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Eurocarni nr. 5, 2020

Rubrica: AttualitĂ 
(Articolo di pagina 48)

Ismea: rapporto su domanda e offerta dei prodotti alimentari nelle prime settimane di diffusione del virus

Emergenza Covid-19

Il susseguirsi degli eventi legati al diffondersi del Covid-19 in Italia è stato rapido e imprevedibile, come è normale attendersi in un’emergenza mai gestita in precedenza e difficilmente immaginabile nelle dimensioni. Iniziative in origine apparse a molti esagerate e fuori luogo, in pochi giorni sono risultate insufficienti in una rincorsa che, se da un lato ha mostrato un’inattesa capacità di reazione in molte componenti della società, dall’altro non ha dato tempo di capire immediatamente la portata del problema. Il settore agroalimentare è apparso da subito al centro dell’attenzione. Sul fronte dei consumatori c’è stata un’immediata e istintiva reazione all’accaparramento di beni alimentari e sul fronte politico la consapevolezza che il buon funzionamento della filiera e la capacità di assicurare l’approvvigionamento alimentare rappresentasse un segnale importante sia dal punto di vista economico che sociale. In effetti, il settore agroalimentare — con alcune evidenti eccezioni come il florovivaismo e la pesca — è stato e continua ad essere uno di quelli meno investiti dalla tempesta economica di queste settimane, confermando ampiamente le sue caratteristiche di anticiclicità. Tuttavia, la dinamica incontrollata e incontrollabile con cui si stanno succedendo gli eventi non dà certezze per il futuro. Già nelle poche settimane dall’inizio della crisi analizzate nel Rapporto, lo scenario complessivo è mutato in maniera sostanziale attraverso, per esempio, la graduale chiusura dell’Ho.re.ca., non solo a livello nazionale ma anche internazionale, bloccando un canale nel quale i prodotti del made in Italy agroalimentare hanno un posizionamento medio-alto o alto e che assorbe percentuali rilevanti dei flussi complessivi di export. In questa fase è possibile fare il punto su alcuni elementi che caratterizzano le dinamiche di mercato e che interessano trasversalmente tutte le filiere agroalimentari, sia pure con diversa intensità.
Il fenomeno più rilevante è, come già anticipato, l’azzeramento del canale Ho.re.ca. (ristorazione collettiva privata e pubblica), con l’esclusione delle mense ospedaliere e di poche altre eccezioni. A tale riguardo, la sostituzione della somministrazione diretta con le consegne a domicilio ha solo in minima parte compensato l’annullamento di questo canale cui, inoltre, è direttamente legata la rilevante domanda di cibo dei turisti stranieri, anch’essa azzerata.
Per quanto riguarda la distribuzione al dettaglio, si sottolinea la sostanziale e progressiva perdita di peso dei mercati rionali, molti dei quali chiusi in assenza di strutture fisse, e la chiusura dei centri commerciali, con la conseguente perdita di peso del canale iper, spesso prevalente in questi contesti. Altri elementi che interessano trasversalmente il settore riguardano il personale e la logistica. Nonostante l’adozione di misure tendenti a ridurre l’impatto, la presenza di rischio di contagio in caseifici, centri di lavorazione ortofrutticola, macelli e/o centri di lavorazione delle carni, oltre che presso le ditte di trasporti, ha reso più complesso il funzionamento delle filiere, in termini di approvvigionamento di materie prime e di spedizione/consegna dei prodotti, ma anche di maggiori costi di produzione o minore capacità lavorativa. In alcuni casi, l’incerto funzionamento dei servizi di logistica, soprattutto internazionali, ha già messo in difficoltà alcune imprese per il reperimento di materia prima o di materiali di consumo (ad esempio, imballaggi).
Direttamente al problema precedente è connesso quello del reperimento di servizi e/o pezzi di ricambio di macchinari, in grado di garantire la piena efficienza delle attività sia nelle aziende agricole sia nelle imprese di trasformazione.
Sul fronte dei consumi finali, le passate settimane si sono rivelate estremamente dinamiche, non solo per lo scontato incremento degli acquisti ma anche per la mutevolezza dei comportamenti anche in un così breve periodo. L’esame puntuale di quattro settimane di atti d’acquisto rende comunque possibile individuare alcuni grandi trend che sono riassumibili come segue:

  • tendenza all’approvvigionamen­to di prodotti conservabili (pasta, riso, conserve di pesce, conserve di pomodoro, ecc…) per creare stock casalinghi e prepararsi a eventuali situazioni di futura scarsità;
  • forte orientamento ad utilizzare la spesa on-line, la cui crescita esponenziale ha mandato in tilt il sistema delle consegne (+57% nella penultima settimana di febbraio, +81% nell’ultima di febbraio +97% nella seconda settimana di marzo);
  • forte orientamento, nella fase iniziale della crisi, ai prodotti di quarta e quinta gamma (ortaggi e pizze pronte), con successivo affievolimento della tendenza;
  • incremento sotto media del segmento bevande (+9%), un comparto che negli ultimi anni aveva trainato la dinamica del food & beverage;
  • orientamento quasi esclusivo verso la GDO, con ricorso dove possibile anche ai negozi di vicinato (frutterie e macellerie), sia per muoversi il meno possibile, sia perché talvolta ritenuti più sicuri di ambienti comunque molto frequentati come i super o ipermercati;
  • nel complesso delle 4 settimane prese in esame, è il Sud Italia a registrare gli incrementi più alti su base tendenziale: +21% nel cumulato delle 4 settimane, con punte del 39% nell’ultima settimana; seguono il Nord Est, con una crescita del 20%, il Centro (+19 % con il +30% nell’ultima settimana) e il Nord Ovest (+16%);
  • incremento del valore medio di vendita, non ascrivibili a fenomeni diffusi di palese speculazione, quanto piuttosto all’azzeramento delle promozioni;
  • a livello di format distributivi, l’aumento delle vendite maggiore si registra nei Supermercati (+23% nelle 4 settimane su base annua), dove sono avvenuti quasi la metà degli acquisti (43%), e nei Discount (+20%).

Entrando con un po’ più di dettaglio dei principali comparti, quello delle carni presenta situazioni estremamente differenziati. La carne bovina, per esempio, da una parte è stata privata di uno sbocco importantissimo per alcune tipologie e tagli di maggior pregio con la chiusura del canale Ho.re.ca., dall’altra è alle prese con una profonda riorganizzazione dei circuiti distributivi e delle catene di approvvigionamento, in una filiera fortemente dipendente dall’estero. Su questo fronte, il timore del contagio e la carenza di adeguati sistemi di protezione stanno portando alla sospensione/riduzione del lavoro di una parte delle imprese di export e degli autisti dei TIR. In questo quadro, lo scenario che si profila è quello di un’offerta insufficiente a soddisfare la domanda domestica ma di un eccesso di disponibilità di tagli normalmente destinati all’Ho.re.ca. e all’export più che agli scaffali della GDO. Inoltre, sui mercati europei i prezzi delle carni bovine stanno scendendo, facendo prevedere un possibile incremento di carni estere sulle nostre tavole nelle prossime settimane.
Nella filiera suinicola si stima che l’emergenza Covid-19 comporti una riduzione del 20% della produzione, soprattutto a causa della minore operatività dei macelli che devono riorganizzare le strutture per mettere in sicurezza gli operatori. Si mantengono ancora abbastanza alti i prezzi dei tagli destinati al fresco e alla vendita nei punti della GDO, per i quali il consumo risulta essere sostenuto, mentre le quo­tazioni dei tagli destinati alla stagionatura (prime fra tutti le cosce per i prosciutti Dop) sono in calo per il crollo della domanda dell’Ho.re.ca.
Anche per l’industria della carne suina e dei salumi, le maggiori criticità dettate dalle condizioni di emergenza, riguardano la chiusura del canale Ho.re.ca., al quale di solito viene destinato circa il 25% della produzione.
Di contro, il mercato avicolo è stato favorito da una domanda che fin dall’inizio lo ha privilegiato rispetto alle altre carni. Il settore, inoltre, gode dei vantaggi di un mercato nazionale autosufficiente e caratterizzato da forte integrazione verticale, elementi che lo hanno preservato da problemi legati alla dipendenza dall’estero o da altre componenti della filiera. L’aumento della domanda delle ultime settimane sta spingendo in alto i listini, ma tali incrementi dei prezzi risultano al momento ben assorbiti dalla GDO, interessata a riempire gli scaffali e soddisfare la richiesta.
Sul settore zootecnico nel suo complesso pesa l’incognita della disponibilità di materie prime destinate all’alimentazione, mais in primo luogo. Nella fase iniziale della crisi anche l’approvvigionamento di integratori (vitamine e amminoacidi), nella grande maggioranza di provenienza cinese, aveva destato preoccupazione nel comparto mangimistico, poi allentata con la graduale ripresa delle attività da parte della Cina.

La domanda finale al dettaglio di prodotti agroalimentari
L’analisi di questa prima sezione riguarda esclusivamente i prodotti alimentari confezionati, dotati di codice EAN, venduti presso la grande distribuzione. Non sono considerate, pertanto, le vendite di prodotto fresco sfuso ma sono ricompresi, per ciascuna filiera, tutti i prodotti trasformati, surgelati e quelli in scatola. Durante la settimana tra lunedì 9 e domenica 15 marzo le vendite alla GDO hanno continuato a crescere a doppia cifra rispetto alla settimana precedente; è la terza settimana con trend positivo a doppia cifra: +15,4% a valore sulla settimana precedente e +30% sull’analoga dello scorso anno, con fatturati che hanno superato quelli della settimana delle festività natalizie. Nel complesso, nelle ultime 4 settimane la spesa degli Italiani per i prodotti confezionati ha superato del 17% quella delle precedenti quattro settimane e del 19% quella delle analoghe settimane del 2019; vale a dire che nella distribuzione moderna in questi giorni di emergenza (in cui il canale Ho.re.ca. è stato gradualmente annullato) si sono spesi circa 750 milioni di euro in più rispetto alla norma (analogo periodo 2019). Particolarmente incisivo è stato l’incremento delle vendite nell’ultima settimana (+30%), con il Sud che ha segnato un avanzamento su base annua di oltre il 39%. Le vendite nell’ultima settimana (dal 9 al 15 marzo) hanno visto, a differenza delle tre precedenti, la concentrazione degli acquisti non più nel week-end ma durante tutta la settimana.
A livello di format distributivi, l’aumento delle vendite maggiore si registra nei Supermercati (+23% nelle 4 settimane su base annua), dove sono avvenuti quasi la metà degli acquisti (43%), e nei Discount (+20%), dove si sono recati circa un quinto degli acquirenti. Incrementi importanti anche nei punti vendita di ridotte dimensioni, dove le vendite sono aumentate nel complesso del 17% rispetto allo scorso anno. Le limitazioni sempre più stringenti degli spostamenti hanno favorito la spesa nei negozi di prossimità, pertanto la crescita di questo canale risulta ancora più evidente in termini congiunturali (+20% rispetto cumulato mese precedente).
Meno intensa la crescita dei fatturati negli ipermercati, penalizzati in parte dalla chiusura dei centri commerciali all’interno dei quali molti di questi si trovavano (+11% su base annua).
Una misura dell’impatto della chiusura del canale della ristorazione si legge anche dal crollo degli acquisti presso il canale Cash & Carry (–44,7%). Questo canale potrà vedere una ripresa solo alla fine della quarantena, con la riapertura dei servizi di bar e ristorazione al pubblico; intanto alcune importanti insegne di questa categoria stanno chiedendo di poter aprire la vendita, in deroga, anche ai consumatori senza partita iva.
Il canale e-commerce ha segnato nelle quattro settimane una graduale crescita che, iniziata con il +57% della prima settimana, arriva a +97% nella quarta settimana. Un incremento probabilmente limitato solo dalla capacità di soddisfare la richiesta che, probabilmente, è anche più che raddoppiata. Gli incrementi delle vendite hanno interessato, nel corso delle 4 settimane, tutto il territorio nazionale, spostando le maggiori intensità dalle zone rosse del Nord Est nella prima settimana al Sud in queste ultime due.
Nel complesso delle 4 settimane è il Sud Italia a registrare gli incrementi più alti su base tendenziale: +21% nel cumulato delle 4 settimane, con punte del 39% nell’ultima settimana; seguono il Nord Est con una crescita complessiva del 20%, il Centro (+19%, con punte di +30% nell’ultima settimana) e il Nord Ovest (+16%). Tra le regioni, alla fine della quarta settimana, è il Lazio a segnare gli incrementi di spesa più sostanziosi.
Tra i comparti, continuano a essere i derivati dei cereali i prodotti più acquistati, rappresentando oltre il 17% del valore dello scontrino, con un incremento del 24% del valore acquistato nelle quattro settimane su base annua. Tra tutte le referenze del segmento emerge ancora come un bene di base quale la farina abbia fatto registrare incrementi su base annua straordinari pari al +98% a livello nazionale, con punte del +120% al Nord Ovest e regioni come il Lazio che hanno toccato incrementi del +130%. Probabilmente sul fenomeno influisce sia l’opportunità di passare del tempo preparando in casa dolci, pane e pasta, sia il ruolo di bene di scorta di emergenza che riveste la farina. Incrementi sostenuti durante le quattro settimane anche per la pasta di semola, le cui vendite segnano un +46% a livello nazionale in termini di volume, con punte del +51% in Emilia-Romagna. Per la spesa corrispondente si può dire che, a fronte di valori che nel mese in esame sono stati di circa 103 milioni di euro, l’incremento di spesa rispetto alla norma sia stato di oltre 34 milioni di euro.
Dello stesso passo la crescita degli acquisti di riso (+48%), leggermente meno sostenuta quella dei primi piatti pronti (+43%), che dopo una fiammata nelle prime due settimane hanno avuto un rallentamento nella scorsa settimana, per poi tornare a riprendersi in quest’ultima.
Sebbene non in grado di bilanciare l’azzeramento del canale Ho.re.ca., la corsa all’accaparramento di prodotti alimentari da parte delle famiglie italiane ha segnatamente incrementato le vendite di lattiero caseari presso la Grande Distribuzione. In particolare, si registra una forte crescita delle vendite di latte UHT, con un +28% dei volumi registrato nel periodo 17 febbraio-15 marzo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che viene decisamente preferito al latte fresco proprio per le caratteristiche di maggiore conservabilità.
Aumenti considerevoli anche per la mozzarella vaccina (+21% per il prodotto confezionato a codice EAN) — probabilmente per la sua molteplicità d’uso sia come prodotto tal quale sia come ingrediente in preparazioni casalinghe — e i formaggi duri confezionati (+23%), sia grattugiati che spicchi.
La facilità d’uso e di stoccaggio continua a favorire anche i derivati ittici (+28% su base annua le vendite in valore), sostenuti dal reparto delle conserve (tonno) i cui volumi esitati hanno superato del +36% quelle dello scorso anno. In crescita sostenuta anche gli ittici nel reparto dei surgelati, +26% a livello nazionale i volumi esitati; bene anche gli affumicati +25% su base annua.
Crescite importanti per il segmento degli oli vegetali, per i quali i valori delle vendite cumulate nelle 4 settimane crescono del +16%, con una crescita più evidente dei volumi a seguito di una flessione del prezzo medio unitario rispetto allo scorso anno, nello specifico, le vendite in volume dell’olio extra vergine di oliva crescono del +19% e di quello di semi del +18%. Per entrambe le tipologie i prezzi medi unitari sono in contenimento rispetto al periodo precedente oltre che su base annua (–4%). Si tratta probabilmente di una dinamica conseguente alla maggiore disponibilità di prodotto a seguito di una campagna produttiva decisamente più generosa rispetto a quella precedente.
Per il comparto ortaggi si segnala un inizio di flessione per le vendite dei prodotti di IV gamma che diventano, col passare dei giorni, meno appetibili in quanto non è più il “tempo per la preparazione” a mancare alle famiglie piuttosto la “disponibilità a spendere” per avere servizi aggiuntivi che possono essere fatti in autonomia. Si evidenziano di contro incrementi delle vendite dei surgelati (+23%), con punte del +27% nel Lazio, ma a trainare il comparto sono le conserve di pomodoro per le quali i volumi venduti nelle 4 settimane sono cresciuti del +41%, con punte massime del +50% in molte regioni: si tratta di 52 milioni di chili di conserve vendute in un mese. Nel comparto si evidenzia la performance delle patate che, grazie allo shelf-life lunga e al prezzo contenuto, sono state molto apprezzate in questo periodo: +31% i volumi e +37% la spesa per prezzi in aumento rispetto allo scorso anno del 5%.

Filiera ovino da carne e da latte
Alle soglie del periodo pasquale, che rappresenta uno dei picchi annuali per i consumi, la filiera della carne ovicaprina si trova ad affrontare l’emergenza coronavirus, con la chiusura di ristoranti e l’impossibilità per le persone di vivere momenti di convivialità tipici dei periodi di festa. La domanda nazionale complessiva, oltre a essere concentrata in due momenti dell’anno, è rimasta abbastanza stabile nel tempo (poco meno di 1 kg pro capite), ma si sono modificate le abitudini di consumo: gli acquisti domestici sono caratterizzati da una progressiva contrazione negli ultimi cinque anni (–22% tra il 2019 e il 2015 e –11,5% tra il 2019 e il 2018), il che lascerebbe supporre un incremento del canale della ristorazione.
Nel periodo pasquale le macellazioni di ovini sfiorano i 500.000 capi, dei quali l’85% circa di provenienza nazionale. Nel 2019 sono stati complessivamente avviati al macello 2,6 milioni di capi, con una flessione dell’1% per gli ovini nazionali e un incremento di oltre l’8% per quelli di provenienza estera. Ungheria e Romania sono i principali fornitori di capi vivi — rappresentando oltre l’80% del totale — sebbene in entrambi i casi si sia registrata una forte contrazione degli invii (rispettivamente –22% e –15% rispetto al 2018). Sono, invece, aumentati gli arrivi di carne ovicaprina estera (+6,3% rispetto al 2018), soprattutto da Spagna, Regno Unito, Grecia e Irlanda.
Nonostante la diffusione del coronavirus, nell’areale sardo gli operatori segnalano un andamento delle macellazioni nella norma per il periodo corrente, con valori del vivo ancorati sui medesimi livelli di inizio anno, in attesa delle future movimentazioni.
Gli operatori segnalano che le importazioni di agnelli vivi — soprattutto dalla Romania e Bulgaria — risultano attualmente molto ridotte dai rallentamenti che ha subito la logistica a seguito del Covid-19. Al Sud, invece, gli operatori segnalano un crollo delle richieste della GDO, che ha innescato un calo dei prezzi, con perdite fino a 70 centesimi al chilo soprattutto nel Foggiano.
Per il segmento del latte ovino, pur persistendo le strutturali criticità settoriali, il 2019 ha fatto registrare un progressivo miglioramento delle condizioni di mercato, principalmente come conseguenza di una contrazione dell’offerta di Pecorino romano (–21% nella campagna 2018/19 rispetto alla precedente) e di un significativo recupero delle esportazioni. Dopo la critica performance del 2018 (–27,5% in volume rispetto al 2017), le esportazioni di Pecorino Romano sono aumentate del 29% in volume, soprattutto grazie al rilancio del mercato USA che ha assorbito circa i due/terzi delle esportazioni totali.
In particolare, i prezzi del Romano hanno ripreso slancio nella seconda parte del 2019, per poi stabilizzarsi a inizio 2020 intorno a un valore medio di 7,60 €/kg.
Con la diffusione dell’emergenza sanitaria, non si segnalano contraccolpi rilevanti nei caseifici che producono prodotti a lunga stagionatura con un buon assorbimento da parte della GDO a prezzi sostanzialmente stabili; di conseguenza, anche i ritiri di latte presso gli allevamenti proseguono nella norma sebbene si registri un leggero calo del prezzo rispetto all’inizio dell’anno (77 €/100 litri a marzo a fronte di 80 €/100 litri di gennaio in Sardegna). Anche per le esportazioni non si rilevano particolari rallentamenti nei flussi, con una buona collocazione del prodotto all’estero e un prezzo stabile nelle ultime quattro settimane.

Filiera carne avicunicola
Il mercato avicolo è da sempre quello che, tra le carni, reagisce meglio alle situazioni di crisi e, anche in questo caso, si è mostrato reattivo, favorito da una domanda che fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria lo ha privilegiato rispetto alle altre carni. In effetti, il settore gode dei vantaggi di un mercato nazionale autosufficiente e di una filiera integrata verticalmente, caratteristiche queste che lo hanno preservato da problematiche legate alla dipendenza da altri. Gli scambi in allevamento, da uno stato di equilibrio con un fondo di debolezza di inizio anno, sono diventati molto attivi; da oramai 4 settimane, con un leggero ridimensionamento in questi ultimi giorni, la domanda è stata superiore alla norma. In particolare per i polli, nella quarta settimana di emergenza, si registra un andamento meno sostenuto della domanda precedente. Vi è però la certezza della scarsità dell’offerta che non riesce a soddisfare interamente la richiesta; si continuano, quindi, ad anticipare i carichi in maturazione nelle settimane successive pur di accontentare la clientela. Il mercato permane in uno stato di forte eccesso di domanda, con quotazioni del vivo e — a effetto domino — del macellato, in forte aumento. La GDO sta al momento accettando di buon grado gli aumenti pur di riempire gli scaffali e soddisfare la richiesta.

Filiera carne bovina
Le misure drastiche volte al contenimento della pandemia stanno impattando in maniera pesante su tutti i mercati, compreso quello delle carni, dove a pagarne il prezzo più alto sono quei tagli e quelle tipologie per le quali il canale Ho.re.ca. rivestiva il ruolo prevalente. La forte riduzione del commercio internazionale ha sicuramente favorito il prodotto nazionale. L’avvento della pandemia ha però stravolto il circuito distributivo e la filiera si ritrova a dover riorganizzare flussi e canali di sbocco. Particolare importanza assume in questo momento la fase di approvvigionamento dei ristalli, in quanto i principali allevamenti da ingrasso dei nostri areali settentrionali acquistano l’80% della mandria dalla Francia. L’Italia, disponendo solo di pochissime vacche nutrici, infatti, non è mai stata in grado di produrre autonomamente i vitelli da ingrassare e di cui ha bisogno, risultando strutturalmente deficitaria per la materia prima. Proprio perché così concentrato, questo segmento potrebbe avere più problemi in questo particolare momento.
Nelle prime quattro settimane di emergenza sanitaria, il commercio dei bovini da ristallo è proseguito a ritmi regolari, condizionato solo dalla disponibilità stagionale di capi, ma il prosieguo si sta arricchendo di incognite rispetto al periodo precedente: il timore del contagio e la carenza di sistemi di protezione stanno portando alla sospensione/riduzione del lavoro di una parte delle società di export e degli autisti dei TIR. Alcune società hanno deciso la sospensione immediata delle operazioni di acquisto, mentre altre resteranno operative, ma la loro attività sarà ridotta. La disponibilità complessiva di bovini da ristallo, inoltre, permane bassa e in calo, come da classico ciclo produttivo stagionale. Gli operatori prevedono pertanto che i volumi sa-ranno insufficienti a soddisfare tutta la domanda italiana.
Sul fronte della domanda, le carni bovine escono da un lungo periodo di crisi in cui le flessioni dei consumi si sono susseguite fino a segnare perdite importanti (–7% nel quinquennio dal 2014 al 2018). Il mercato si stava stabilizzando, con segnali negli ultimi due anni che lasciavano presagire la fine del declino, ma il futuro torna ad essere un’incognita dopo questa emergenza sanitaria.
Nel complesso l’attività di macellazione, dopo due settimane di incremento rispetto agli andamenti del periodo (+10/15% nelle ultime settimane di febbraio), resta ad oggi molto perturbata e irregolare. L’impulsività dei consumatori che hanno effettuato acquisti di massa nelle prime due settimane, per poi rallentarli in quella seguente, ha provocato una riduzione delle macellazioni.
Anche il circuito distributivo risulta alterato, con il mercato delle carni bovine che si trova ad affrontare le problematiche legate alla difficoltà di piazzare i “tagli scompensati” non ritirati dalla GDO e che usualmente trovano collocamento nei canali Ho.re.ca. o esportativi. Per aderire alle richieste usuali della GDO, tali carni dovrebbero essere congelate, con una notevole perdita di valore per i macelli; allo stesso tempo, il mercato esportativo — attualmente limitato dalle restrizioni per il Covid-19 — mostra una fase di prezzi contenuti e in flessione, risultando di fatto poco attraente. L’alternativa sarebbe vendere alla GDO solo “mezzene compensate” (complete) per non avere scorte invendute da congelare. Una soluzione che al momento non trova pienamente concorde la GDO. Tutto ciò, ha raffreddato i compratori (macelli) che sono prudenti e attendisti negli acquisti dei capi maturi.
Sul fronte dei prezzi la situazione illustrata appare chiaramente, con i vitelloni ben posizionati e con buone prospettive di crescita e i bovini adulti (per la quasi totalità animali provenienti dal ciclo latte) che sono in sofferenza per il momentaneo blocco del tradizionale canale di sbocco, quindi con prezzi in netta flessione sia sul vivo che sul macellato. Intanto, sui mercati europei i prezzi delle carni bovine stanno scendendo, facendo prevedere un possibile incremento di carni estere sulle nostre tavole nelle prossime settimane.

Filiera suinicola
Con gli allevamenti decimati dalla Peste Suina Africana (PSA), la domanda di carne fresca dalla Cina ha portato ad una forte crescita delle esportazioni europee. Ma le dinamiche degli scambi internazionali nel settore non coinvolgono l’Italia.
La dinamica dei prezzi europei, molto positiva durante tutto il 2019 sia per i suini da allevamento (suinetti) che per i suini da macello, sta confermando questo trend anche durante il primo trimestre del 2020. Inoltre, i prezzi si mantengono elevati anche per una contrazione dell’offerta: nel 2019 le macellazioni UE hanno registrato un calo pari all’1,3% in termini di numero di capi macellati.
Si prevede che la produzione di carne suina dell’UE andrà incontro a un processo di riduzione dei volumi a causa dalle scelte politiche ambientali adottate da molti paesi membri dell’UE (in primis da Germania e Paesi Bassi, tra i principali produttori europei). Al contrario, in Italia nel 2019 c’è stato un leggero aumento delle macellazioni rispetto al 2018 (+2% numero capi macellati).
L’andamento positivo delle quotazioni registrato a livello europeo non si riflette sul mercato suinicolo nazionale, che nei primi mesi del 2020 riporta quotazioni all’origine e all’ingrosso in flessione, anche se ancora decisamente elevate rispetto allo stesso periodo del 2019. Nell’ultima riunione della CUN suini da macello (19 marzo), il prezzo dei suini di peso 160-176 kg (circuito tutelato) è sceso a 1,50 €/kg, in calo del 3,5% rispetto al dato precedente. Nell’ultima riunione della CUN tagli di carne suina fresca (20 marzo), i prezzi delle cosce fresche sono diminuiti, toccando i dati più bassi da agosto dello scorso anno.
Le quotazioni delle cosce fresche destinate a produzioni Dop sono scese a 3,27 €/kg per la leggera (-3,8%) e 3,99 €/kg per quella pesante (–4,1%). In calo anche i prezzi delle cosce fresche per crudi non tipici, con il prodotto leggero che ha fatto registrare un valore di 2,90 €/kg (–4,3% rispetto al dato precedente) e quello pesante di 3,42 €/kg (–4,7%). Stabile a 4,05 €/kg il prezzo del lombo taglio Padova.
A seguito delle misure restrittive adottate dal governo per il contenimento del Covid-19, il settore suinicolo sta affrontando alcune problematiche legate soprattutto al rallentamento dell’attività dei macelli e alla chiusura dei canali Ho.re.ca.
I macelli stanno soffrendo le difficoltà operative derivanti dalla necessità di organizzare le strutture per ridurre al minimo i rischi di contagio e mettere in sicurezza gli operatori, con la dotazione di presidi sanitari adeguati (si stima una riduzione del 20% della produzione nell’ultima settimana). Questo comporta una contrazione della domanda di suini da macello, a fronte di un’offerta da parte degli allevatori che resta elevata e si traduce con la riduzione dei prezzi all’origine dei suini.
Per quanto riguarda i prezzi, si mantengono ancora abbastanza alti quelli dei tagli destinati al fresco e alla vendita nei punti della GDO per cui il consumo risulta essere sostenuto, mentre le quotazioni dei tagli destinati alla stagionatura (prime fra tutti le cosce per i prosciutti Dop) sono in calo per il crollo della domanda dell’Ho.re.ca. (i macelli lamentano la perdita dovuta all’impossibilità di valorizzare questo taglio come avveniva abitualmente).
Allo stesso tempo, le produzioni Dop rallentano (si stima un calo della produzione del 15%) a seguito delle misure adottate dalle imprese di trasformazione per la messa in sicurezza degli operatori (meno operai su ogni linea produttiva, turni di lavoro, ecc…). Anche per l’industria della carne suina e dei salumi le maggiori criticità dettate dalle condizioni di emergenza riguardano la chiusura del canale Ho.re.ca. — al quale di solito viene destinato circa il 25% della produzione — cui si aggiunge la serrata dei “banchi taglio fresco” all’interno di alcuni punti vendita della GDO.
Allo stesso tempo, l’industria si sta confrontando con una forte richiesta da parte della GDO di prodotti in vaschetta, che possono essere conservati più a lungo e che garantiscono elevati standard igienico-sanitari: tuttavia, la capacità produttiva dell’industria risulta limitata e la produzione per il mercato interno entra in competizione con la quota produttiva di vaschette destinata all’esportazione, che necessariamente andrà incontro ad una riduzione nelle prossime settimane.
Fonte: Ismea
www.ismea.it

 

Didascalia: l’agroalimentare conferma le sue caratteristiche di anticiclicità anche in tempi di coronavirus. Ad eccezione di pesca e florovivaismo, è infatti un settore al momento sotto controllo in termini di tenuta e capacità di garantire l’approvvigionamento dei mercati: è quanto emerge dal Report di Ismea sulle filiere agroalimentari realizzato all’indomani delle misure restrittive adottate dal governo in risposta all’epidemia (photo © BKHRB – stock.adobe.com).

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