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Eurocarni nr. 1, 2020

Rubrica: La pagina scientifica
(Articolo di pagina 132)

Consumo di carni e salute, il dibattito continua

Una recente revisione degli studi disponibili pone in una luce nuova il rapporto tra carne e benessere

Una possibile revisione critica delle affermazioni rilasciate nel 2015 dallo IARC (International Agency for the Research on Cancer), nelle quali il consumo di carne rossa era stato classificato come “probabilmente cancerogeno” per l’essere umano e quello di carni lavorate come “cancerogeno”, viene dalle conclusioni pubblicate all’inizio di ottobre su Annals of Internal Medicine, a firma di un gruppo di studiosi indipendenti. Esperti in metodologia della ricerca, ricercatori di base e translazionali, medici di famiglia, specialisti in medicina interna: i 14 componenti del team in questione provengono da sette Paesi industrializzati, dove il consumo di carni rosse e lavorate è più consistente e nei quali, in parallelo, è anche più acceso il dibattito sulle ricadute a lungo termine per la salute. A completare il panel, sono stati chiamati anche tre rappresentanti di organizzazioni con una preparazione esterna all’ambito medico e sanitario. Prima firma del lavoro è Bradley C. Johnston, epidemiologo della Dalhousie University (Canada), ma affiliato anche alla McMaster University canadese: l’istituzione, per intenderci, dove Salim Yusuf ha fondato il Population Health Research Institute, in cui lavora Russell de Souza, epidemiologo nutrizionista, cofirmatario anche di questa indagine. L’obiettivo principale del gruppo di esperti, che hanno dato vita ad una struttura denominata NutriRECS (Nutritional Recommendations and accessible Evidence summaries Composed of Systematic reviews), è quello di produrre raccomandazioni nutrizionali solide e affidabili basate sulla revisione sistematica delle evidenze scientifiche disponibili, in considerazione dei comportamenti e delle preferenze dei pazienti e della popolazione generale. L’analisi a firma del panel NutriRECS, infine, è stata condotta considerando esclusivamente gli studi che hanno valutato l’associazione tra consumi di carne e mantenimento del benessere/salute dell’uomo. Esula quindi dai loro scopi l’approfondimento, oggi molto dibattuto, dell’impatto ambientale del consumo di carne rossa e di carni in generale.

In cerca di chiarimento
Gli autori sono partiti dalla considerazione che le raccomandazioni nutrizionali che hanno suggerito di limitare il consumo di carne rossa e lavorata per proteggere la salute a lungo termine sono basate sui risultati di studi osservazionali. Dagli studi di questo tipo (peraltro, come è noto, largamente diffusi nella ricerca degli effetti di salute di alimenti e stili di vita), può emergere la presenza di un’associazione significativa sul piano statistico, ma non la definizione di rapporti di causa-effetto. La stesura delle linee guida, secondo i ricercatori del NutriRECS, non può quindi prescindere da revisioni sistematiche rigorose della letteratura scientifica. Inoltre, i dati finora disponibili non hanno approfondito il rapporto tra regimi alimentari diversi, a maggiore o minore apporto di carni, e rischio di morbilità/mortalità (totale, o per cause specifiche). I ricercatori NutriRECS sottolineano, infine, un aspetto generalmente sottovalutato dagli organismi internazionali ovvero l’atteggiamento della popolazione generale, da cui dipende il grado di accettazione e applicazione di qualunque raccomandazione nutrizionale e di salute e, di conseguenza, la sua utilità. Sono due i quesiti a cui l’analisi sistematica dei dati ha cercato di dare risposta, uno di carattere quantitativo e uno di tipo qualitativo:

  1. quali rischi per la salute si mettono in luce, nella popolazione adulta, rispetto ai consumi di carni rosse e lavorate?
  2. quale valore viene attribuito dalla popolazione adulta al rapporto tra consumo di carni rosse e lavorate e salute e quali sono le preferenze/abitudini di consumo più diffuse?

Partendo da queste considerazioni, sono state condotte in parallelo quattro revisioni sistematiche, includendo gli studi osservazionali e le ricerche randomizzate (in realtà ben poche), che hanno valutato il possibile impatto delle carni rosse e lavorate nei confronti della salute cardiovascolare e del rischio oncologico. In tutti i casi sono stati selezionati e analizzati gli studi, randomizzati e di coorte, condotti su almeno 1.000 soggetti, seguiti per un minimo di sei mesi, che riportassero i livelli di assunzione di carni rosse o lavorate, in termini di grammi quotidiani, o di porzioni settimanali, considerando una differenza tra i gruppi di almeno 3 o più porzioni settimanali: per esempio 7 vs 4, oppure 4 vs una. Una quinta analisi è stata poi focalizzata sul valore attribuito dalla popolazione adulta al rapporto tra consumo di carni rosse e lavorate e salute e alle preferenze di consumo. In questo caso, sono state invece selezionate le ricerche basate su interviste a campioni rappresentativi della popolazione, su gruppi di discussione, su indagini mirate.

Le raccomandazioni attuali
Le linee guida statunitensi 2015-2020 per una sana alimentazione raccomandano di limitare il consumo di carni rosse o lavorate a poco più di 700 grammi a settimana (26 once). In Gran Bretagna la raccomandazione è di non eccedere i 70 grammi al giorno, considerando sempre sia la carne rossa sia la carne lavorata. Il World Cancer Research Fund sostiene invece due indicazioni separate: moderare comunque il consumo di carne rossa e limitare al massimo quello di carni lavorate, ma senza precisare le quantità. Nell’ambito della Dieta Mediterranea, infine, il consumo di carne rossa e lavorata non dovrebbe superare le due porzioni a settimana, pari a 100 grammi per porzione la prima e 50 grammi per la seconda (LARN, Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana, revisione 2014).

Il dettaglio dei risultati
Per quanto riguarda il rischio di mortalità per tutte le cause, la revisione di 61 lavori, condotti in 55 gruppi di popolazione, per un totale di 4 milioni di soggetti, conferma l’esistenza di un rapporto con il maggior consumo di carni, rosse e lavorate, ma i valori assoluti delle differenze rilevate sono risultati esigui; la qualità degli studi da cui sono stati ottenuti questi dati è stata inoltre classificata come bassa o molto bassa sulla base della metodologia GRADE (Grading of Recommendations, Assessment, Development and Evaluation). Il risultato è identico anche esaminando il rapporto con la mortalità per cause cardiometaboliche. Sul versante della morbilità, stimata nell’arco di 10,8 anni, la diminuzione di tre porzioni a settimana del consumo di sola carne rossa comporterebbe una riduzione degli eventi cardio e cerebrovascolari (infarto miocardico, ictus, altre malattie cardiovascolari) e di nuovi casi di diabete di tipo 2 compresa tra 1 e 6 casi ogni mille persone; pari a 7 casi per mille sarebbe la riduzione della mortalità oncologica nell’arco della vita. Gli autori ritengono che questi effetti siano in assoluto di ampiezza molto piccola (se non trascurabile); la qualità dell’evidenza non è inoltre valutata come soddisfacente. Altrettanto indefinita e qualitativamente bassa è l’evidenza della riduzione di eventi cardio e cerebrovascolari e di diabete di tipo 2 ottenibile in 10,8 anni consumando ogni settimana tre porzioni di carni lavorate in meno (tra 1 e 12 casi in meno ogni mille persone che riducano i propri consumi delle tre porzioni indicate). Risultati simili si ottengono considerando il rischio di mortalità per tumore nell’arco della vita, di incidenza di nuovi casi di tumore in sedi specifiche (mammella, esofago, colon-retto) e di mortalità per tumore prostatico (tra 1 e 8 casi in meno ogni mille persone). Nessuna significatività statistica, infine, emerge per l’incidenza di nuovi casi di tumore a carico di altre sedi, dal cavo orale allo stomaco, dal fegato al pancreas, dall’endometrio all’ovaio, o per la mortalità da carcinoma gastrico, pancreatico e colorettale.

Metodi rigorosi per risultati affidabili
Il gruppo NutriRECS ha utilizzato la metodologia GRADE applicata a ciascun quesito. La stima del rischio cardiovascolare è stata condotta seguendo il protocollo dell’Emerging Risk Factors Collaboration study for cardiometabolic outcomes (follow-up medio 10,8 anni), mentre per il rischio oncologico il gruppo si è basato sulle stime GLOBOCAN 2012 (rischio valutato nell’arco della vita).

La rilevanza delle abitudini alimentari complessive
Nelle indagini condotte dal panel NutriRECS un aspetto merita di essere sottolineato. Considerando infatti le abitudini alimentari nel loro complesso (70 studi di coorte, per un totale di 6 milioni di soggetti), i regimi a minor apporto di carni rosse e lavorate risultano associati con un effetto protettivo più evidente in termini di numeri assoluti, rispetto a quelli relativi agli elementi singoli “carni rosse”, o “carni lavorate”. Ma la qualità dell’evidenza resta bassa.

L’atteggiamento della popolazione
Sono 54 gli articoli che in Europa, Stati Uniti, Canada e Australia hanno indagato l’atteggiamento della popolazione adulta nei confronti del rapporto tra consumo di carni e salute, oltre alle preferenze alimentari e alla propensione a modificarle per ottenere un vantaggio di salute nel tempo. Nel complesso, la proposta di moderare il consumo di carni a fronte di un beneficio di salute non incontra molto successo tra gli onnivori convinti (cioè la maggior parte della popolazione): essi ritengono la carne indispensabile per assicurare un’alimentazione sana e non sono particolarmente disposti a modificare le loro abitudini, anche perché dichiarano di avere poca o nulla dimestichezza con una cucina senza carni. Inoltre, gli onnivori ritengono i risultati delle ricerche che indagano questo aspetto specifico troppo imprecisi o poco rilevanti o, in alcuni casi, manipolati dai ricercatori stessi. Specularmente, invece, i vegetariani, o chi consuma poca carne, citano spesso proprio il vantaggio di salute come motivo fondamentale della loro scelta alimentare. All’interno di questo quadro, meritano comunque di essere citate alcune sfumature: per esempio, gli uomini sono più tenacemente carnivori rispetto alle donne; gli onnivori anziani (uomini e donne) sono più attenti al possibile impatto dell’alimentazione sulla salute, rispetto ai più giovani.
Ancora: molti onnivori attribuiscono soltanto ad additivi, insaporenti, conservanti le ricadute negative sulla salute del consumo di carni; altri ritengono l’entità delle conseguenze negative sulla salute associate al consumo di carne del tutto irrilevanti, rispetto all’impatto negativo accertato e consistente di altre componenti dello stile di vita, come il fumo. Infine, va sottolineato che molti si dichiarano disposti ad aumentare l’apporto di frutta e verdura, o a fare più attività fisica, purché questo non comporti una modifica nel consumo di carne.

L’interpretazione dei dati NutriRECS
Come già detto, anche dalle analisi degli esperti del NutriRECS emerge una certa associazione tra livelli di assunzione di carni rosse e lavorate e rischi per la salute nel lungo termine, ma i numeri assoluti e la qualità delle evidenze non sarebbero tali da giustificare l’allarme sollevato nel 2015 dalle prese di posizione dello IARC. Le ricerche randomizzate e controllate di lungo periodo, che potrebbero fornire risultati certi e statisticamente significativi, non sono però metodologicamente applicabili, per etica, durata e costi, ad una valutazione nutrizionale e sono di fatto assenti in letteratura. Ecco perché il panel di esperti non conferma la validità delle restrizioni successive alle dichiarazioni dello IARC, affermando invece di ritenere che “la popolazione adulta (oltre i 18 anni) non debba modificare l’apporto attuale di carni rosse o lavorate”, precisando però che anche questa raccomandazione è debole, con evidenze di qualità ridotta. Maggior interesse si può invece attribuire all’analisi del rapporto tra regimi alimentari a minor consumo di carni rosse e lavorate e vantaggi a lungo termine per la salute: in questo caso, nonostante la qualità delle evidenze resti limitata, il peso in termini di numeri assoluti è maggiore. Quest’ultimo dato confermerebbe l’opportunità di guardare alla nutrizione quale davvero è: non una somma di singoli elementi, ma un’interazione costante tra gruppi alimentari e componenti non energetiche (fibre, vitamine, minerali, polifenoli). Mantenere l’equilibrio di queste interazioni è, però, soltanto uno dei pilastri di un corretto stile di vita, in cui l’attività fisica e l’assenza di fumo sono gli altri elementi fondanti non negoziabili. Nel complesso delle considerazioni su questo tema, il panel NutriRECS sottolinea che nessuna ricerca ha fornito informazioni sufficienti a chiarire l’effetto dei metodi di cottura delle carni (griglia, bollitura, stufatura) che, com’è noto, condizionano l’assunzione di composti potenzialmente cancerogeni. Nell’Editoriale di commento, firmato da Aaron E. Carroll e Tiffany S. Doherty, viene sottolineato anche il ruolo dei fattori confondenti nel determinare la debolezza delle evidenze: tra questi, lo stato socioeconomico degli onnivori che consumano molta carne, i livelli di consumo di fumo e alcol, o il grado di sedentarietà. Infine, Carroll e Doherty ribadiscono l’entusiasmo degli onnivori nei confronti del loro pattern alimentare e diffidenti nei confronti di dati ritenuti comunque poco convincenti e insufficienti per stimolare un cambiamento di abitudini. Proprio per questo, il muro contro muro tra sostenitori del consumo di carne e paladini di una sua riduzione drastica rischia di fallire lo scopo. Se quella che si deve far imboccare è la via dell’equilibrio e della moderazione, è invece opportuno sostenere e incoraggiare il maggior consumo di frutta e verdura e l’applicazione costante all’attività fisica, elementi condivisi anche da molti carnivori convinti. Inoltre, per promuovere regimi alimentari con un minor consumo di carni rosse e lavorate, gli editorialisti suggeriscono di puntare su un aspetto che sta guadagnando consensi e che ha dalla sua valutazioni inoppugnabili: i vantaggi per l’ambiente.
Fonte: Redazione di “Alimentazione, Prevenzione & Benessere”
NFI Nutrition Foundation of Italy

www.nutrition-foundation.it

 

In sintesi…

  • Un gruppo di esperti indipendenti (NutriRECS) ha rivisto tutti gli studi di coorte e osservazionali pubblicati nell’arco di tre anni relativi al rapporto tra consumo di carni rosse o lavorate e ricadute sulla salute, in termini di eventi cardio e cerebrovascolari, di morbilità oncologica e di mortalità, sia totale e sia per cause specifiche.
  • I risultati delle quattro revisioni sistematiche condotte da questo panel confermano l’associazione, nel corso di più di 10 anni di osservazione, tra maggior consumo di carni rosse e lavorate e mortalità per tutte le cause, o per cause cardiometaboliche. Gli effetti, in termini assoluti, sono tuttavia modesti e la qualità delle evidenze è limitata.
  • Risultati sovrapponibili, con numeri assoluti modesti e limitata qualità delle evidenze, emergono per la mortalità oncologica nell’arco della vita e per l’incidenza di nuovi casi di tumore, a carico di mammella, esofago, colon-retto, mentre non si raggiunge la significatività statistica nel caso dell’incidenza di nuovi casi di tumore a carico di altre sedi.
  • Numeri assoluti più consistenti emergono confrontando gli effetti sulla salute di regimi alimentari a maggiore o minore apporto di carni rosse o lavorate. La qualità dell’evidenza resta comunque bassa.
  • Una quinta analisi ha rivisto gli studi condotti per comprendere l’atteggiamento della popolazione nei confronti del rapporto tra carni e salute e per definire le preferenze alimentari e l’eventuale disponibilità a modificare le proprie abitudini alimentari.
  • In base alle conclusioni, gli onnivori ritengono la carne un componente irrinunciabile dell’alimentazione, soprattutto per le sue valenze salutari. Sono inoltre diffidenti nei confronti delle ricerche, che associano il consumo di carni rosse e lavorate con effetti negativi per la salute, evidenziando la poca consistenza dei dati proposti.
  • Gli onnivori si mostrano in generale contrari a modificare le proprie abitudini alimentari in senso restrittivo, mentre si dichiarano più disponibili all’aumento dell’apporto di frutta e verdura e a un maggior impegno per un esercizio fisico costante e adeguato.
  • Alla luce delle revisioni appena concluse, il panel NutriRECS ritiene che le raccomandazioni volte a ridurre drasticamente il consumo di carni rosse e lavorate, in vista di vantaggi a lungo termine per la salute, non siano sostenute da evidenze numericamente robuste e di qualità.
  • Alla luce di questi dati e della scarsa accettazione del messaggio da parte degli onnivori forti consumatori di carne, il panel NutriRECS ritiene che non sia opportuno raccomandare alla popolazione adulta una modifica dei consumi di carni rosse e lavorate.
  • Nell’Editoriale di commento si sottolinea la necessità di incoraggiare il maggior consumo di verdura e frutta e di sostenere la volontà, espressa nelle indagini sulle preferenze della popolazione, a praticare un’attività fisica costante e adeguata per sesso ed età. Si suggerisce poi di promuovere una maggiore moderazione nel consumo di carni rosse e lavorate, puntando sulla crescente consapevolezza dell’impatto noto e misurato che l’allevamento ha sull’ambiente.

 

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Didascalia: il panel NutriRECS sottolinea che nessuna ricerca ha fornito informazioni sufficienti a chiarire l’effetto dei metodi di cottura delle carni (griglia, bollitura, stufatura) che, com’è noto, condizionano l’assunzione di composti potenzialmente cancerogeni (photo © davit85 – stock.adobe.com).

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