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Eurocarni nr. 11, 2020

Rubrica: Mercati
Articolo di Villa R.
(Articolo di pagina 68)

Il mercato mondiale della carne bovina nell’era del Covid

Secondo il rapporto Rabobank, nel terzo trimestre 2020 i prezzi sono in risalita dopo i rallentamenti nelle macellazioni della primavera. Anche la peste suina e l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea determineranno una scossa nelle forniture

L’andamento dell’epidemia Covid-19 rappresenta tuttora il principale fattore che sta modellando in maniera marcata il mercato globale delle carni bovine. In Australia una seconda ondata di contagi ha causato il fermo di alcuni stabilimenti di macellazione, tuttavia senza contraccolpi sulle quantità macellate dato il numero ridotto di capi pronti del periodo; in Nuova Zelanda il rallentamento degli abbattimenti imposto in aprile e maggio è stato compensato da una maggiore attività nei mesi di giugno e luglio, tanto da ritornare sui livelli consueti; situazione simile a quanto verificatosi in Canada, dove l’arretrato è previsto sia stato recuperato entro la fine di settembre.

In Brasile la situazione dell’epidemia di Covid-19 è differenziata a seconda delle aree, con alcune soggette ad una seconda ondata mentre altre si trovano ancora nella prima fase: ciò ha influenzato a macchia di leopardo le macellazioni dei capi, il settore della ristorazione ha avuto alti e bassi in conseguenza delle restrizioni applicate.

Negli Stati Uniti i livelli delle macellazioni sono ritornati al 97% del periodo pre-Covid, con il mercato nell’ambito del canale della ristorazione pure in recupero nel terzo trimestre 2020.

In Europa si è verificata una ripresa dei consumi grazie alla graduale riapertura dei locali pubblici, sebbene parzialmente inficiata da restrizioni a livello locale durante l’estate. Eventuali ulteriori provvedimenti di lockdown, anche a livello di regioni entro gli Stati come tra fine settembre ed ottobre 2020, non faranno altro che continuare ad influenzare la circolazione delle carni.

Il prezzo delle carni bovine nel terzo trimestre del 2020 è salito, grazie ad un incremento nei principali Paesi esportatori, ad eccezione degli Stati Uniti nei quali si è registrata una flessione.

 

Peste suina africana e Brexit: altri due fattori di turbamento del mercato

Oltre all’epidemia tutta umana del Covid-19, anche un altro virus, la Peste Suina Africana (PSA), sta cambiando gli equilibri delle carni bovine. Da agosto 2018 in Cina sono state abbattute diverse centinaia di milioni di suini e, nonostante le drastiche misure intraprese, l’epizoozia nel grande Paese e in quelli limitrofi non è ancora stata debellata. I recenti casi in Germania stanno facendo preoccupare anche gli altri paesi dell’Unione Europea ora indenni e fanno sorgere barriere e diffidenze. Gli analisti prevedono che nel 2020 la produzione di carne suina in Cina si assesterà tra un –15% ed un –20% rispetto ai livelli già estremamente negativi del consuntivo 2019 (che era sceso del 20% rispetto al 2018); valori in decremento del 10% a fine anno sono attesi anche per il Vietnam e le Filippine, colpiti allo stesso modo dalla peste africana.

La ridotta disponibilità di carni suine si tradurrà, nonostante un contemporaneo calo nei consumi, in una maggiore richiesta di carni bovine; in Cina sono previste nuove opportunità per gli esportatori di carni bovine, con i consumi di carni suine caduti dai 40 kg pro capite del 2018 ai 32,6 kg nel 2019 e previsioni di prezzi ancora alti per tutto il 2021, fattori che anticipano una tendenza già in atto ovvero la sostituzione con carni bovine o di pollame. La sfida per i produttori di carni bovine è quindi quella di sfruttare questa finestra per introdurre un cambiamento stabile nelle occasioni di consumo dei Cinesi, prima che il ritorno dei prezzi delle carni suine su livelli più abbordabili li faccia ritornare sui modelli più tradizionali.

Nei primi otto mesi del 2020 i prezzi delle carni bovine al dettaglio sono aumentati di più rispetto ai prezzi all’ingrosso, segno che la domanda da parte dei consumatori finali sta fortemente salendo: in precedenza il consumo di carne bovina in Cina era prevalentemente legato al consumo fuori casa, ora si sta facendo strada il consumo domestico, che promette di dispiegare un mercato molto vasto sinora latente. Paesi come gli Stati Uniti, la Nuova Zelanda (che esporta il 40% delle carni bovine verso la Repubblica Popolare), l’Australia e il Brasile sono pronti ad affilare le armi per cogliere le opportunità del grande mercato asiatico. Gli Stati Uniti, tuttavia, prevedono un calo delle esportazioni di carni bovine a fine 2020, con un –7,6% già registrato nel primo semestre e nei mesi di maggio e giugno si è verificato un tonfo del 33% rispetto agli stessi mesi del 2019. Il Giappone, primo mercato di destinazione, ha visto un leggero incremento (+5,6%) nel primo semestre rispetto all’analogo semestre dell’anno precedente, nonostante cali oltre il 20% anno su anno in maggio e giugno; la Corea del Sud, secondo mercato di destinazione, ha perso il 7,4% in volume con cali a doppia cifra nei mesi di aprile, maggio e giugno; il Messico ha avuto un tracollo nelle importazioni dagli USA (–37% nel primo semestre) tanto da farlo precipitare al quarto posto come destinatario. Infine, la Brexit è un ulteriore fattore di turbamento di questo vivace mercato: si prevede infatti che da gennaio 2021 il Regno Unito diventerà il quinto o il sesto mercato di importazione delle carni bovine, che potranno essere oggetto di competizione globale una volta sciolti i vincoli preferenziali con l’Unione Europea.

Roberto Villa

 

Didascalia: photo © Mercedes Fittipaldi – stock.adobe.com

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