Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 7, 2019

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 30)

Contenzioso tra Italia e UE in materia economica e finanziaria

Dopo annunci, aspettative, anticipazioni di diversa natura, alla fine di maggio è stato reso noto il contenuto della famosa lettera con la quale la Commissione europea ha formulato la sua richiesta di spiegazioni in merito alla situazione del debito pubblico italiano, chiedendo di conoscere i motivi per i quali non si è verificata una riduzione del passivo e del mancato rispetto dell’impegno convenuto a dicembre scorso a non superare il nostro debito del 140% del PIL.
In seguito alla pubblicazione delle pagelle di primavera della Commissione UE, l’invio di questa lettera era un atto dovuto, dovendo la stessa istituzione rendere noti i cosiddetti Country Report, raccomandazioni sui singoli paesi. Il giudizio della Commissione riguarda il 2018 ma non mancano riflessi sull’oggi.
Molto stringato e, in effetti, corposo, detto documento sostiene che sulla base dei dati notificati per lo scorso anno “è confermato che l’Italia non ha compiuto progressi sufficienti per rispettare in criterio del debito”. Inoltre, pur senza dirlo espressamente, la Commissione, in mancanza di una decisione del Governo per correre ai ripari con una manovra finanziaria in corso d’anno, potrebbe decidere di aprire una procedura sul debito contro il nostro Paese.
Si tratta in effetti di un annuncio col quale Bruxelles chiede che venga attuata una manovra sui conti nel 2019 per evitare una procedura. Ma il primo atto del confronto tra Roma e Bruxelles è la richiesta, da parte comunitaria, di esporre gli eventuali “fattori rilevanti” che possano spiegare la non osservanza dei parametri del debito.
La violazione di questo criterio è stata in realtà già accertata da tempo, ma finora il nostro governo aveva evitato l’apertura di una procedura, prima facendo valere il rispetto dell’altro criterio, come la riduzione del disavanzo strutturale, poi, a dicembre, correggendo in parte la manovra per il corrente anno e rinviando la verifica a primavera.
Ora che i nodi stanno venendo al pettine, viene adombrata una possibilità che l’esecutivo di Bruxelles solleciti il nostro Paese affinché integri innanzitutto la manovra per il 2019, mediante misure in grado di garantire il rispetto degli impegni assunti sul finire dello scorso anno.
Prevediamo un braccio di ferro pericoloso che può riaccendere la febbre dello spread in una fase nella quale l’Italia potrebbe apparire non dotata di responsabilità, in quanto ritenuta colpevole di nuove crisi sui mercati, per le quali gli altri nostri partners comunitari non intendono essere coinvolti.
La risposta, fornita dal nostro governo, nonostante alcune fibrillazioni domestiche, ci è sembrata garbata e sotto molti aspetti ineccepibile, tenuto conto di una situazione obiettivamente difficile anche sul piano internazionale. Infatti, nonostante  la brusca frenata dell’economia, il deficit di quest’anno si fermerà sotto il 2,4% del PIL, come indicato nell’ultimo Documento di Economia e Finanza (DEF), risultato ottenuto senza la necessità di nessuna manovra correttiva dei conti.
Il contenimento del deficit è il frutto di una serie di parametri che vanno meglio delle previsioni: il gettito IVA che aumenta, quello complessivo che tiene, il fabbisogno di cassa dello Stato che si riduce. Anche quota 100 e reddito di cittadinanza stanno drenando meno risorse rispetto al previsto.
Il documento aggiunge che “non è questo il momento per accelerare il calo del debito” perché i mercati, per guardare con fiducia al Paese, devono anche vedere prospettive di crescita e tali spiegazioni, secondo il ministro Tria, basterebbero ad evitare correzioni nel corso dell’anno. Inoltre, il Tesoro è disposto a rispettare gli impegni con l’Europa per il 2020 e 2021, mentre per quanto riguarda il 2018 e 2019 i conti si ritengono errati perché i meccanismi di calcolo della Commissione sono sbagliati. Per il 2019, più specificatamente, il deficit andrà meglio del previsto e si fermerà sotto il 2,4%.
Per il 2020 il Governo si impegna ad una riduzione del disavanzo strutturale di 0,2 punti (3,6 miliardi), con un deficit che scenderà al 2,1% per poi fermarsi all’1,5% nel 2022. In definitiva, viene sottolineato che l’Italia ha assorbito, peggio di altri, l’imprevista battuta d’arresto che ha colpito tutta l’Europa, ma ha fatto comunque sforzi significativi di riduzione del deficit.
Nel testo del rapporto vengono utilizzati i principali argomenti del passato per il mancato contenimento del rapporto debito-PIL: la bassa crescita nominale, aggravata dal rallentamento globale del commercio, che, come è noto, penalizza le economie manifatturiere, orientate ad esportare, come l’Italia e la Germania.
Non mancano osservazioni tecniche in merito alle diverse metodologie di calcolo tra Roma e Bruxelles riguardanti lo scarto tra crescita potenziale e crescita reale, che, in base alle regole europee, potrebbe autorizzare maggiore flessibilità. E nemmeno manca l’accenno al basso debito privato ed al surplus corrente della bilancia dei pagamenti, che rende la “posizione finanziaria forte” del nostro Paese; non escludendo i segnali positivi, se pur flebili, che stanno emergendo sul fronte della produzione e su quello dei conti pubblici.
Tanto premesso, non è detto che tutto ciò basti a convincere l’UE ma i segnali positivi per un costante dialogo rilanciati dal commissario Moscovici ci fanno ben sperare per il raggiungimento di quelle intese che possono scongiurare conseguenze pericolose sui mercati finanziari. Siamo convinti però che, almeno per ora, l’UE non defletterà dalle sue convinzioni e continuerà ad invocare il rispetto delle attuali regole, che, purtroppo, finora non hanno agevolato né crescita né occupazione. Oramai la realtà della situazione esige una radicale modifica di impostazioni più che ventennali, ritenute inefficaci per un adeguato sviluppo economico e sociale.
Cosimo Sorrentino

 

Didascalia: secondo la Commissione europea che ha redatto le previsioni macroeconomiche dei Paesi dell’area euro, l’Italia non sta portando avanti delle politiche in grado in incidere positivamente sul rapporto debito-pil in entrambe le direzioni.

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