Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 8, 2019

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 26)

Crescita e debito italiani. Politica monetaria in UE e USA

Nel giorno in cui è stato ufficializzato il rischio per l’Italia di essere sottoposta ad una procedura per debito eccessivo, la Commissione europea ha adottato un consistente pacchetto di documenti e raccomandazioni, con il quale vengono evidenziati gli aspetti più problematici dei conti pubblici e delle politiche economiche dei singoli Paesi dell’Unione Europea. Così, ad esempio, la Francia viene graziata per uno sforamento dei conti pubblici — un deficit di oltre il 3% del PIL —, giudicato “limitato e temporaneo”. La Spagna incassa la promozione e si avvia ad uscire, dopo anni, dalla procedura per deficit eccessivo. La Germania riceve l’ennesimo richiamo perché deve ridurre un surplus di bilancio che resta superiore ai limiti di tolleranza fissati per gli equilibri macroeconomici e che pesa anche sulle spalle dei suoi partners. La Lettonia, l’Estonia, la Danimarca, la Bulgaria, la Svezia e Malta vengono invece invitate, con una raccomandazione, a lottare contro la pratica, ancora diffusa, del riciclaggio di denaro proveniente da svariate attività illecite.
La nostra Italia viene indicata come la peggiore imputata sul piano del rispetto delle regole del debito e con un deficit che viaggia poco sopra il 2,4%. Deficit che dovrebbe attestarsi al 2,1% nel 2019, scongiurando così la sempre minacciata procedura d’infrazione che certamente potrebbe far male al nostro Paese. Non è certo la prima volta che l’Italia si trova a subire questi confronti, ma il quadro si presenta oggi in modo del tutto particolare. In passato si è infatti sempre arrivati ad accettabili compromessi, sia con la ricerca, da parte italiana, di equilibri di lungo periodo (questioni pensionistiche), sia col privilegiare obiettivi di più breve periodo (vari bonus). Stavolta il nostro Governo, forse per tener fede agli accordi di programma, ha voluto una rottura col passato, non tenendo conto di certi obblighi europei, soprattutto sul piano degli equilibri di bilancio, con la convinzione di vedere aumentato il potere d’acquisto dei cittadini e raggiungere in questo modo una maggiore crescita.
I risultati attuali, purtroppo, non sono stati lusinghieri, poiché l’Italia si è attestata agli ultimi posti tra i Paesi UE, ma solo pochi giorni fa si sono registrati favorevoli, se pur timidi segnali, sul piano dell’occupazione. È anche vero, però, che si è registrato un calo generalizzato dell’economia europea, che ha rallentato la corsa di tutti, compresa la Germania, ma è pur altrettanto vero che ci sono ulteriori distanze rispetto ai nostri partners. Ed ora l’Italia si dovrà misurare con la minaccia della procedura d’infrazione per debito eccessivo. Dopo vari contatti con la Commissione UE, il Governo italiano ha fornito ogni utile informazione con l’assicurazione della tenuta del bilancio, portando il deficit entro limiti di sicurezza. Per il raggiungimento di dette finalità sono state fornite puntuali cifre e raffronti, molte delle quali, però, per loro natura, appaiono come una tantum e non propriamente strutturali. In questo contesto l’Europa non si fida e vuole proposte formali che non impegnino soltanto il ministro dell’economia, ma che abbiano il sigillo dell’intero Governo e del Parlamento, e cioè che il deficit 2019 non supererà il 2,1%.
A nostro avviso gli elementi forniti dal Governo italiano sembrano adeguati a contenere le pretese europee spesso troppo formalistiche e, per di più, forse per i cattivi comportamenti del passato, non portatrici di fiducia. Elementi che quindi potrebbero consentire il superamento di una procedura che, peraltro, finora non è stata mai attuata nei confronti di nessun altro Paese, anche in situazioni peggiori di quelle nostre attuali. Intanto, la Banca Centrale Europea si mostra preoccupata per l’andamento dell’economia e cerca di contrastare i rischi di peggioramento spostando in avanti di almeno sei mesi l’indicazione di politica monetaria, stimando che i paesi resteranno ai livelli attuali almeno fino “a tutta la metà del 2020” e adombrando, neanche troppo sottovoce, la possibilità di introdurre nuovamente il Quantitative Easing per dare spinta forte e decisiva all’economia dell’area euro, ingolfata nella rete di un difficile ritorno alla normalità. Anche la Banca d’Italia ha corretto al ribasso le stime sul PIL fino al 2021 e si riserva un ulteriore taglio tenendo conto della revisione al ribasso dell’Istat per il primo trimestre di quest’anno, un anemico +0,3%, a causa della maggior debolezza della domanda estera. Segnala, poi, “il forte indebolimento dello scenario globale”, ma anche un lento e graduale miglioramento nel corso del prossimo biennio.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, e i riflessi, enormi, sull’intera Europa che ne conseguono, essi si preparano a celebrare il decimo anno continuo di ripresa dopo il 2008 e il periodo di depressione che lo aveva seguito. Il PIL USA continua infatti a crescere e, secondo il FMI, aumenterà ulteriormente con un +2,6%. La disoccupazione è attualmente al punto più basso degli ultimi 60 anni, anche se la crescita non è ugualmente distribuita tra i cittadini. Forse, con una vena di pregiudizio, il FMI sostiene che l’indebitamento pubblico al 105% del prodotto lordo continuerà ad aggravarsi in tempi di minore crescita economica, prevista per il prossimo anno, quando gli effetti della riforma fiscale esauriranno il loro potenziale stimolo. Nel frattempo, non si avrà nessun cambio dei tassi di interesse per il dollaro (forchetta tra 2,25 e 2,50), anche se la FED apre uno spiraglio a futuri interventi nell’anno in corso. Ma, mai come oggi, le sorti monetarie sono state legate alla politica presidenziale. È stata la riforma fiscale a consolidare i profitti aziendali, ad alimentare la Borsa negli ultimi due anni e, di conseguenza, a spingere la FED ai rincari progressivi dei tassi. In tempi più recenti, però, la guerra dei dazi che sta affliggendo l’economia USA ha suggerito alla FED il ritorno alla strategia degli incentivi. Non è che tale politica, come viene suggerito da molti osservatori, voglia copiare l’azione delle BC? Non è vero… ma ci credo.
Cosimo Sorrentino

 

Didascalia: l’economia USA sta battendo tutte le previsioni. Secondo i dati del Dipartimento del Commercio USA nel primo trimestre del 2019 il PIL americano ha registrato un incremento del 3,1% e, per il secondo quarto dell’anno in corso, le attese degli analisti oscillano tra una crescita del 2% e una del 2,4%.

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