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Eurocarni nr. 7, 2019

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 144)

Sogni, desideri, peccati e coltelli

Henry’s Dream, Nick Cave & The Bad Seeds

I riferimenti ad animali come simboli in un contesto religioso sono spesso presenti nella scrittura e nell’immaginario di Nick Cave, ma lo spunto per raccontare il disco di questo articolo non è da cercare in quell’ambito bensì in un riferimento passionale e carnale contenuto in un brano tra i più belli e in un qualche modo precursore nella poetica dell’autore australiano: John’s Finn Wife. È il 1992 quando esce Henry’s Dream, il settimo album per il leader dei Bad Seeds. Il titolo è una derivazione dalla serie di poemi “The Dream Songs” di John Berryman, in cui vengono raccontati i sogni del protagonista Henry.
È il secondo album che succede alla “fuga” da Berlino in direzione Brasile, per una disintossicazione dall’eroina e conseguente rinascita complice anche una storia d’amore con una giornalista locale e la nascita del primo figlio, avvenimenti che lo influenzeranno in maniera decisa. Disco tra i più amati dei fan dei Bad Seeds, ma trascurato dalla critica, vede in formazione il fido Mick Harvey e il nemico/amico Blixa Bargeld. Sono passati tredici anni dagli esordi come Boys Next Door e Birthday Party e la discografia e la vita di Cave sono intersecate e complementari come raramente accade nella musica.
La produzione di David Briggs, storica regia di Neil Young, sarà poco apprezzata da Cave e Harvey, che a lavoro finito remixeranno totalmente l’album.
Suona più viscerale rispetto al precedente The Good Son, riuscendo a non essere limitato nello stile e nelle sonorità. Cave prende a piene mani storie e persone dalla sua vita, le trasfigura in racconti ricchi di metafore dove lui è protagonista e narratore. La cifra stilistica è data dalla chitarra acustica che addomestica e allo stesso tempo libera diversi generi che non sembrerebbero poter appartenere ai Semi Cattivi e risultare equilibrati nella loro collettività.
La traccia di apertura è la cinematografica Papa Won’t Leave You Henry, in un crescendo apocalittico che parte dalla voce di Cave, chitarra acustica per unirsi a batteria, archi e armonica. È un linciaggio, sono squadroni della morte e bambini che nascono senza cervello, tra realtà e allucinazione è un brano carico di drammaticità, intenso ed epico dove il punk si impossessa del traditional, le braccia al cielo e lo sputo. È impossibile staccarsi dalla sua voce in I Had A Dream, Joe: è un vortice che costruisce e costruisce come in una spirale fino a quando risulta impossibile concentrarsi su qual cos’altro. La chitarra acida e il coro sono le uniche vie di fuga dal vortice di parole che innalzano e abbandonano. Quello che accade in questi primi minuti è una successione di brani che riempirebbero la carriera di molti. La bellezza che si schiude nei primi accordi di Straight To You, nell’interpretazione che omaggia Scott Walker e che si espande tra l’hammond e chitarra acustica, è una tregua dal tormento, è dolore dilatato e quieto, è la certezza di un amore.
Un brano che avrebbe trovato sicuramente posto nel disco di qualche anno dopo, The Boatman Call, che figurerà tra i migliori ad opera dell’autore.
All the towers of ivory are crumbling
And the swallows have sharpened their beaks
This is the time of our great undoing
This is the time that I’ll come running
Straight to you
For I am captured
Straight to you
For I am captured
One more time”.

È un brano semi-folk di struggente semplicità e urgenza Brother My Cup Is Empty, in cui la sezione ritmica diventa la custode delle oscillazioni della band, scevra delle precedenti distorsioni. I dolci e lusinghieri hammond di Christina The Astonishing sono una promessa di sollievo arcana e opaca, come una lastra di ambra appena sfiorata dalla luce. Ha la struttura di uno spiritual, ma mediata da un arrangiamento pop “When I First Came To Town” che apre il lato B dell’album. Ha una luminosità che fino ad ora non si era mai affacciata. Ed ecco il riferimento passionale e carnale a cui mi riferivo all’inizio dell’articolo, in uno dei brani più belli di Nick Cave, nel capolavoro di questo disco è che anticipa decisamente il tema di un album clamoroso che uscirà più tardi nel corso della sua carriera e che si chiama Murder Ballads:
“Well, midnight came and clock did strike
And in she came, did John Finn’s wife
With legs like scissors
and butcher’s knives
A tattooed breast and flaming eyes
And a crimson carnation
in her teeth
Carving her way through
the dance floor
And I’m standing over
by the bandstand
Every eye gaping on John Finn’s wife
Yeah, every eye gaping on John Finn’s wife”.

Con gambe come forbici e coltelli da macellaio, la moglie di John Finn è descritta per spiegare tutti gli sguardi su di lei. È una storia di desiderio, peccato, infedeltà e omicidio ed è una canzone bellissima. È un dramma cupo e livido un crescendo forsennato e armonico assieme. Mentre Cave canta meravigliosamente grazie alla sua capacità narrativa, sparge parole tra l’organo di Harvey sullo sfondo e l’approccio fluido con cui la band asseconda ed enfatizza l’umore mutevole del brano. Il basso di Casey è un’ancora che calma e trattiene contro l’impazienza nevrotica della chitarra con cui Bargeld, assieme alla tensione che cresce, si raccoglie e scava come la crescente tensione narrata. Poi arriva lei, una coda liberatoria e piena di grazia in contrasto con l’ambiguità geniale dell’ultima frase. I fiori, tolti dai capelli e lanciati a terra dalla moglie dell’uomo appena ucciso, saranno in segno di lutto o un modo per indicare che avevo usato il narratore solo per provocare uccidere suo marito folle?
Questo brano per me è l’anello di congiunzione perfetto tra il passato musicale di Nick Cave ed il suo futuro. Negli occhi abbiamo ancora l’immagine delle gambe della moglie di Finn come coltelli di un macellaio, mentre inizia Loom Of  The Land, altro apice del disco. Crepuscolare, un perfetto gioco armonico tra prima e seconda voce, la chitarra acustica che ribadisce la sua centralità e la sua indispensabile presenza nell’economia dell’intero lavoro. Ci si ridesta con il brano che conclude il disco Jack The Ripper. Non si tratta del letterale squartatore ma dell’epiteto con cui viene chiamato il marito dalla moglie tirannica ogni volta che lui prova a baciarla. I coltelli da macellaio sono diventati il contenuto di un secchio in cui la coppia raccontata nella canzone dorme.
Cave si contorce e si dimena in questa canzone che forse più di tutte rappresenta l’idea dietro a questo album: il tentativo di riproporre quella musica di strada brasiliana a volte anche violenta e brutale eseguita con strumenti spesso di fortuna, come quando appunto la chitarra acustica diventa lo strumento che fa da trait d’union tra i due mondi musicali, quello indigeno e quello di Cave. Henry’s Dream è un album di transizione ma che racchiude canzoni che sono di diritto nella cerchia delle più belle dell’autore australiano.
Tormentato, pacificato, sempre in continua discussione, capace di incidere dischi che nella loro totalità sono eccezionali senza mai un passo falso.
Giovanni Papalato

Didascalia: © photo © Lucio Pellacani.

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