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Eurocarni nr. 7, 2019

Rubrica: Slalom
Articolo di Ventura S.
(Articolo di pagina 32)

Vento di tempesta sul commercio mondiale

Oggi, venuto meno per volontà degli Usa il ruolo di arbitro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, la situazione del commercio mondiale si può paragonare a quella di un mare calmo che un improvviso colpo di vento può rendere tempestoso. Diversi fattori minacciano la quiete

La calma relativa del commercio mondiale nei primi mesi di quest’anno non deve far dimenticare che questi ultimi anni hanno visto un indebolimento delle istituzioni internazionali, come l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), e un rafforzamento del protezionismo. In questo contesto, diversi fattori minacciano il futuro del commercio mondiale. In primo luogo la guerra commerciale tra gli Usa e la Cina. La tregua instaurata per permettere le negoziazioni tra le due potenze rischia di essere interrotta in qualsiasi momento da un tweet del presidente americano. Gli USA rivendicano una profonda revisione delle pratiche economiche cinesi e segnatamente il rispetto della proprietà intellettuale, la fine dei trasferimenti di tecnologia imposti alle società che desiderano stabilirsi in Cina e la soppressione progressiva delle importanti sovvenzioni pubbliche alle imprese cinesi. La Cina si limiterebbe ad aumentare le importazioni di prodotti americani per ridurre l’eccedenza commerciale nei confronti degli USA.
Le statistiche del commercio estero dei due paesi sono interpretate in modo opposto dall’uno e dall’altro. Il deficit commerciale degli USA rispetto alla Cina è sceso al suo livello più basso da cinque anni ad oggi. Secondo il presidente Trump questo dato dimostrerebbe che il metodo adottato innalzando le barriere tariffarie è quello giusto. La Cina, dal canto suo, ritiene che un ulteriore aumento dei dazi americani non si giustificherebbe, essendo il suo surplus commerciale ormai in gran parte corretto. I dirigenti della zona euro, pur sapendo che avrebbero interesse ad appoggiare le richieste americane, hanno adottato un atteggiamento prudente e preferiscono evitare un conflitto aperto con la Cina, ricorrendo alla diplomazia e ad accordi bilaterali per incrementare la liberalizzazione degli scambi commerciali. L’accordo di partenariato economico tra l’Unione Europea e il Giappone, entrato in vigore nel febbraio di quest’anno, ha creato la più vasta zona di libero scambio al mondo. L’accordo tra l’UE e il Canada è pieno di promesse sia per le imprese europee che quelle canadesi. Ma non ci si deve illudere: anche se esiste un margine importante di progresso per il commercio tra l’UE e il Canada, i legami tra l’economia canadese e quella degli USA sono molto forti, poiché attualmente 75% delle esportazioni canadesi sono destinate al mercato USA e la firma del nuovo accordo commerciale Canada, USA e Messico (ACEUM) ha rafforzato ancora quei legami. Al di là del conflitto tra gli USA e la Cina, altri fattori rischiano di penalizzare gli scambi. Il rallentamento congiunturale dell’economia globale frena automaticamente le esportazioni e, soprattutto, il processo di integrazione internazionale della produzione è arrivato ad un punto critico. Le imprese danno ormai la preferenza ad una produzione più regionale che mondiale e quindi meno legata al commercio internazionale. Questo fenomeno è incoraggiato dal forte aumento dei salari nei paesi emergenti. Inoltre, l’aumento dei consumi in questi paesi orienta la produzione locale verso i mercati interni.
Infine, in Europa, l’incertezza che regna ancora sull’esito della Brexit frena inevitabilmente una possibile progressione degli scambi. In questo contesto si deve anche aggiungere la decisione del presidente Trump di aumentare i diritti doganali sulle importazioni dei veicoli e pezzi di ricambio. L’applicazione di questa decisione è stata prorogata di 180 giorni per permettere di continuare le negoziazioni in atto tra USA da un lato e UE e Giappone dell’altro. Si tratta di negoziazioni particolarmente difficili, sia perché le ultime elezioni europee rischiano di cambiare la composizione della delegazione europea, sia perché d’altra parte gli USA desiderano trattare anche temi che vanno oltre le importazioni di automobili come, per esempio, l’accesso al mercato agricolo europeo o gli aiuti pubblici ad Airbus. Sono soggetti particolarmente sensibili ed inoltre i produttori americani del settore automobilistico come Ford e General Motors sono naturalmente contrari ad un aumento dei diritti doganali.
La minaccia di una rottura definitiva delle negoziazioni tra USA e Cina, che pesa tuttora sul commercio mondiale, è meno grave per questi paesi che per il resto del mondo. Infatti, i produttori americani dipendono meno degli altri dal commercio esterno. D’altra parte, tenendo conto delle dimensioni del mercato americano, i produttori cinesi sono in grado di diminuire i loro prezzi per conservare la loro quota di mercato. Viceversa, le imprese europee, di dimensioni e di tasso di crescita relativamente ridotti, realizzando meno dell’80% del loro fatturato sul mercato interno, sono obbligate a puntare sulle esportazioni. Sicché le restrizioni al libero scambio sono una minaccia diretta per l’economia della zona euro, del Regno Unito ed anche di altri paesi europei come la Svizzera o la Svezia. Oggi, venuto meno per volontà degli Usa il ruolo di arbitro dell’OMC, la situazione del commercio mondiale si può paragonare a quella di un mare calmo che un improvviso colpo di vento può rendere tempestoso.
Sergio Ventura

 

Didascalia: secondo gli economisti di Bloomberg Dan Hanson e Tom Orlik, se la guerra commerciale tra USA e Cina porterà a una crescita dei dazi fino a comprendere tutto il mercato sino-statunitense, nel 2021 il PIL mondiale potrebbe crollare di 600 miliardi di dollari (photo © Mike Mareen – stock.adobe.com).

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