Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 9, 2019

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 166)

60’s pop butcher

Belle & Sebastian, Tigermilk

OK, va bene. Ho capito che Tigermilk sta per latte di tigre ma è un succo di pesce crudo marinato (ceviche) e che l’immagine in copertina dell’omonimo album di Belle & Sebastian, in cui un ragazza allatta un tigrotto di peluche comunque non c’entra nulla con carne e affini, oltre ad essere piuttosto provocatoria o naïf, a seconda delle intenzioni, visto il supposto potere afrodisiaco della bevanda in oggetto. Però in questo disco c’è un brano, tra i preferiti per chi scrive tra tutti i lavori della band scozzese, in cui compare la figura di un macellaio in un delirio onirico a tinte 60’s pop. Quindi eccomi a raccontarvi come un disco originariamente stampato nel 1996 in 1.000 copie dalla Electric Honey e successivamente ristampato, tre anni dopo, dalla Jeepster sia diventato il primo di una serie di album che hanno creato uno stile e influenzato in maniera indelebile un genere chiamato indie pop.
Quello che rende tutto un po’ più speciale, per lo meno bizzarro se siete meno romantici, è il modo in cui tutto è cominciato. Stuart Murdoch, principale autore della band, maratoneta amatore, verso la fine degli anni ‘80 viene colpito dalla Sindrome da Fatica Cronica che lo costringe a cure e riposo per sette anni. In questo lungo periodo, quando è in grado di potersi muovere con una certa autonomia, trova spesso rifugio nel pianoforte e nel suo girovagare sugli autobus di Glasgow, osservando con curiosità e meraviglia ciò che non ha: una vita regolare, addirittura ordinaria, come le persone che si muovono al di là del vetro. Tutto questo finirà nei testi di Tigermilk, come un diario intimo e personale che necessita di essere condiviso. Così ci troviamo tra le mani un disco che rinnova una domanda che non ha età, cioè se la narrativa è funzionale alla musica o se è vero il contrario.
Una volta guarito, Stuart inizia ad esibirsi in estemporanei piccoli concerti condivisi, in cui un solo microfono è a disposizione di diversi artisti in ambienti circoscritti e a cercare qualcuno che lo aiuti a realizzare quello che fino ad ora ha solo abbozzato. Si dice addirittura che Murdoch fermasse la gente per strada chiedendo se voleva entrare nella sua band. In maniera sicuramente meno estrema, grazie ad un corso professionale per tecnici del suono, conosce Stuart David, il suo principale sodale per i successivi 15 anni e quattro meravigliosi album.
Tra loro, il batterista Richard Colburn, studente di Economia con specializzazione in Musica, gli permette di venire a conoscenza del fatto che, come lavoro di fine corso, l’etichetta discografica interna all’università, la Electric Honey di cui sopra, avrebbe prodotto e commercializzato un singolo di una band locale.
Il singolo Dog On Wheels dei nostri piace così tanto allo Stow College che invece di un 45 giri viene prodotto un intero album in tempi estremi: tre giorni per registrarlo, due per il missaggio. È un successo e iniziano ad arrivare le etichette pronte a volerlo. La scelta di ripubblicarlo con la Jeepster è legato alla totale libertà artistica che Murdoch mantiene.
Quello che successe poi è la totale empatia con una parte di generazione sensibile, romantica e perdente che ha trovato nei dischi di Belle & Sebastian i racconti e le melodie che cercava e non immaginava di trovare.
Il brano che apre Tigermilk ha la forza e la gentilezza di un classico. The State that I am in ha una struttura che ricorrerà continuamente nella prima traccia degli album a venire: la sola voce in principio, poi armonicamente si aggiungono i vari strumenti, in un crescendo a cui non si può rimanere indifferenti. Gli archi sanno di tempo che passa e nostalgie, di ineluttabilità, con la tromba che sottolinea ed enfatizza confessioni intime venate di ironia, come quella di un fratello che decide di confessare alla famiglia la sua omosessualità presentandosi il giorno delle nozze della sorella insieme al suo amico marinaio.
Il rumore subito dopo l’inizio di Expectations è la zip del maglione abbassata da Murdoch, che poi più tardi si alza dallo sgabello per ballare. Sono tutti rumori di fondo figli di un’attitudine lo-fi estrema e bellissima.
La canzone ha echi Smithsiani, soprattutto Headmasters Ritual ed ha tutti i crismi della canzone in cui ci si può ritrovare anche dopo anni: studenti disadattati in cerca e in fuga da un posto, fisico e ideale.
Chitarre acustiche si lasciano avvolgere da una tromba lussureggiante e Murdoch, che rassicura il protagonista, non deve farsi trascinare dalle critiche e dalle incomprensioni You’re Cool and You Know.
She’s losing it sa di anni ‘20, evocativa e allo stesso tempo presente, grazie a soffici chitarre che reggono tutta la struttura e in cui fiati e archi si alzano su cori armonici. È invece rock and roll la serenata con tanto di handclappping e riff jingle jangle, ad una ragazza che si muove tra sguardi e parole non dette “You’re Just a Baby”.
Arriva come un elemento alieno, almeno nei suoni Electronic Renaissance: su questo estremo outrun sonico, Murdoch lascia da parte la chitarra e si infila in Cubase, il primitivo software di musica digitale che lo incuriosiva in quegli anni.
Programming e distorsioni parlano di una rivoluzione elettro-pop in corso, in periferia. Voci distorte ci raccontano come la musica techno si inserisca in una città di campanili in pietra, di contrasti e alternative. È la canzone manifesto di chi non si è mai trovato a proprio agio in un certo contesto: You go disco and I’ll go my way.
I Could Be Dreaming si apre con un fantastico riverbero increspato che libera un sogno autoindotto, come tanti prima di addor­mentarci. Il brano cresce in un finale esasperato ed è in questo brano che incontriamo la figura del macellaio di cui parlavamo in principio, fuori dalla bottega, con un coltello fra le mani e una catena, in un delirio onirico in cui tutte le figure e le persone che Murdoch osservava dal bus assumono ruoli diversi a secondo del suo desiderio. In un verso, Murdoch fantastica ancora di salvare una ragazza, questa volta uccidendo il suo amante violento. “Se tu avessi un sogno del genere, ti alzeresti e farei le cose in cui credi?” canta, mentre il vivace la canzone si mischia alla voce della violoncel­lista Isobel Campbell che recita Washington Irving. È il brano centrale del disco. Non l’autocommiserazione di rin­chiudersi tra le pareti della propria camera, ma l’aspirazione ad una dimensione che abbia l’ampiezza dei propri desideri.
L’album riprende con un brano carico di orgoglio che racconta di ragazzi che crescono, della loro sensibilità. Chiaramente influenzato da Nick Drake, tra suggestioni crepuscolari si emancipano prima un violino e, nel finale, un flauto. Si dice che la luminosa ballata My Wondering Days Are Over sia stata scritta dopo aver conosciuto la bella Campbell, violoncellista e seconda voce. Chissà se è vero o meno, certo ha un respiro ampio e si muove leggera.
Il riferimento principale di Murdoch si palesa invece nelle chitarre e nella melodia di I Don’t Love Anyone, quei Felt il cui leader Lawrence era stato addirittura obiettivo di un viaggio a Londra tempo prima.
La chiusura spetta a Mary Jo, ad una fantasia nata osservando una ragazza dall’altra parte della strada. Alla sua solitudine, scelta e non imposta, che l’ha resa forte e libera. Che sia reale o immaginaria, la sua storia ha una capacità empatica di rara intensità. Pianoforte e flauto sono ad introdurre un brano che è come un abbraccio.
Tigermilk è un disco che porta con sé storie che raccontano Stuart Murdoch e noi stessi. Lo fa con uno stile che mischia folk e indie, estremamente retro e assolutamente slegato da quello che andava nella seconda metà degli anni ‘90 in UK.
Coraggioso più che ingenuo, senza virtuosismi, ma assolutamente inedito e in un certo senso rivoluzionario nella semplicità delle sue intuizioni melodiche. Così le fisiologiche ingenuità di un saggio di fine corso sono state vinte dalla bellezza di guardare alla vita e sentirsi forti nella propria sensibilità.
Giovanni Papalato

Didascalia: Giovanni Papalato, photo © Lucio Pellacani.

Photogallery

Eurocarni
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Eurocarni:
Euro Annuario Carne
La banca dati Europea del mercato delle carni sempre aggiornata, utile strumento di lavoro per gli operatori del settore lavorazione, commercio e distribuzione carni.