Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 5, 2020

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 142)

Carne, ossa e sangue

Joy as an act of resistance, Idles

Pubblicato nell’estate del 2018 da Partisan Records, “Joy as an act of resistance” è il secondo album della post punk band inglese Idles e, per chi scrive, il più bel disco di quell’anno. Per ciò che dice, per come lo dice. C’è un estratto del testo del brano più rappresentativo di questo lavoro, Danny Nedelko, che contiene anche il collegamento a questa rivista citando un macellaio, carne, ossa e sangue, in una forte sovrapposizione di concretezze, che recita così:
“My best friend is an alien
(I know him, and he is)
My best friend is a citizen
He’s strong, he’s earnest,
he’s innocent
My blood brother is Malala
A Polish butcher, he’s Mo Farah
He’s made of bones, he’s made of blood
He’s made of flesh, he’s made of love
He’s made of you, he’s made of me
Unity
Fear leads to panic,
panic leads to pain
Pain leads to anger,
anger leads to hate
Yeah, yeah, yeah, yeah, ah, ah, ah, ah
Yeah, yeah, yeah, yeah, ah, ah, ah, ah
Danny Nedelko”.

Ma andiamo con ordine. Un esordio autoprodotto l’anno prima, “Brutalism”, che cresce di popolarità tramite concerti esaltati ed esaltanti, fisici, tutti progressivamente sold out. L’urgenza di scrivere e pubblicarne un altro a stretto giro di posta, stavolta con un’etichetta che porta con sé un concetto chiaro, da esprimere anche a chi, in ambito indipendente, ha utilizzato ipocriti meccanismi promozionali: si può fare musica senza compromessi, rimanendo credibili e fedeli a se stessi ed essendolo nei confronti di chi ascolta, arrivare a tanti. In tutto questo, Joe Talbot, il cantante sardonico e ringhiante della band, ha perso la madre disabile, si è disintossicato e guarda la Brexit xenofoba spargersi a macchia d’olio, il tutto mentre il suo quintetto post-punk di Bristol da piccolo e sconosciuto diventa gigante. È un disco fatto di chitarre nervose, taglienti e di uno spoken word verboso e sguaiato che poi si libera in ritornelli di chiaro registro melodico, sbracciando in singalong sgraziati ma contagiosi, che non lasciano il tempo di farsi scordare. Riguarda le tragedie della malattia e della perdita, l’eterno vacillare del tossico tra sobrietà e dipendenza e il disagio dato della razionalità. Così, portando all’estremo la loro naturale e potente ironia, si arriva a vedere oltre il dolore: ecco così “la gioia come atto di resistenza”.
È un disco militante, esplicito negli intenti e nei bersagli prescelti: il maschilismo, l’omofobia, il bullismo, la Brexit, il razzismo. È un’apertura perfetta quindi Colossus, solenne e caotica allo stesso tempo, divisa letteralmente in due parti. Poco meno di quattro minuti dei circa sei totali sono un progressivo incidere marziale e percussivo, in una sorta di confessione ad un figura oppressiva, rappresentante di una mascolinità stereotipata e assoluta, per poi esplodere in accordi aperti prendendo le distanze dall’essere un vero uomo ed esaltando come si possa essere uomini.
Nella maniera del wrestler “Stone Cold” Steve Austin e di Fred Astaire, citando rispettivamente il sostegno al matrimonio gay e la danza libera da ruoli prestabiliti. Nessun uomo ha bisogno di conformarsi a qualsiasi percorso predeterminato dal proprio genere. In questo senso, non significa che lo stesso Talbot debba essere gay per cantare di omosessualità e omofobia. Questo mood prosegue nel riff decadente che apre Never Fight A Man With a Perm, che racconta invece il passato del frontman in una sorta di catarsi, un’esorcizzazione in cui la citazione di These Boots Are Made For Walking diventa il pretesto per il coro del ritornello in cui si urla la durezza del cuoio, dei calci nelle risse, della consapevolezza, della vergogna e della rinascita.
Da qui si prende aria, si respira e I’m Scum offre un’occasione per lasciarsi andare al ritmo di un brano che si mostra per quello che è, una power song che sa di celebrazione, in cui si canta l’accettazione non come qualcosa di passivo, ma come un sollievo.
Il quarto brano del lato A è la Danny Nedelko che ci ha portato a parlare di questo album in questa rivista. Un inno più che una canzone, alla diversità e all’unità. Le chitarre brillano, le percussioni preparano all’esplosione. È nella pancia e nel cuore del disco. Danny è membro dei concittadini Heavy Lungs e immigrato ucraino, un amico. Una persona come quelle raccontate lungo le strofe, che attraverso il lavoro e le loro storie di integrazione hanno creato una comunità. Come il macellaio polacco e Mo Farah, anzi Sir Mohamed Muktar Jama Farah detto Mo, mezzofondista e maratoneta britannico di origine somala. Campione olimpico dei 5.000 metri piani e dei 10.000 metri piani a Londra 2012 e Rio de Janeiro 2016, nonché sei volte campione mondiale. Tutti fatti di carne, ossa e sangue.
È una canzone che è insieme un ritratto umano e una canzone politica, indissolubilmente. Un basso slabbrato e ritmiche claustrofobiche allentano la presa soltanto nel refrain e definiscono Love Song.
Il primo lato si chiude con un brano totalmente avulso dal resto del disco. June è quanto di più intimo può essere scritto da un padre a cui nasce una figlia morta. Una tragedia che ha portato Talbot a scrivere un brano come un tentativo di elaborare il lutto, spiegando di non essere in grado di suonarla nei concerti.
Samaritans è un’associazione inglese che fornisce supporto a chiunque sia affetto da sofferenza emotiva che abbia difficoltà a superare pensieri suicidi. È anche simbolicamente, e non solo, il brano che si ascolta girando il lato del disco.
Television si scaglia iconoclasta e senza compromessi, new wave senza synth e a 200 all’ora, contro canoni di bellezza imposti dai media.
Si ritorna in orbita di pop song con abiti punk nella sarcastica Great. Come in Danny Nedelko c’è un esplicito invito a cantare, il ritornello è composto da uno spelling che alza sensibilmente la convivialità.
In un ideale dialogo tra rappresentazione e confronto Gram Rock torna a dipingere grotteschi scenari di dipendenza con ripetuti giochi di parole tra generi musicali e droga.
Una cover ha senso quando diventa credibile nella sua interpretazione, quando stravolgendo o conservando la struttura originale riesce comunque ad essere altro da ciò che è. Allora sì, questa “Cry To Me” classico soul di Solomon Burke ci riesce e ti sembra di cantarla spalla a spalla con loro.
A chiudere il disco, in linea con il suo registro dissacrante e abilmente contraddittorio, Idles mettono Rottweiler, il primo brano scritto dopo l’esordio. Un magma ribollente di furia e rumore che porta a sorprendente stato di agitazione ma anche di euforia. Un senso tragico e liberatorio, che esalta il senso di un disco che è un manifesto della vulnerabilità e della forza, dell’umanità e dell’empatia contro l’ignoranza, la paura, il panico, il dolore. Dodici canzoni che sgomitano e urlano che la gioia è un atto di resistenza.
Giovanni Papalato

Didascalia: Giovanni Papalato, photo © Lucio Pellacani.

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