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Eurocarni nr. 11, 2020

Rubrica: Attualità
Articolo di Villa R.
(Articolo di pagina 40)

L’export di carne dal Regno Unito dopo la Brexit

L’Associazione dei produttori di carne britannici (BMPA) è sul piede di guerra contro il Governo Johnson perché attivi politiche e procedure a favore dell’export

Nuvole nere si addensano sul settore della produzione di carni del Regno Unito se non verranno messe in campo entro la fine del 2020 opportune azioni di supporto, secondo l’Associazione dei produttori di carne britannici (British Meat Processors Association, BMPA). Le esportazioni di carne dal Regno Unito valgono 2,1 miliardi di sterline e danno occupazione a migliaia di persone, secondo i calcoli dell’Associazione, numeri che sono a rischio a partire dall’entrata in vigore effettiva della Brexit l’1 gennaio 2021. Ciò è particolarmente vero nel caso in cui la rottura delle trattative di uscita con l’Unione Europea dovesse essere confermata, senza un accordo specifico sugli scambi commerciali e doganali.

Per sventare il rallentamento delle spedizioni Oltremanica, se non un vero e proprio tracollo delle esportazioni, la BMPA suggerisce al Governo di attuare alcune azioni.

La prima consiste nella digitalizzazione dei certificati veterinari per l’export: attualmente è necessario l’utilizzo di certificati su carta filigranata dorata, stampati da una sola tipografia autorizzata, mentre il Governo ha promesso un nuovo sistema, che tuttavia non è ancora stato testato per verificare se regge al carico di domande che verranno inoltrate. Mentre in precedenza il certificato veterinario non era necessario in caso di destinazione verso un Paese Membro dell’Unione Europea, ora lo diverrà e, considerando che la maggior parte delle carni sono spedite verso l’UE, è comprensibile la preoccupazione dei produttori.

Come conseguenza, anche il sistema veterinario nazionale dovrà essere all’altezza per gestire un numero decisamente più elevato di certificati veterinari, aspetto che è del tutto fuorché trascurabile se si considera che la forza lavoro potrebbe essere precettata anche per le vaccinazioni anti-Covid non appena disponibili.

Altro punto dirimente affinché il sistema britannico non perda quote di mercato è rappresentato dai bolli sanitari o marchi di identificazione, atti a certificare lo standard qualitativo delle carni per l’export, che il Governo ha proposto di modificare ma che devono inderogabilmente essere approvati dai rispettivi partner commerciali, tanto dall’UE nel suo complesso quanto dai singoli Paesi al di fuori del mercato unico europeo. Poiché gli ordini vengono fatti con un anticipo di tre o quattro mesi sulla consegna, i produttori di Sua Maestà temono che ci saranno già delle inevitabili ripercussioni all’inizio dell’anno.

Infine, l’ultimo punto della petizione rivolta al Governo di Boris Johnson riguarda la possibilità di continuare ad usufruire della spedizione cumulativa (groupage), vale a dire il carico di piccole unità di merce sullo stesso veicolo (autotreno, container), situazione che potrebbe radicalmente cambiare quando il Regno Unito uscirà dall’Unione a 27 dal momento che diventerà un paese esportatore e non più un Paese Membro.

Il groupage è infatti consentito sempre per gli alimenti pre-imballati mentre non lo è al momento attuale per gli alimenti sfusi, che nel caso delle carni costituiscono la gran parte del flusso commerciale verso l’UE; è perciò quanto mai urgente una revisione delle normative in questione per non gravare sui costi di trasporto e rendere la materia prima britannica meno competitiva.

E se le prospettive per le esportazioni stanno vivendo le loro criticità anche il mercato interno si sta restringendo: un sondaggio condotto nella primavera del 2020 dalla Vegan Society, ha rivelato che durante il periodo del lockdown il 20% dei consumatori britannici ha ridotto il consumo di carne e derivati; atteggiamento che potrebbe essere reversibile ma che, in parte, potrebbe consolidarsi come una nuova abitudine alimentare: la metà di coloro che hanno assaggiato le alternative vegetali alla carne (hamburger, salsicce, ecc…) ha dichiarato che continuerà ad acquistarli.

Ma la BMPA non demorde e spinge perché i consumatori britannici preferiscano la carne nazionale rispetto a quella importata. È stata realizzata una campagna per l’acquisto di carne locale, con un sito web dedicato (1) e con lo slogan “British meat: origin matter”, incentrato sugli standard elevati di produzione, sulla sostenibilità del sistema di allevamento e sulla sicurezza dell’autoapprovvigionamento inscindibilmente legata alla presenza di una base produttiva solida ed efficiente.

Nel frattempo, alcuni esportatori si stanno adoperando per trovare valide alternative al commercio verso l’UE: ad esempio, nel continente asiatico vi è stata una presenza di operatori britannici al China International Meat Industry Exhibition (CMIE 2020) e al SIAL China in settembre. Ad entrambi gli eventi ha partecipato con uno stand anche l’Agriculture and Horticulture Development Board (AHDB) in funzione di promozione. Le prospettive sono di incrementare le esportazioni di carni suine e bovine; per le prime la Cina rappresenta già uno sbocco commerciale di tutto rilievo.

Roberto Villa

 

Nota

  1. sustainablebritishmeat.org

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