Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 8, 2019

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 108)

Butcher boy

Nixon, Lambchop

Oh mother oh mother
I can not tell that butcher
that butcher that boy
I love so well he courted
he courted my life away
and now at home
at home he will not stay”
Lambchop, The Butcher Boy, 2000

Butcher Boy, il garzone del macellaio, è uno dei brani più belli di Nixon, un disco fondamentale per un collettivo di Nashville capitanato da Kurt Wagner che agli esordi si chiamava Posterchild (cassette autoprodotte e uno split con Crop Circle Hoax) ma che poi ha inciso dischi a nome Lambchop, che in americano significa costoletta d’agnello. Un piatto della tradizione pasquale, specialmente qui in Italia, ma che non conosce davvero confini. Confini, quelli inglesi, in cui l’agnello è allevato e consumato in larghissima misura, che la band in questione ha letteralmente preso in grande considerazione a partire magari proprio dal nome. Quando Nixon fu pubblicato nel 2000, fu immediatamente consacrato dalla stampa musicale britannica, sebbene la maggior parte delle persone in America continuasse a non avere idea di chi fossero. È l’album in cui sono diventati la band che la gente identifica come Lambchop: 14 reietti in denim e bottoni di perle in piedi sul palco che si fissano le scarpe suonando musica country legata a doppio filo con il soul e l’indie.
Questo è il disco che ha venduto di più, il più acclamato da critica e pubblico e probabilmente il loro capolavoro. È da qui che virano verso territori decisamente meno paranoici rispetto agli esordi, ampliando il discorso già iniziato con il disco precedente What Another Man Spills. A parte le ultime due tracce di questo album dedicato a uno dei più controversi presidenti della storia contemporanea statunitense, i Lambchop costruiscono infatti brani solari, con in testa la black music (il soul in particolare) e gli idoli di Wagner come Curtis Mayfield e Barry White. A questo, accostano arrangiamenti per archi e fiati che non sfigurerebbero nel repertorio di Bacharach e tra le e colonne sonore di quelle intramontabili commedie hollywoodiane in bianco e nero che non smettono di essere trasmesse ancora oggi. Ma attenzione, il country è sempre presente; è solo filtrato da una sensibilità indie a bassa fedeltà. È un’attitudine che non scompare, pur mutando. Nelle prime otto canzoni, ed escludendo le ultime due che sono cupe e drammatiche, sono presenti una sensualità e una vitalità che rappresentano un vero e proprio cambiamento rispetto ad una band etichettata come eccellente ma distante nel suo essere cerebrale. Non solo la musica, ma anche il modo e le parole con cui Wagner canta, raggiungono picchi emozionali ed evocativi che non possono lasciare indifferenti. The Gold Shoe si muove dol­cemente rétro ma vicina, su accordi gentili tra spazzole e archi. Un invito ad entrare, a non aver paura.
Ci pensa Grupius, uno dei brani più emblematici dell’intero disco, a farci muovere tra riff accennati e fiati, ad un ritmo Motown, abbassare le spalle e allargare le braccia sul falsetto. Un brano carico di sentimento, anche nelle liriche.
“Oooooh
(what’s the matter with the boy?)
Oooooh
(has he really given up for sure?)
Here’s a new solution:
Be square and kind to all your friends
Stop staring through the bitter lens
Ancient institution
This learning not to demonstrate
Your asinine and callous traits
It could take some practice, I know
It could take some practice, I know”.

Così anche You Masculine You, tra frasi sussurrate, la voce che vacilla, passionale, con un arrangiamento orchestrale che, per quanto elaborato, non appesantisce, anzi la solleva in alto. Up With The People è una ballata con reminiscenze velvettiane e un ritornello fatto di cori che lambiscono il Gospel, che esplode nel finale. È invece onirica e sa di qualcosa che è rimasto Nashville Parent, ma è ancora la voce di Wagner a non incupirci, anzi, a cullarci. Torna poi Detroit ma più verso gli anni ‘70, stavolta con What Else It Could Be?, confidenziale sui falsetti irriverenti fiati e tamburi. The Distance From Her To There è slide e xilofono, una tromba che non interrompe ma esalta invece un racconto che sa di una consapevolezza sana, non triste. Un lungo intro orchestrale che sa di lontano, i rumori della campagna alla sera, i grilli, un’opportunità e The Book I Haven’t Read è una ballata sofisticata e perfetta. Poi il disco prende una piega diversa, a partire da The Petrified Florist che scura si insinua, il pianoforte scandisce il tempo e il pezzo in un crescendo di flanger e distorsioni esplode e si consuma. Come in medley si accende il finale che è affidato a The Butcher Boy, il brano più estremo del disco: una storia drammatica di amore e suicidio ma ad un ritmo tirato e un’interpretazione marcatamente dissociata, quasi fossero due cose distinte per intensità. Risulta un brano affascinante e misterioso, che contrasta coi toni e i registri fin qui ascoltati. Abbiamo una serie di canzoni con melodie cariche di sentimento che illuminano gli angoli più nascosti di Kurt Wagner, un autore di rara profondità che assieme al suo numeroso collettivo e ad una mirabile orchestra ha dato vita ad un album magnifico e fondamentale. Senza aver timore di sminuire i dischi precedenti e quelli successivi, che tra l’altro hanno ribadito un grande coraggio compositivo, possiamo definire Nixon il capolavoro di Lambchop. Quasi 20 anni dopo la sensazione di un disco che ha la forza di un classico è concreta. Uno stato di grazia compositivo ed esecutivo che non si esaurisce nel tempo.
Giovanni Papalato

Didascalia: Giovanni Papalato, photo © Lucio Pellacani.

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