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Eurocarni nr. 10, 2020

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 142)

Come la pancetta a colazione

Breakfast In America, Supertramp

Uno dei dischi che fanno indubbiamente parte della mia infanzia e che, non solo per le canzoni, mi ha stimolato curiosità e immaginazione è “Breakfast In America” di Supertramp. È anche uno di quegli album che, nel corso della propria vita, alcuni hanno rinnegato o messo negli scaffali della libreria di casa come errori di gioventù, sulla base di non si sa quale etica. Io no.

Per prima cosa, una volta fattomi tradurre il titolo — “Colazione in America” —, mi sono chiesto cosa ci potesse essere di tanto differente da quella che consumavo io. Come tutti, ognuno a modo suo, certo, ma sempre con latte e biscotti, torte, merendine o pane burro e marmellata.

Intanto, disco tra le mani, sulla copertina una cameriera sorride a chi sta guardando dal finestrino di un aereo, portando su un piattino una spremuta d’arancia e tenendo sottobraccio un menu con stampato in prima pagina il titolo. Sullo sfondo, la skyline di Manhattan, fatta però di forchette, coltelli, saliere, tazze, cartoni di uova, dispenser di salse e un piatto che tutto ha tranne l’aspetto che dovrebbe avere, appunto, uno contenente una colazione. Perlomeno negli anni ‘80, quando io mettevo sulle orecchie le cuffie del walkman e mi perdevo tra le canzoni sotto un ombrellone in Salento, al riparo dal sole e dalle scottature sulla mia pelle pallida.

Ruotando il polso e guardando il retro dell’album troviamo i cinque componenti della band assieme alla cameriera e al titolare del locale, intenti a consumare proprio il loro breakfast. Di questa foto, due cose mi stupirono subito: uno di loro versava zucchero in un giornale sbirciando in quello del compagno, mentre un altro esibiva una fetta di bacon guardando dritto verso chi stava osservando la scena. Sul bancone, pane tostato, uova, broccoli e salse varie. Col passare del tempo e degli ascolti notai anche che, tutti a parte uno, tenevano fra le mani quotidiani inglesi. Quando cercai informazioni sulla band mi trovai davanti alla spiegazione di quella foto e ad una storia decisamente particolare su cui torneremo più tardi.

Quello che è certo è che imparai che la pancetta fritta a colazione fa parte della cultura gastronomica sia dei Britannici che, consequenzialmente, degli Statunitensi.

Centinaia tra film e serie tv lo avrebbero confermato in seguito, a prescindere dalle mie indagini musicali ma, tant’è, come dargli torto? Ora, al di là della bontà e della sua collocazione a colazione, il bacon e la pancetta sono la stessa cosa?

Molti tendono a rispondere di sì, sbagliando. La pancetta, infatti, si ricava dalla parte ventrale del maiale, che viene poi cosparsa di sale (in alcune regioni vengono utilizzati anche pepe e altre spezie) e poi viene lasciata riposare per alcuni giorni e preparata per il risultato finale (arrotolata, steccata o stesa). L’ultimo passaggio è la stagionatura che va da 50 fino a 120 giorni.

Il bacon, invece, ha natura e preparazione diversa. Il nome deriva dal termine germanico bacho, che significa “posteriore del maiale” o “prosciutto”, e per farlo si utilizzano diverse parti oltre alla pancia come la schiena, i lombi, la gola e i fianchi, che vengono poi lasciate in salamoia con spezie e aromi. Il tutto viene fatto essiccare per alcuni mesi e poi cotto nel forno, al vapore, bollito oppure affumicato. Ciò che si ottiene è legato ovviamente al taglio originale. Il back bacon è di lombo e più magro, il jowl bacon è ottenuto dalla gola, il cottage bacon dalla spalla, lo slab bacon dai tagli minori laterali. Infine, il “corrispettivo” della pancetta, lo streaky bacon.

A tutto questo sarei arrivato molto dopo, perché mi incuriosì molto di più la storia del gruppo che faceva colazione negli States. Così imparai che nel 1969 Stanley August Miesegaes, un mecenate olandese, smise di finanziare una giovane band, The Joint, deluso dal loro mancato successo. Era però talmente colpito dal talento del loro tastierista, che gli offrì la possibilità di formare un altro gruppo, ponendolo come leader come condizione indiscutibile per il suo investimento.

A Rick Davies, questo il nome del musicista, si affiancò Roger Hodgson. I due, che sarebbero poi stati il nucleo compositivo ed interpretativo del gruppo, avevano due concezioni della musica opposte: il primo, erede di una famiglia working class, aveva come riferimenti jazz e blues, mentre il secondo, proveniente da una famiglia borghese e da studi accademici, era affascinato dal pop intriso di psichedelia della Swinging London.

Queste diversità messe in connessione tra loro generarono una collaborazione artistica molto propizia, completata al principio dai testi del futuro paroliere dei King Crimson, Richard Palmer.

Il gruppo, forse per un ironico omaggio al loro finanziatore, decise di chiamarsi Daddy, ma durò poco perché un altro gruppo aveva un nome simile, Daddy Longlegs. Fu così che ispirandosi al libro di W.H. Davies, The Autobiography of a Super-Tramp, decisero di as-sumere il nome per cui li ricordiamo.

Gli inizi, pur con il plauso della critica, furono disastrosi a livello commerciale e Miesegaes smise di supportare economicamente la band. Questo, assieme all’ultima occasione garantita dalla casa discografica, paradossalmente coincise con la consolidazione del progetto.

Al bassista scozzese Dougie Thomson, si aggiunse il sassofonista John Anthony Helliwell e completò il quintetto il batterista di origine californiana Bob Siebenberg. Questa formazione nell’arco di un decennio produrrà i migliori album di Supertramp e li renderà uno dei più popolari gruppi della scena pop britannica. Ed ecco qui il perché del retro copertina e il nome dell’album: ogni musicista leggeva un quotidiano della sua città natale all’interno di un locale di Los Angeles dove si erano trasferiti per registrare il disco.

Un lavoro, il nostro “Breakfast In America”, che gli permette di compiere un ulteriore salto di livello, diventando di fatto un’icona pop.

Comincia dal silenzio e da un crescendo di un pianoforte elettrico, esplode assieme ad un groviglio chiassoso di strumenti che porta ad uno straniamento al di là del testo, col ritornello che sfuma in un assolo di sax che scava nell’inquietudine delle domande e della consapevolezza. È Gone Hollywood, routine e solitudine nella caricatura del “sogno americano” attraverso le vicissitudini di chi cerca e trova il successo, per poi finire come chi lo ha nel tempo rifiutato nel cinico cerchio dello spettacolo.

Logical Song sboccia con la grazia propria di quelle canzoni che si collocano perfettamente in un luogo che ognuno di noi custodisce e che era in attesa di essere raggiunto. Un equilibrio incredibile costituto da approccio melodico tanto semplice quanto foriero di suggestioni.

Il ricordo e la nostalgia che camminano accanto fino al sax che stavolta irrompe per evadere, schizzando leggero e cambiando la canzone che rigogliosa e bizzarra si trasforma fino a perdersi assieme ad effetti digitali uniti a Wurlitzer e gorgheggi isterici e nonsense.

È ancora un perfetto contrasto tra un testo nettamente triste e a tratti angosciante e strutture strumentali all’opposto, prima speranze poi gioiose e intersecate ad un irrazionale allegria.

Goodbye Stranger è un prodigio pop già prima del ritornello, che lo porta ad essere indiscutibilmente una delle pietre miliari di genere. Brevi ed epici riff di elettrica che interrompono una tastiera diafana col tempo segnato da un basso che sale e scende e un drumming minimale, preparano la scena ad un momento perfetto: la chitarra slabbrata su un pianoforte da Saloon che sembra fischiettare e poi il falsetto di Davies che ti porta via.

Via, ma non c’è posto per negatività o sentimenti aridi, solo il commiato di chi si è unito per qualche ora e adesso si separa, o forse di chi lascia tutto per un sogno. C’è comunque lo spazio per il gioco, nel rimpiattino dell’assolo finale di Hodgson, una divagazione scintillante e per un tratto anche scherzosa, indelebile nella sua freschezza.

Il quarto brano, il più breve dell’album, è la title track, una marcetta capace di incantare con un andamento circense “Take a jumbo cross the water / like to see America/ See the girls in California”, quasi una giostra insolente fatta di cori e fiati a ricamare le tastiere.

Chissà se il protagonista di Oh Darling è lo stesso di Goodbye Stranger che ha cambiato idea tornando o rimanendo, invece di andarsene prima dell’alba.

Intanto sfuma sognante alla fine di una melodia concentrica e armonica, con chitarre a raddoppiare sugli accordi di piano mentre si cantano promesse.

È già tempo di girare lato e far partire Take The Long Way Home che apre una serie di brani più riflessivi rispetto a quelli appena ascoltati.

Una armonica a segnare di mistero e malinconia una canzone in cui si impone un ritornello che racconta lo scintillio del successo — “And when you’re up on the stage, it’s so unbelievable, Oh unforgettable, how they adore you” —, e il suo prezzo pagato con la vita personale “Does it feel that your life’s become a catastrophe?”.

Ancora la solitudine al centro dell’invocazione vestita di Spiritual in chiave pop di Lord Is It Mine dove assieme al piano e alla voce solista di Hodgson è fondamentale nella coda il rimarcare della batteria che sottolinea il carico emotivo del brano.

Davies prende la scena con due brani molto diversi tra loro in sequenza. Prima la dirompente Just Another Nervous Wreck che ricorda in certe dinamiche il brano di apertura, dove dal successo si finisce nella polvere.

Casual Conversations è amara analisi dell’incomunicabilità resa attraverso un sarcastico arrangiamento lounge.

L’epilogo è una liberatoria e sconvolta dichiarazione di redenzione fatta di visioni e lisergiche allucinazioni. Child Of Vision è una lunga danza basata su un midtempo ripetuto, quasi costante interrotto soltanto per prender fiato e ricominciare.

E così, arrivati alla fine, rimane la sensazione forte di aver ascoltato undici storie di persone comuni, senza la distanza di un ideale. C’è invece un’umanità che si racconta con tormento e vitalità assieme, dove amarezza e gioia si alternano con rapidi movimenti mentre ci si sposta verso l’America attraverso strade incerte. Perché un viaggio così non può prescindere da illusioni e retorica, mistificazioni e disillusioni, sorpresa e fascinazione.

Non c’è rivoluzione nei Supertramp, nemmeno in “Breakfast In America”, ma dinamiche pop che hanno avuto la forza di imporsi fin dal primo ascolto come qualcosa di ancestrale e riconosciuto, un meccanismo tanto efficace come raro a dispetto delle apparenze.

Sicuramente un tratto distintivo della coppia Davies e Hodgson è quel modo di suonare il Wurlitzer, suonando una nota e smorzando quella successiva, che rende immediatamente riconoscibile una canzone dei Supertramp. Così come la pancetta a colazione. In che senso? Una volta che l’hai provata, ti lascia un desiderio così facile che ti rimane in testa, come una canzone che non sapevi di conoscere e che ti ritrovi a cantare.

Giovanni Papalato

 

Didascalia: Giovanni Papalato (photo © Lucio Pellacani).

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