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Eurocarni nr. 11, 2020

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 140)

Ma tu lo mangi il cavallo?

They Were Wrong, So We Drowned, Liars

“I no longer want to be a man 

I want to be a horse.

Men have small thoughts.

I need a tail, Give me a tail.

Tell me a tale”

Broken Witch, Liars

 

Una strofa fatta di associazioni di idee, immagini, riferimenti culturali, giochi di parole, racconto.

Negli Stati Uniti non si mangia carne di cavallo. È tabù, un rifiuto culturale. Da qualche anno la macellazione di capi Mustang è possibile nei Paesi confinanti, evitando i costi dei controlli sanitari statunitensi, ma questo non cambia quanto espresso sopra: il mercato di questa carne non comprende gli USA, anche di animali autoctoni.

Per quanto mi riguarda, invece, la macelleria equina nel quartiere dove sono nato e tuttora vivo è una delle poche botteghe che non è cambiata o sparita nel corso dei decenni. Oltre a questo, essendo figlio di un salentino trasferitosi all’inizio degli anni Sessanta in Emilia-Romagna, questa carne fa indiscutibilmente parte della mia cultura culinaria e non solo.

In Salento, infatti, uno dei piatti più rappresentativi e ancestrali è costituito dai Pezzetti di cavallo in pignata. Nella cultura contadina, l’animale che è stato compagno di lavoro e fatica non deve essere sprecato. È un concetto che evidentemente può risultare inaccettabile per gli Statunitensi, appunto, ma che è invece solido e fondante nella cultura contadina del nostro Paese. La pignata è una tipica pentola in terracotta con due manici, smaltata esternamente e non all’interno, in modo che durante la cottura favorisca la traspirazione del cibo mantenendolo caldo e permettendo di continuare la cottura una volta tolta dal fuoco.

Il cavallo di cui canta Angus Andrews è senza dubbio invece simbolo per eccellenza di libertà. Un concetto imprescindibile nella sua band, i Liars. Prova ne è “They Were Wrong, So We Drowned” da cui abbiamo riportato un estratto nell’incipit di questo articolo. È il secondo album, esce nel 2004 a distanza di due anni dal debutto “They Threw Us All in a Trench and Stuck a Monument on Top”.

Libertà è non proseguire nel riuscito e acclamato wave-funk che li ha resi una delle band migliori per critica e pubblico all’interno di una scena, quella di Brooklyn, capace di coinvolgere due generazioni attraverso la commistione di passato e contemporaneo.

Per questo, invece di continuare nel segno di una formula ancora ampiamente esplorabile, virano decisamente verso un territorio straniante, non confortevole, meno immediato. Da cinque membri passano a tre, sostituendo il batterista. Decidono di andare in una fattoria del New Jersey, lontani da tutto ciò che li esalta o perlomeno li contestualizza.

I Liars, con riferimenti e formazione inedita, scrivono un concept che parte da un’antica celebrazione pagana della Primavera, tipica dell’Europa Centro-Settentrionale e praticata soprattutto dai popoli germanici la notte tra il 30 aprile e il 1o maggio, nota come Walpurgisnacht (la notte di Valpurga). Una festa caratterizzata dall’accensione di falò notturni, uniti a canti propiziatori per la purificazione del bestiame, oltre che alle invocazioni per un buon raccolto estivo, per l’abbondanza, la prosperità, la fertilità, esattamente così come avveniva per i Celti per la ricorrenza stagionale opposta, il Samhain (la notte tra il 31 ottobre il 1o novembre, l’attuale Halloween). Secondo alcune tradizioni, strane figure, identificate successivamente come streghe, quella notte uscivano dai loro rifugi per danzare e cantare.

La rinascita, il legame simbolico tra queste feste pagane così lontane, ma in realtà così uguali, la loro attitudine, portano ad un album denso, visionario ed eseguito con caotica accuratezza e precisione.

Lo apre Broken Witch, da cui abbiamo preso una strofa. Sembra una falsa partenza, una campana sintetica suona nella foschia, poi ci si avvicina attraverso un synth, una nota alla volta mangiata da una batteria che rimane su stessa. Pochi secondi e si placa, per ricominciare uguale a se stessa. Poi la litania di Andrews comincia, facendosi forte con accordi isolati di chitarra elettrica, in un crescendo balbettante ma comunque potente, dove la frammentazione diventa ritmo. Più di sei minuti sono una dichiarazione più che esplicita di intenti.

Steam Rose From the Lifeless Cloak è invece un ipnotico mantra che attraverso suggestioni spaziali a bassa fedeltà (sembra di sentire quelle pistole giocattolo fatte di vetrini e dinamo con suoni acuti ed echi), attraverso effetti e campionamenti, si esaurisce quasi formando una struttura circolare.

Il singolo There’s Always Room on the Broom è il fil rouge con il recente passato, ma trasfigurato in qualcosa di diverso. Eccolo il funk che anche passando attraverso filtri acidi ci fa tenere il tempo e si insinua dalle orecchie ai muscoli. La batteria è suonata, ma manipolata e poi campionata alimenta una convivenza tra analogico e digitale che porta ad una vitalità intensa per quanto sfuggente.

Si torna ad atmosfere caustiche e ossessive con If You’re a Wizard Then Why Do You Wear Glasses?, tra esplosioni di white noise e tribalismi.

Uno dei momenti più importanti del disco arriva con We Fenced Other Gardens with the Bones of Our Own in cui si ritorna ad un approccio balbettante, dove ci si ferma per poi riprendere aggiungendo, ma strutturandosi così in maniera più materica.

È un brano denso in cui emerge una natura Dub che si unisce perfettamente a certa wave industriale, perfettamente coniugata ad un’interpretazione vocale che non copre ma realizza in pieno il senso della composizione.

Giri il primo lato e come a rimpiattino ecco che inseriscono un altro pezzo clamoroso subito a ridestare l’ascoltatore. They Don’t Want Your Corn – They Want Your Kids è una perfetta espressione di quell’elettronica cheap riscoperta proprio in ambienti punk nella Brooklyn dei primi 2000.

Band come El Guapo (poi Supersystem) ne sono principali espressione, assieme appunto a Liars. Meno di tre minuti per un perfetto mix di hand clapping, piatti, congas, synth primordiali e loop che si intersecano a formare un brano esemplare nel suo genere.

Ci si nasconde di nuovo con Read the Book That Wrote Itself, in cui tra la registrazione di una matita che scrive e un tamburo tribale che percorre tutto il perimetro del brano, tutto si confonde.

E il tribalismo è presente e importante anche in Hold Hands and It Will Happen Anyway, in cui però si infilano chitarre da spy story, che allungano e dilatano la ritmica di un brano che così prende una forma più convenzionale rispetto all’attitudine del disco.

Non sono assolutamente assenti tempi dispari, voci filtrate, noise e richiami estremi a funk sommerso da elettronica e riverberi, ma che riescono ad armonizzarsi per quanto spigolosi.

L’esatto contrario di They Took 14 for the Rest of Our Lives, un ossessivo e inquietante incastro di strutture ricorsive, moleste, ripetute e ingrossate fino a rilasciare una coda di distorsioni nel silenzio artificiale di qualcosa che si è esaurito.

Il viaggio termina con Flow My Tears the Spider Said, un lisergico e riuscito brano psichedelico che parte da organo e voce in un’atmosfera tra il rurale e il vaudeville, in cui la tradizione statunitense gioca un ruolo importante. Quasi un gospel deviato, che lentamente scema prima in un lamento sommesso prima che la natura prenda il sopravvento, lasciando la seconda metà dei sei minuti che compongono il brano al canto di uccellini.

Libertà, dicevamo. Sì, Liars hanno prodotto un esercizio di libertà davvero indiscutibile. L’oggetto del disco, il modo in cui lo hanno realizzato. Il metodo e la disciplina con cui hanno voluto allontanarsi da una realtà espressiva e da una prospettiva che li aveva inquadrati.

Molti gruppi non avrebbero chiesto di meglio. Non loro che hanno nello smarrimento, nel non dare punti di riferimento una necessità.

Fu così che quando “They Were Wrong, So We Drowned” uscì, la critica e chi aveva ballato il disco precedente si divise tra chi gridava al capolavoro e chi lo definiva un bluff. È nella natura di un’opera così spiazzante.

Cosa rimane? La discografia di questo trio newyorchese è costituita negli anni di album che non rinnegano il passato, ma a cui non riescono a rimaner legati. Una perenne ricerca di nuove espressioni, senza lasciare da parte la personalità. Disorientando, spingendo ad ascoltare per entrare, evitando scorciatoie, in un posto dove non sei ancora stato libero.

Giovanni Papalato

 

Didascalia: Giovanni Papalato, photo © Lucio Pellacani.

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