Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 6, 2019

Rubrica: Interviste
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 58)

L’importanza del fattore tempo e la ricerca della regionalità

Intervista a Marco Pedroni, presidente di Coop Italia

La Coop sei tu. Questo lo slogan noto ed efficace che fa sentire ognuno di noi un elemento importante di una struttura — la più dimensionata della distribuzione targata Italia — che fattura oltre 14,5 miliardi di euro (2016) e conta, nello stesso anno, più di 53.600 dipendenti. Di questa azienda incontriamo il più alto rappresentante in carica, Marco Pedroni, presidente, dal 2013, della cooperativa più famosa del Belpaese. Il Rapporto Coop da anni fa una fotografia completa e argomentata dell’Italia moderna. Non solo dell’andamento dei mercati nel food e non, ma anche una ricerca approfondita sugli umori, le tendenze, le prospettive sociali di una popolazione le cui scelte di fronte allo scaffale non sono guidate solo dal portafoglio. Il Centro Studi Coop puntualmente mette in evidenza stati d’animo e atteggiamenti, talvolta cogliendo anche aspetti curiosi e interessanti del comportamento dei connazionali, che lasciano intravedere abitudini di consumo e di vita anche per il breve e medio termine. È da qui che partiamo nell’intervistare Pedroni, che subito apre con una vena di pessimismo.

È in salute il più grande gruppo della distribuzione moderna in Italia? E come ci si trova ad essere circondati da stranieri?
«La Coop è in salute e gli stranieri sono da molti punti di vista in ritirata, ma non solo non godiamo di questo; al contrario, non lo consideriamo affatto un buon segnale o una cosa positiva nemmeno per noi. La verità è che la concorrenza estera sta disinvestendo in Italia perché la situazione non è delle migliori. La Grande Distribuzione Organizzata ha sofferto molto durante la crisi finanziaria e tuttora i consumi non sono tornati del tutto ai livelli di pre-crisi. Gli Italiani non si sentono ancora perfettamente al sicuro. C’è preoccupazione, c’è tensione, ci sono ancora sentimenti di inquietudine che non consentono di spendere con serenità. Stanno soffrendo soprattutto le strutture a superfici più ampie, e in particolare quelle inserite nei centri commerciali. Persino i discount, dopo anni di crescita, registrano un leggero stallo».

Ma la gente deve pur mangiare!
«La gente deve pur mangiare, ma anche a tavola si può tirare la cinghia. Ed è quello che è successo in questi anni. C’è stata una contrazione complessiva e in generale si è avuto un bipolarismo dei consumi: da una parte il prodotto di prezzo, preferibilmente acquistato nel discount. È lì che si sono orientati i ceti a basso o bassissimo reddito. Dall’altra un prodotto di qualità medio-alta, proposto da un altro tipo di distributore, prevalentemente rivolto ad una fascia di reddito elevata. Tutto quello che c’era e che tuttora sta in mezzo ha sofferto molto ed è ancora in difficoltà. Poi ci sono stati altri fenomeni interessanti: la crescita importante e inarrestabile del bio; l’incremento del segmento salute; il balzo in avanti dell’etnico, del “senza” e del “ricco di”».

Quanto influisce invece il fattore tempo?
«Assume un’importanza sempre maggiore. La facilità e la celerità con cui si fa la spesa è sempre più elemento che condiziona la scelta del punto vendita e quindi anche dell’acquisto specifico. In sostanza si cercano sistemi salvatempo, come app che semplificano il modo di fare il conto o sistemi informatici per evitare la fila alla cassa».

Quale altro elemento è importante oggi in fase d’acquisto?
«Beh, a proposito di app, il mercato oggi richiede uno sforzo in termini di trasparenza sul prodotto. E noi ci siamo da anni attrezzati per offrire, sui prodotti a nostro marchio, la storia del prodotto, la provenienza della principale materia prima e — sempre tramite lo stesso sistema — ricette e tabella nutrizionale».

Quindi il prodotto regionale e quello locale sono particolarmente ricercati dal consumatore?
«Assolutamente sì. Il mercato non chiede solo di sapere da dove viene il prodotto che sta acquistando, ma vuole che sia quanto più possibile vicino al suo territorio di riferimento. Da una parte abbiamo creato delle linee specifiche affinché le produzioni locali siano più facilmente individuabili nei punti vendita. Dall’altra, essendo noi una grande rete su livello nazionale, abbiamo veicolato prodotti di ogni regione ovunque, anche di quelle in cui non siamo presenti con dei punti vendita. Ci sono produzioni importanti che meritano di essere valorizzate lontano dai propri contesti produttivi perché hanno grandi potenzialità e possono contribuire a far sviluppare dei territori».

Vale lo stesso principio per la carne?
«Nella carne il tema della regionalità è altrettanto sentito, forse anche di più. Sul bovino abbiamo infatti quasi esclusivamente prodotti a nostro marchio e una linea specifica. Conoscendo i timori del consumatore in materia di sicurezza alimentare e ben prima dello scandalo cosiddetto “mucca pazza”, avevamo messo in piedi un sistema di tracciabilità completo che tuttora manteniamo. Nel suino la percentuale a marchio Coop è di oltre la metà, ma inferiore a quella del bovino. Entrambi i segmenti, negli ultimi anni, hanno sofferto molto. Stiamo lavorando soprattutto per ampliare l’offerta del prodotto di seconda lavorazione, ad alto valore aggiunto, per rendere più interessante la proposta con anche modalità di consumo e cottura più versatili e veloci. Inoltre, su tutte le carni stiamo facendo uno sforzo importante per garantire un prodotto privo di antibiotici. Nel pollame e nelle uova la garanzia è sul 100% del prodotto. Sui bovini, per gli ultimi mesi di vita dell’animale».

Come si vende invece il pesce in Gdo?
«Nel pesce il tema è quello dell’allevamento e del pescato. I mari sono infatti sempre più sfruttati e depauperati e l’unica alternativa valida è quella dell’allevamento. Il pesce può essere un ottimo prodotto se non proviene da un allevamento intensivo e se si mantiene un certo livello di qualità dei mangimi. Anche in questo caso, quindi, l’esigenza è quella della creazione di filiere controllate. Ci siamo riusciti sinora su 7-8 referenze e continueremo su questa linea, nel tentativo di offrire un prodotto sempre migliore, da ogni punto di vista».

Abbiamo iniziato con una vena di pessimismo. Come vogliamo chiudere?
«Chiudiamo con una battuta ottimistica: sono positivo per il futuro, non posso fare altrimenti. E in fondo i dati vanno saputi leggere e interpretare. Le medie di periodo, le medie delle vendite, sono sempre espressione di più valori, di cui alcuni molto positivi e alcuni che non lo sono affatto. Le abitudini cambiano, così come le scelte di fronte allo scaffale. Raramente è tutto completamente negativo o tutto completamente positivo. Da lì bisogna partire e guardare al domani con fiducia».
Sebastiano Corona

>> Link: www.e-coop.it/alleviamolasalute

Didascalia: Marco Pedroni è presidente, dal 2013, della cooperativa più famosa del Belpaese, Coop Italia.

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