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Eurocarni nr. 3, 2020

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 98)

Carne Cruda

Arabian Mountain, Black Lips

Carne cruda. Non credo ci sia stato ancora nulla di più diretto in questa rubrica nel merito di Macelleria & Musica, prima di questo articolo. Raw Meat, letteralmente, appunto, carne cruda, è uno dei brani più importanti e rappresentativi di “Arabian Mountain”, sesto album di Black Lips. La band di Atlanta, attiva dal 1999, arriva ad un punto di svolta preciso a dieci anni dall’omonimo esordio datato 2001.
Un percorso fatto di indie rock e attitudine punk, diretto e chiassoso, divertito e divertente, ma che stava fisiologicamente esaurendo la sua carica.
Sì, il legame stretto con Vice, colosso mediatico che intercetta e diffonde tendenze dalla meta degli anni Novanta, ha portato la band oltre certi confini puramente indipendenti ma si arriva ad un punto in cui una svolta è necessaria.
Ecco che allora che la scelta di un produttore come Mark Ronson rappresenta la soddisfazione di un’urgenza.
Il britannico è riconosciuto come il responsabile di diversi successi planetari, uno su tutto quello di Amy Winehouse, e l’apparente azzardo si rivela invece pienamente riuscito. Alla band viene così idealmente fornito un caleidoscopio attraverso cui prima guardare il proprio immaginario e poi girarlo verso l’esterno per proiettarne le visioni in maniera eterogenea.
Il background 60’s in comune tra le due parti emerge come linea conduttrice lungo tutto il disco.
Ciò che rende “Arabian Mountain” un disco pienamente riuscito è il fatto che Ronson incida tanto a livello di produzione e arrangiamenti ma che non snaturi in alcun modo Black Lips. Non li trasforma in qualcosa che non sono, li mette in condizione di scoprire una libertà che prima avevano ignorato o in alcuni casi sottovalutato.
Ronson, che ha prodotto nove canzoni e ne ha masterizzate altre due registrate con il chitarrista dei Deerhunter, dona alla band una produzione Sixties tanto artificiale quanto credibile nella sua eterogeneità. Un paradosso che funziona perfettamente. Così l’inizio con Family Tree è indissolubilmente connotata dal sax che apre il brano e irrompe nel ritornello, ricorsivo e ballabile, tra surf e garage. Poi il beat nervoso di Modern Art, tra voci doppiate e uno xilofono a cadenzare, prima di una ballata come Spidey’s Curse, che sembra uscita da una registrazione di Phil Spector.
Ancora il sax, in Mad Dog, ma stavolta come in un film di spionaggio a collegare storie tra bridge e refrain.
Le paranoie lisergiche in Mr Driver, prima di tornare su immaginarie spiagge e jingle jangle alterati.
Un singolo irresistibile, Go Out And Get It, arriva con la sua semplicità in un momento perfetto del disco, dopo aver provato suggestioni unite da un filo rosso ma tutte diverse in qualche modo tra loro, spazzando via tutto in meno due minuti.
Nello stesso lasso di tempo, in poche battute piazzano il knock out con la nostra Raw Meat: un ritornello che si appiccica subito al cervello e ti ritrovi a fischiettarla senza nemmeno rendertene conto mentre pensi ai Beach Boys e ai Ramones.
Siamo a metà disco, sono passati meno di venti minuti e cambia di nuovo tutto: Bone Marrow è handiclapping e una sega suonata con un arco a mo’ di synth e una chitarra amplificata prima di una batteria minimale, la voce che canta una specie di filastrocca.
The Lie torna in ambienti che sanno di spy story rétro, mentre Time è un chiaro e riuscito omaggio a quei geni dei Kinks e non è roba da tutti. Sembra uno strano incrocio tra Rolling Stones e Country Dumpster Diving e ti chiedi se è uno scherzo mentre ti rendi conto che ti stai divertendo. Sia chiaro, le radici non sono estirpate e New Direction, che fu il singolo che precedette la release del disco, come nella successiva Noch-A-Homa che si attengono allo stesso playbook in stile Nuggets (la prima storica compilation di garage rock e psichedelia pubblicata nel 1972) che ispirava tutte le loro precedenti uscite.
Gli echi dei Byrds in Don’t Mess Up My Baby arricchiscono lo scenario fin qui disegnato dai Black Lips. La conclusiva You Keep On Running, unico brano sopra i tre minuti in tutto il disco, è una fuga malata e psichedelica che spiazza e stupisce.
“Arabian Mountain” ha il merito, come dicevamo all’inizio, di essere un’eterogeneità divertente e credibile. Una dichiarata e coraggiosa volontà di crescita, perfettamente riuscita passando attraverso il rischio di essere considerati “venduti” a chissà quale fantomatico universo commerciale. Il fatto di aver voluto ampliare i propri confini non ha assolutamente svilito la credibilità di un gruppo tanto divertente quanto capace.
Giovanni Papalato

Didascalia: Giovanni Papalato (photo © Lucio Pellacani).

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