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Eurocarni nr. 8, 2019

Rubrica: Analisi di settore
(Articolo di pagina 88)

La filiera ovicaprina

Ismea: tendenze e dinamiche della filiera ovicaprina italiana

La filiera ovicaprina ha una scarsa rilevanza economica tra le produzioni agricole (carne e latte ovini rappresentano insieme poco più dell’1% del valore dell’agricoltura nazionale), ma da sempre è considerata strategica per lo sviluppo delle aree svantaggiate e per il ruolo sociale e ambientale che l’attività pastorizia garantisce in termini di presidio dei terreni marginali e la tutela della biodiversità. Il valore ambientale della filiera è senza dubbio superiore a quello economico misurato in termini di PIL (la pulizia dei terreni, prevenzione incendi e conservazione del paesaggio sono valori difficilmente quantificabili in termini economici, ma sicuramente necessari nelle aree rurali). La filiera ovicaprina italiana è prevalentemente ad orientamento latte e la carne ne è un sottoprodotto (la carne ovina ai prezzi di base vale un terzo di quello del latte ovino).

La crisi del comparto e la protesta dei pastori
A febbraio 2019, la profonda crisi economica causata dal crollo del prezzo del formaggio Pecorino Romano Dop è sfociata in una rumorosa protesta. Il pecorino è la tipologia di prodotto che rappresenta la destinazione di oltre la metà della produzione lattifera ovina e ha destinazione prevalentemente esportativa (il 42% in USA). La crisi ha investito in una prima fase i trasformatori: una congiuntura negativa determinata da una produzione superiore alle necessità programmate e da una riduzione della domanda interna ed estera ha provocato il crollo del prezzo del pecorino, situazione presto riversata sulla materia prima e quindi sui pastori, che nel giro di un mese hanno visto scendere il prezzo del latte ben al di sotto dei costi di produzione. Il tutto è sfociato in una protesta che ha portato all’attenzione dei media per alcune settimane la critica situazione della filiera ovicaprina. A questa realtà si è aggiunta la minaccia, da parte degli USA, di imporre dazi ad alcuni prodotti europei, tra cui il pecorino, che ha alimentato lo stato di incertezza già in atto.
Il patrimonio ovicaprino si attesta da anni attorno agli 8 milioni di capi e la riduzione delle aree disponibili a pascolo, associata alla scarsa redditività, ne limita una eventuale crescita; se poi a questo si aggiungono problematiche legate al mancato ricambio generazionale e alla difficoltà a reperire manodopera, si spiegano i fenomeni di concentrazione e la tendenza a convertire l’allevamento naturale-pastorale in allevamento intensivo. Ne sono prova i dati dell’Anagrafe Nazionale, da cui per il 2018 emerge una leggera contrazione del patrimonio associata ad una evidente contrazione del numero di aziende attive (ne risultano chiuse quasi 3.000 nel 2018).

L’offerta di carni ovine nazionali nel 2018
Sul fronte dell’offerta, i dati sulle macellazioni dell’Istat evidenziano una contrazione del numero dei capi macellati (–3,4%), ma un aumento in termini di carne prodotta (+1,6%). Il fenomeno è da ascriversi ad un maggior peso medio dei capi giovani macellati, ma anche al maggior numero di capi adulti avviati al macello: nel 2018, infatti, proprio per le criticità evidenziate, è aumentato del 4,7% il numero di pecore avviate al macello. Nel 2018 il peso medio degli agnelli rispetto al 2012, secondo i dati di macellazione di Istat, è aumentato del 25% e quello dell’agnellone del 44%.

Il declino della domanda domestica di carni ovicaprine nel quinquennio
Le carni hanno visto, nell’ultimo quinquennio, un andamento fles­sivo dei consumi per tutte le categorie, con variazioni negative che vanno dal –2% delle carni avicole al –26% di quelle cunicole; le carni ovicaprine hanno segnato perdite di volume, rispetto al 2014, pari al 17% e le flessioni negli anni si sono susseguite senza mai segnare una ripresa, con perdite particolarmente importanti negli ultimi due anni. Nel 2018, i consumi di carne ovina, che rappresentano comunque una piccola nicchia tra i consumi di carne (solo il 2%) e sono concentrati quasi esclusivamente nei due periodi dell’anno delle festività pasquali e natalizie, hanno segnato un ulteriore cedimento, cui hanno contribuito sia le carni di agnello (–4,5%) che quelle di capretto (–2,8%).

Diminuiscono le importazioni di animali vivi
La tendenza all’import di capi vivi è risultata in flessione dal 2014 (–16% in numero di capi), ma si è modificato leggermente il contesto, si sono rafforzati gli arrivi dai principali fornitori (Ungheria e Romania, da soli, oltre l’80%) dove alcune grandi aziende italiane hanno delocalizzato la produzione. Gli animali importati sono risultati molto più pesanti; infatti, malgrado il minor numero di capi importati (–5%), il peso in termini di carne è aumentato nel 2018 del 6,7%.

Aumentano le importazioni di carni
Sono aumentate dell’1,3% le importazioni di carni ovicaprine nel 2018 rispetto al 2017, malgrado la flessione dei consumi in atto. Va notato che comunque, nel quinquennio, anche queste si sono gradualmente ridotte perdendo 2,1 punti percentuali rispetto al 2014. Il quadro dei fornitori resta sostanzialmente lo stesso, ma si evidenzia un incremento degli arrivi dalla Grecia (+35%), favoriti dalla competitività di prezzo.

Il bilancio di approvvigionamento
Da quanto emerge sul bilancio di approvvigionamento si può sottolineare un aumento delle macellazioni con un maggior apporto derivante dalle importazioni di animali vivi; un lieve incremento delle esportazioni di carni è stato possibile grazie alle produzioni certificate Igp, che fa­vorite dai programmi di promozione e dalle nuove tecnologie di packaging sono riuscite a raggiun­gere anche nuovi mercati. Il consumo pro capite è rimasto esiguo (1 kg), ma in lieve rialzo rispetto al 2017, a sostenere l’ipotesi di maggiori consumi presso i canali Ho.re.ca. Il grado di autoapprovvigionamento è rimasto molto basso (40%), anche se è difficile stimare le macellazioni in azienda non contemplate dalle statistiche ufficiali.

I costi di produzione
Nel 2018, l’indice dei prezzi dei mezzi correnti, ossia l’indice dei costi di produzione per l’allevamento ovino, è aumentato del 5,5% rispetto al 2017. Sono risultate in aumento tutte le voci componenti dell’indice, in particolare sono aumentati dell’8,5% i costi per i mangimi e l’alimentazione, dell’8,3% i costi dei prodotti energetici e dell’1,4% i salari. Tali aumenti, associati alle difficoltà del mercato, erodono la già scarsa redditività di questo allevamento.

I prezzi in allevamento
I prezzi in allevamento hanno toccato, nel mese di febbraio e soprattutto in alcuni areali, i minimi storici. Nel periodo pasquale, però, la ripresa delle quotazioni è stata repentina e in alcuni casi si può parlare di una vera e propria impennata, tanto che nel mese di aprile sono risultati il 12% superiori a quelli dello stesso mese del 2017. Il veloce recupero non è però stato sufficiente a riportare il livello del prezzo medio nel periodo cumulato ai livelli del primo quadrimestre dello scorso anno, segnando una flessione del 3%. Va evidenziata comunque l’efficacia che la maggior consapevolezza del consumatore ha esercitato sulla distribuzione riguardo la provenienza dell’agnello, nonché la compattezza degli allevatori nell’offrire la merce in maniera aggregata, partecipando alle aste della GDO. Questo ha permesso al prodotto certificato di raggiungere livelli vicini ai 5,5 e/kg peso vivo pari agli 8 e/kg del peso carcassa: livello mai raggiunto in precedenza.

I principali fornitori di carni ovicaprine – (2018, in quantità)

  • Spagna 17%
  • Regno Unito 16%
  • Francia 15%
  • Grecia 11%
  • Irlanda 9%
  • Romania 8%
  • Altri 24%

Fonte Ismea

(Fonte: Direzione Servizi per lo Sviluppo Rurale
Responsabile di redazione: Antonella Finizia
Redazione a cura di: Paola Parmigiani

www.ismeamercati.it, www.ismea.it)

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