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Eurocarni nr. 5, 2020

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 72)

L’Europa non conosce la solidarietà

Mentre l’Italia si è trovata, quasi in modo inaspettato, di fronte allo scatenarsi della tragedia sanitaria in atto, ha dovuto registrare una serie di atteggiamenti scarsamente solidaristici da parte degli altri Paesi nostri partners, a cominciare dalla chiusura delle frontiere, ai blocchi a merci e persone, fino al totale disinteresse della Banca Centrale Europea, non tanto per l’andamento dello spread, quanto per la tenuta della moneta unica.
Il nostro Paese ha così dovuto arrancare per trovare il bandolo di un primo impatto per fronteggiare una situazione rivelatasi subito grave e seria, che non ha precedenti, almeno da cento anni, e che sta fiaccando i cittadini, già alle prese con problemi gravi sul piano del lavoro, dei redditi e della disoccupazione, in presenza di una crisi economica con la quale già ci si stava confrontando.
A parte la situazione della pandemia, per quanto riguarda i problemi di natura economica e finanziaria ci si è messa, per prima, la nuova presidente della BCE, Christine Lagarde, la quale, con la sua uscita improvvida del «non siamo qui per ridurre gli spread, ciò che è veramente necessario è una risposta di politica fiscale, ambiziosa, coordinata ed immediata», ha creato i primi problemi.
Pur se sul piano strettamente tecnico l’intervento della BCE non è sbagliato, l’occasione ed il modo con il quale è stato praticato ha avuto l’effetto di disorientare i mercati azionari e far schizzare verso l’alto spread e rendimenti. Così, al danno si è aggiunta la beffa nei confronti di un Paese già in grave difficoltà sia per i citati problemi economici e sociali ma, soprattutto, ora che si trova a combattere contro un morbo impietoso e distruttivo.
La diffusione della malattia ha portato il nostro Paese rapidamente in una fase nuova poiché, oltre alle difficoltà di natura sanitaria, ha dovuto registrare problemi influenti sulla domanda di beni e servizi. Infatti il crollo del turismo, le necessarie limitazioni poste ai movimenti ed all’attività di tutti i cittadini hanno aggiunto alla crisi della produzione una consistente diminuzione della sopraccitata domanda, allargata a diversi settori e creando conseguenze improvvise e difficili sull’occupazione e sugli equilibri aziendali.
Per tale quadro si sarebbero dovute attuare misure completamente diverse e molto più forti di quelle messe in atto in occasione di crisi precedenti. Tutti, invece, hanno per lo più tergiversato, dai responsabili nazionali a quelli comunitari e, intanto, il morbo che ci ha colpito, avanzando velocemente e fiaccando i cittadini nello spirito e nel corpo.
In una prima fase l’Europa ha dato l’impressione di voler adottare le opportune misure che hanno lasciato ben sperare; la BCE, da parte sua, ha ristabilito uno scudo: il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme), aggiungendo 750 miliardi di euro ai 120 miliardi di euro già previsti dal Quantitative Easing per l’acquisto di titoli pubblici e privati “in modo flessibile” nel tempo e tra i paesi fino alla fine dell’anno.
La Commissione UE, successivamente, ha proposto ed attuato la sospensione del Patto di Stabilità con l’attivazione della clausola generale di salvaguardia e, in breve tempo, appena tre giorni, il quadro temporaneo per una piena flessibilità sugli aiuti di Stato, articolato in cinque punti, come sovvenzioni dirette, agevolazioni fiscali selettive e acconti, con sostegni alle imprese fino a 800.000 euro, garanzie di Stato per i prestiti bancari alle imprese, prestiti pubblici agevolati alle imprese, salvaguardie per le banche che convogliano gli aiuti di Stato all’economia reale, assicurazione del credito all’esportazione a breve termine. Il termine per concedere detti aiuti è il 31 dicembre corrente anno, anche se non sono escluse proroghe.
Fin qui le cose, almeno sotto il profilo economico e finanziario, sono state ritenute abbastanza soddisfacenti, anche se è mancato di considerare un elemento non secondario: a parte lo sblocco di fondi del bilancio UE e l’impegno della Banca Europea degli Investimenti, (la BEI), è sorto un contrasto su come utilizzare il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità), che, con un potenziale finanziario disponibile di 410 miliardi di euro, costituisce il vero prestatore di ultima istanza dell’area euro. Neanche la proposta italiana di emettere un’obbligazione comune, il coronabond, ha trovato condivisione generale.
La necessità di creare dette due fonti anticrisi allo scopo di disporre di maggiore liquidità si fonda sul fatto che non si conosce il conto sia della crisi sanitaria, sia di quella economica; la prima che, secondo una generale convinzione, sarà enorme e molto lunga, la seconda, che non si vorrebbe addossare ad un indebitamento in Paesi già molto indebitati, come l’Italia, che potrebbe rischiare pericolose crisi di credibilità sui mercati, con inevitabili nuove tensioni sul debito sovrano.
I contrasti si fondano soprattutto sul principio di coinvolgere tutti gli stati nell’utilizzo del citato MES e sull’adozione del coronabond, sostenuta per altro dal “fronte del Sud” e dalla Francia.
Ecco che, quando si cerca di avanzare sulla strada della condivisione dei rischi finanziari, si riaprono vecchie e mai sopite ferite con altri paesi del Nord Europa, anche se è da notare, però, che la sola BCE si è dichiarata favorevole ai coronabond, forse perché, in caso di pratica solidale, essa non appare  da sola a difendere sui mercati la credibilità dell’unione monetaria.
Nell’attesa teleconferenza del 26 marzo ultimo scorso tra i capi di Stato e di Governo dell’Unione, con all’oggetto i citati problemi, si è dovuto constatare la divisione tra i Paesi del Nord e quelli del Sud, più Francia, con il summit che si è chiuso con un rinvio, senza alcuna sostanziale positiva conclusione, nonostante 6 ore di discussioni inutili, che hanno messo a nudo l’egoismo di alcuni Paesi, i quali, anche di fronte ad eventi drammatici come quello che stiamo affrontando, si racchiudono nella loro cosiddetta virtuosità ed ignorano ogni forma di solidarietà.
Proposte alternative da loro sostenute restano legate a condizioni tali da rendere l’eventuale intervento del FES (Fondo Europeo di Solidarietà) non solo insufficiente ma del tutto inaccettabile; si tratta di vecchie abitudini e vecchi sistemi cui si ispirano i Paesi del nord, le cui “virtù” riguardano solo i loro interessi e, per alcuni, non sempre limpidi, soprattutto sul piano fiscale di non chiara legittimità.
Ed ora la mancanza di una politica europea unita e determinata si potrà tradurre solo in una più lunga durata della crisi in atto, con inevitabili tensioni sociali e risentimenti nei confronti della stessa Europa, che dovrebbe essere unita e non dissociata da una realtà, che non farà sconti a nessuno.
Attendiamo i risultati che scaturiranno dal prossimo vertice con animo triste ed irato, con la frustrazione dei sogni in cui più generazioni hanno creduto.
Speriamo che l’Europa intera rinsavisca di fronte al dramma che l’umanità sta vivendo e la prossima riunione si possa smentire nei fatti, la cui positività è quella che in questo momento serve.
Cosimo Sorrentino

Nota: photo © browneyesboyua – stock.adobe.com.

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