschki, Firenze, tratto da “Lares”, 1963, anno 29, fasc. III-IV, pp. 171-190.
  12. Verdone M. (1980), Lo spettacolo taurino in Italia, in “Storia dell’arte” diretta da Giulio Carlo Argan, n. 38/40: 457-469.
  13. Zazzeroni G. (1931), Le contrade di Siena negli spettacoli anteriori al palio e la caccia de’ tori del 15 agosto 1546 in una Lettera di Cecchino Chartajo: 3, Omaggio della Contrada dell’istrice ai suoi benemeriti protettori, Tip. Cooperativa Combattenti, Siena, 1931.

Sitografia
it.wikipedia.org
www.sienanews.it

 

Didascalia: Vincenzo Rustici, Veduta della Piazza del Campo durante la caccia dei tori del 15 agosto 1546, olio su tela della seconda metà del secolo XVI, Collezione Monte dei Paschi di Siena (da La Spannocchia, anno XXV, n. 4).

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