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Eurocarni nr. 2, 2020

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 126)

A caccia non di orsi ma di ritmi e magia

Shields, Grizzly Bear

Ho raccontato dischi in cui il collegamento alla carne era frutto di copertine o canzoni che citavamo macellai, allevamenti, alludevano a tecniche o strumenti. In questa occasione ricorro ad un brano, The Hunt, letteralmente La Caccia, tratto da “Shields” un disco di Grizzly Bear. No, non c’entra la caccia all’orso. L’arte venatoria come strumento di tutela di un ecosistema è per chi scrive importante. In Toscana, per esempio, vista la presenza di cinghiali importati dall’Est Europa, con caratteristiche e proliferazione molto diverse da quelli locali, è fondamentale.
Il dibattito in merito alla caccia è sempre fonte di accese discussioni. Con tutti i limiti del caso, anche certi album e certe band dividono e sono motivo di frattura in chi vive la musica con passione, intendendo il gusto come tratto distintivo caratteriale e intellettuale. Non è il caso di Grizzly Bear che, fin dall’esordio del 2004 con “Horne Of Plenty”, hanno sempre raccolto unanime consenso di pubblico e critica. Certo, si parla di musica indipendente per concetto e distribuzione, lontano da grandi platee, ma ci si trova davanti ad un gruppo di alto livello compositivo ed interpretativo. “Shields” è un disco coraggioso, in cui la composizione ricca di arrangiamenti cesellati e barocchi si innamora di sentimento ed emozione per parlare di solitudine, della melanconia di guardarsi tra passato e presente, della forza del conforto e del guardare avanti.
La forza della loro musica è la distribuzione della bellezza tra il cuore di ogni brano come nei suoi bordi.
L’ascolto che ci viene chiesto è così non solo per la melodia e la struttura ma anche per tutti i dettagli disposti, non sparsi, lungo il percorso. Rumori di fondo, volumi e gioco dei canali stereo sono alcuni dei fattori che modulano ogni canzone, connotando lo stile di Grizzly Bear.
L’apertura affidata a Sleeping Ute è pirotecnica: le chitarre acustiche ed elettriche scintillano su rullate maestose con fragori come di tuono, accordi e arpeggi sono come cascate e fontane che si rinnovano.
Speak In Rounds è un battito, prima regolare poi progressivo, fino a esplodere nel ritornello. La chitarra ferrosa come un ingranaggio e come un carillon e una sciarada, a seconda delle ondate che spostano il pezzo. Quando arrivano i fiati salgono su una ritmica che pesta e spinge, fino al culmine per poi scomparire.
Il finale confluisce in Adelma un liquido gioco di toni, tra echi e riverberi.
Un’esplosione, un accordo che irrompe per dare vita a Yet Again, uno dei pezzi più importanti del disco.
La voce di Ed Droste è ammaliante, guida e, allo stesso tempo, si libera leggera. Qui c’è in poco più di cinque minuti tutto l’immaginario di Grizzly Bear: un brano che riesce ad essere sofisticato e pop insieme, dove ad ogni giro si aggiunge un accorgimento, uno strumento, un effetto ad arricchire senza appesantire.
Quando ad un certo punto entra un synth, si ha la sensazione di avvolgimento e di elevazione, in un contrasto armonico incredibile. Il basso, che per tutto il brano pulito e caldo si destreggia elegante tra batteria e voci, si deforma assieme a chitarre che da intrecciate si distorcono, in un magna sonoro che diventa una coda liberatoria.
Un pianoforte e chitarre lontane, Hunt è una nenia che, soprattutto nell’inciso, ricorda certi Radiohead post “Ok Computer”, ma poi si emancipa inserendosi perfettamente in quell’estetica indissolubilmente legata ad un’America rétro e sbiadita, sfaccettatura di questo gruppo. È un passaggio, un momento intermedio, perché con Simple Answer si torna a dinamiche più pop, eleganti e cerebrali, ma decisamente efficaci. Soprattutto a livello ritmico si arriva in un uno spazio aperto in cui una slide dà spinte ad una ruota immaginaria fatta di colori e geometrie. Giri veloci e poi lenti sul finale, con la voce a salire e scendere.
Un improbabile ma intrigante incrocio tra atmosfere jazz e prog rendono What’s Wrong una sorta di avventura sonora, tanto inaspettata quanto gradita.
Si torna ad ammirare la capacità compositiva di Grizzly Bear con Gun Shy in cui la semplicità strutturale non si nasconde ma splende negli arrangiamenti e nell’interpretazione.
Ti ritrovi in pochi secondi a riconoscere qualcosa di sconosciuto ma familiare, mentre Half Gate ti guida in un immaginario di cui ormai conosci i sentieri, ti sai muovere, e un brano come questo lo senti dritto e pieno, in ogni suo dettaglio, in tutto il suo insieme.
È arrivato al momento giusto, come in una caccia, non ci sono casualità o, se ci sono, le fai tue potenzialità. Se si deve pensare ad un brano che rappresenti bene “Shields” è questo.
Certe conclusioni hanno bisogno di epicità, come l’esibizione di una preda preziosa, la fine di un viaggio lungo dieci brani, un’alba livida e magica: Sun In Your Eyes.
Quello che rimane in un mondo non solo musicale, in cui un ritmo impaziente e poco accurato porta via con sé ogni cosa, è la volontà di prendersi il tempo necessario per vedere e guardare, sentire ed ascoltare.
Grizzly Bear con questo disco chiedono attenzione, di farsi cacciare, inseguire, prendere. Acconsentire è un gesto coraggioso di questi tempi.
Giovanni Papalato

Nota: photo © Lucio Pellacani.

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