Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 9, 2019

Rubrica: Sicurezza alimentare
(Articolo di pagina 158)

L’allerta a tavola

La gestione operativa di ritiri e richiami, tra timori delle imprese, il rischio di eccessivi allarmismi e la necessità di tutelare il consumatore. La trasparenza viene prima di tutto, ma sul piano normativo e operativo c’è ancora molto da fare

L’ultima in ordine temporale — e di particolare gravità — è quella di un formaggio francese contaminato da Escherichia coli. L’allerta è stata diramata in quasi trenta Paesi, Unione Europea e Stati Uniti compresi. Poiché il microrganismo interessato può generare problemi serissimi, con conseguenze drammatiche, oltre alla segnalazione nel sistema di allerta europeo Rasff, il prodotto è stato ritirato dagli scaffali. La materia delle segnalazioni dei prodotti a rischio è una questione molto complessa, frutto di una normativa ampia, che ancora non viene applicata in maniera uniforme e secondo lo spirito che ha animato il legislatore. Il meccanismo di segnalazione è disciplinato in Europa dal Regolamento CE 178/2002. È l’art. 19 a stabilire che, nel caso in cui l’operatore ritenga che un alimento entrato nella sua disponibilità perché da lui importato, prodotto, trasformato, lavorato o distribuito, ma che non sia più sotto il suo controllo immediato, non sia conforme ai requisiti di sicurezza, deve immediatamente avviare le procedure per il suo ritiro e informare le autorità competenti. Se il prodotto non conforme può essere già nelle mani del consumatore, lo stesso operatore che ha avviato le procedure di allerta ha l’ulteriore obbligo di informare il mercato e richiamare il prodotto. I capisaldi della normativa sono tre: il ritiro, il richiamo e l’avviso di sicurezza. Il primo ha luogo quando i lotti non conformi non sono stati ancora esposti al pubblico. Il secondo quando un alimento che può rappresentare un pericolo per la salute si trova già sugli scaffali del punto vendita o è stato in parte acquistato. L’avviso di sicurezza è invece una forma di comunicazione introdotta dal Ministero della Salute, che lo stesso dicastero utilizza per riferire via web, in merito a rapporti o informazioni provenienti da fonti ufficiali preposte al controllo.
Il produttore, quando dà notizia del ritiro, deve riportare nella comunicazione elementi che facilitino l’identificazione esatta del prodotto, quali la denominazione di vendita, il suo marchio, il nome o la ragione sociale dell’azienda, il lotto incriminato, la sede dello stabilimento, la data di scadenza o TMC, il peso e il motivo del richiamo, con la descrizione precisa del problema sorto. Sono altresì necessarie le fotografie del prodotto, le istruzioni sulle modalità di consegna e quelle per contattare l’assistenza clienti. I punti vendita, nel ricevere la nota del produttore, sono a loro volta tenuti a informare i clienti cercando di dare la massima visibilità alla notizia attraverso avvisi da esporre in loco, nel sito o nelle pagine dei social network. In capo agli Osa esiste un obbligo di ritiro o richiamo e di pari passo l’obbligo di informare le autorità competenti, che a loro volta — senza creare inutili situazioni di panico — adotteranno i provvedimenti opportuni per informare i consumatori, qualora ci siano rischi per la salute umana e/o animale.

Semplice? Non proprio…
Apparentemente il sistema sembra lineare e di semplice applicazione, ma nella realtà non è così e lo è ancor meno in un Paese come l’Italia dove l’approccio culturale al cibo è davvero cosa singolare. Il richiamo di un prodotto non conforme, per qualunque motivo, in un settore diverso da quello agroalimentare, è infatti da tempo prassi consolidata e di cui — giustamente — nessuno si scandalizza. Anzi, è universalmente visto come un segnale di attenzione e cura verso il cliente. Le imprese dell’industria automobilistica o della meccanica, solo per fare un esempio, acquistano pagine di quotidiani per comunicare un ritiro o anche solo per far sapere che è necessario effettuare un intervento. Non c’è nulla di disdicevole in tutto questo. Ma quando si tratta di cibo, la faccenda è vista diversamente e la prima reazione del mercato è quella di prendere le distanze dall’azienda e dalla tipologia di prodotto interessata.
Eppure è risaputo tra addetti ai lavori e imprese — e certamente anche da buona parte dei consumatori — che il processo produttivo e quello di distribuzione di un cibo sono fasi estremamente delicate, a cui concorrono innumerevoli fattori. Sebbene si adottino tutti gli accorgimenti del caso per evitare incidenti, contaminazioni o problemi di altra natura, non si può mai garantire sicurezza assoluta. Richiamo non significa, dunque, che non siano state intraprese tutte le procedure di prevenzione necessarie. Di questo concetto, che dovrebbe diventare scontato anche per l’opinione pubblica, non sembrano però pienamente convinte né le imprese, né lo stesso Ministero, che di fronte alla necessità di comunicare un’allerta intraprendono talvolta comportamenti incoerenti. Lo evidenzia anche Il Fatto Alimentare, primo sito di segnalazione di allerte nel nostro Paese, che ha altresì il merito di aver redatto, grazie all’impegno di Roberto La Pira, un volume completamente dedicato al tema, che porta il nome di Scaffali in allerta. Il primo problema che La Pira denuncia è la mancanza di stime attendibili sul numero di prodotti che ogni anno vengono ritirati in Italia, ma che, secondo Il Fatto Alimentare, sarebbero un migliaio circa, di cui il 20% rappresentato da casi che possono nuocere alla salute dei consumatori. L’assenza di una cabina di regia unica, in grado di gestire efficacemente e celermente i vari casi, il timore di conseguenze nefaste in termini di immagine, le difficoltà oggettive a gestire l’allerta, una normativa lacunosa e per certi aspetti poco chiara, disorientano gli operatori e comportano confusione sul da farsi, impedendo un flusso di informazioni fluido. Infine, a fronte di innumerevoli casi segnalati, sono decine quelli di richiami che si sgonfiano in poco tempo o che si concludono con la revoca del provvedimento o con un ridimensionamento del problema, non prima che si sia compromessa la reputazione di un’azienda, si siano depauperati interi lotti di cibo e che si sia avviata una macchina legale a suon di migliaia e migliaia di euro. Sempre che nel frattempo non sia intervenuta certa stampa che, in assenza di notizie migliori, abbia deciso di prendersi a cuore il problema, paventando inesistenti pandemie. Creando così il panico, magari senza motivo alcuno. La letteratura recente è ricca di eccessivi allarmismi che hanno messo in ginocchio un intero comparto produttivo. E, viceversa, annovera anche casi seri e non segnalati, con il risultato che il problema si è perpetuato per mesi, talvolta per anni, continuando a mietere vittime. C’è poi un’ulteriore questione: l’opinione pubblica ha spesso difficoltà a distinguere un prodotto non nocivo, che ha semplicemente un problema di natura formale, da quello che invece rappresenta un pericolo vero e proprio. In tutti questi casi, molto spesso segnalare con enfasi il richiamo può essere un’arma in grado di produrre effetti nefasti e sproporzionati. Per questo la comunicazione in quest’ambito è cosa delicatissima, da fare con la massima attenzione. Ogni volta che un’impresa ha necessità di aprire un procedimento di allerta deve contattare i clienti affinché ritirino le confezioni dagli scaffali ed espongano cartelli di avviso nei punti vendita. Ma questa procedura, non codificata dal Regolamento europeo, è descritta in Linee guida ministeriali non completamente esaustive. Si assiste pertanto a prese di posizione differenti da territorio a territorio o ad interpretazioni soggettive. I risultati sono i più disparati: annunci di ritiro nel sito dell’insegna della Gdo ma non in quello del produttore o viceversa. E ancora: la presenza dell’avviso nel sito del Ministero ma non in quello della distribuzione o dell’azienda; supermercati che segnalano l’allerta in maniera evidente, magari negli spazi normalmente dedicati a quel prodotto, oppure con un semplice avviso, che nessuno legge, in prossimità delle casse; altri che fanno una segnalazione sul sito internet, ma con una tempistica inadeguata. Molto raramente, in Italia, vengono acquistati spazi sulla stampa per comunicare un richiamo. C’è poi il caso della vendita nei negozi tradizionali o da parte di ambulanti particolarmente attivi nell’ortofrutta: in una rete simile, dove la presenza degli intermediari è forte, raggiungere il penultimo anello della catena o il cliente finale è difficilissimo. Si tratta tuttavia di un campo minato, tanto più che l’aspetto discrezionale, in capo ad aziende, distributori e istituzioni, è ampio. Solo il Risk Communication Guidelines, pubblicato dall’Efsa nel 2012, detta alcuni criteri. Il primo è che la tipologia di messaggio e il mezzo di comunicazione impiegato devono essere correlati al livello di rischio. La nota va poi inviata in maniera quanto più celere possibile all'autorità sanitaria locale, alle insegne della distribuzione e/o ai dettaglianti che hanno ricevuto il prodotto. Sarà cura del soggetto che ha rapporti con il cliente finale mantenere la comunicazione per un tempo ragionevole, considerata la shelf life dei lotti interessati. Compito delle autorità sanitarie sarà invece di verificare che il richiamo sia portato avanti nel modo corretto. Ma quello che accade in realtà è che, soprattutto quando il prodotto è stato distribuito in centinaia di punti vendita, magari anche in più regioni o più Stati, quella del controllo diventa un’operazione tutt’altro che semplice. Nel caso in cui l’Osa non abbia messo in piedi ogni azione necessaria a tutelare la salute pubblica e scongiurare un pericolo per il consumatore, la Asl può disporre un’attività sostitutiva — come per esempio il sequestro cautelativo — addebitando le spese all’Osa e procedendo all’irrogazione delle sanzioni e, se necessario, inviando un’informativa all’autorità giudiziaria. C’è poi una norma che più di qualunque altra disposizione genera timori e reticenze. Gli obblighi di informazione dei produttori sono disciplinati dal richiamato Regolamento CE 178/2002 all’articolo 19 e dalla Legge 283/1962, che prevede che la produzione, la commercializzazione e la somministrazione di prodotti alimentari in cattivo stato di conservazione o invasi da parassiti o potenzialmente in grado di provocare danni alla salute del consumatore siano un reato e quindi perseguibili penalmente. A questa norma si aggiunge il Codice di procedura penale, che all’articolo 331 stabilisce che gli incaricati di un pubblico servizio, che nell’esercizio delle loro funzioni hanno notizia di reato, devono farne denuncia. Pertanto, l’autorità di controllo che riceve un documento che accerta il cattivo stato di conservazione di un cibo o infrazioni similari deve — oltre che provvedere al richiamo — segnalare la notizia di reato alla Procura. Un obbligo, quest’ultimo, che anziché agevolare il passaggio di informazioni, genera problemi enormi ai produttori e li mette di fronte alla difficile scelta: tutelare i propri clienti o autodenunciarsi? Non c’è solo paura di ripercussioni in termini di immagine, di problemi legali e di perdita del prodotto. La nostra normativa è ricca di meandri che la rendono insidiosa e di difficile applicazione. Deve essere la tutela del consumatore il faro che segna la strada in questo delicato ambito, ma il sistema dovrebbe avere un’impronta meno punitiva e più premiante verso chi intende usare trasparenza e dialogo con il mercato.
Sebastiano Corona

 

Didascalia: la materia delle segnalazioni dei prodotti a rischio è una questione molto complessa, frutto di una normativa ampia, che ancora non viene applicata in maniera uniforme e secondo lo spirito che ha animato il legislatore. Il meccanismo di segnalazione è disciplinato in Europa dal Regolamento CE 178/2002.

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