Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 2, 2020

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 40)

Riforme strutturali e la questione MES

Dopo tanto penare è stata approvata, entro il 31 dicembre u.s., la manovra di politica economica del Governo, evitando così il ricorso all’esercizio provvisorio. Alla fine, così come viene ritenuto da più parti, il bilancio che è stato approvato dalle Camere parlamentari non contiene misure che avranno gli effetti depressivi denunciati da una parte, ma non contiene neanche alcun effetto espansivo come viene affermato da parte governativa. Trattasi, a parer nostro, di un bilancio sostanzialmente irrilevante dal punto di vista della politica economica, poiché non contiene effetti dannosi ma non contiene stimoli alla ripresa e, come ha affermato qualche economista di livello, lascia le cose suppergiù come “sarebbero andate senza la legge di bilancio”.
Il quadro attuale del nostro Paese mostra l’economia ferma da oltre un anno e che non dà segni di ripresa, mentre continua a crescere la disoccupazione, la quale, secondo un recente report dell’Istat, si attesta su un ritardo di almeno dieci punti percentuali rispetto al tasso medio europeo. Inoltre, aumentano i casi di crisi aziendali, che comportano diminuzioni dell’occupazione, soprattutto nel Mezzogiorno del nostro Paese, dove sono ben note e già molto gravi le condizioni sociali.
Sarebbe stato necessario dare una spinta alla ripresa e invece continuerà a crescere il rapporto tra debito pubblico e PIL, che appare sempre più un nodo inestricabile, tenuto anche conto che per effetto del deficit di bilancio e della bassa crescita anche quest’anno il rapporto tra debito pubblico e PIL crescerà. Fa sorridere perciò che si parli continuamente del disinnesco dell’IVA per evitare un vero effetto depressivo derivante da un aumento del prelievo fiscale sui consumi finali, ma pur sempre di un debito si tratta e che va ad aumentare il fardello che già grava sull’Italia.
Preoccupa il fatto che un livello elevato del debito significa che in ogni momento si può innescare, per ragioni internazionali o interne, una crisi di fiducia collegata al problema del finanziamento del debito pubblico in scadenza.
Appare necessario, perciò, far riprendere il cammino della crescita dell’economia italiana e impostare una politica di effettiva riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL, anche se l’elevato livello di detto debito rende più difficile e rischioso utilizzare la finanza pubblica ai fini di sostegno dell’espansione economica. Al momento non si vede, però, la messa in moto di una strategia da parte delle nostre autorità di governo, allo scopo di allentare il nodo della bassa crescita e dell’alto rapporto tra debito e PIL.
La verità è che non si riescono ad avviare in pieno le indispensabili e non più rinviabili riforme necessarie per migliorare il nostro complicato Paese, ma esse vengono, a volte, appena sfiorate e non definite. Ha tenuto banco, per esempio e per un lungo periodo di tempo, la questione del Meccanismo Europeo di Stabilità, il cosiddetto MES. Come sempre accade in queste circostanze, si sono formate due fazioni tra sostenitori e detrattori della sua riforma, sfuggendo alla vera domanda da porsi, al di là dei relativi aspetti meramente tecnici: fino a quando potrà crescere il debito pubblico per considerarlo ancora sostenibile?
Al di là dei meccanismi tecnici, che confondono le idee, intendiamo fornire elementi che possano far comprendere l’importanza del MES nel quadro che si va delineando in vista dell’assetto definitivo del nuovo trattato. Il MES, previsto dal 2011, è un organismo che svolge la funzione di prestatore di ultima istanza nei confronti dei Paesi dell’Eurozona fortemente indebitati. Ciò significa che, nel caso in cui il Governo di un Paese, con elevato debito pubblico, incontri difficoltà ad ottenere risorse sul mercato, può evitare il fallimento ottenendo un prestito o l’apertura di una linea di credito giurando il proprio impegno ad adeguare riforme che si traducano in tagli alla spesa e aumenti alla tassazione. Questo tipo di condizionalità, tuttavia, è già attiva e la si fa valere a prescindere dal “bisogno di riforme strutturali e investimenti” evocato dalla risoluzione del Parlamento italiano. Ricordiamo le note vicende della Grecia, che dovrebbero indurre ad una profonda riflessione.
Risultano, però, al momento, sminuite le prerogative della Commissione UE in materia di sorveglianza fiscale e, nella sostanza, viene accolta la prospettiva di parte tedesca e del presidente della Bundesbank, il quale, da tempo, suggerisce di affidarle ad una autorità indipendente diversa dalla Commissione, rivelatasi troppo esposta all’indifferenza sulla disciplina fiscale dell’Eurozona.
Resta da capire perché l’Italia non abbia insistito nell’evidenziare il depotenziamento del ruolo della Commissione al momento giusto e proporre ora, a giochi chiusi, di andare avanti solo a condizione che, assieme alla definitiva approvazione del nuovo MES — da ritenersi per noi già definito —, viaggi l’unione bancaria, con l’assicurazione sui depositi ed il bilancio comune dell’Eurozona. È una trattativa, secondo noi, senza particolari successi e forse sarà meglio pensare ad alleggerire il nostro debito pubblico, per non rimanere impigliati in meccanismi il cui innesto è certo assai rischioso. Meccanismi che non si accennano, per non annoiare la pazienza dei nostri lettori.
Cosimo Sorrentino

Nota: photo © fewerton – stock.adobe.com.

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