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Eurocarni nr. 6, 2019

Rubrica: Convegni
(Articolo di pagina 116)

Mangiare carne fa bene, se è di Romagnola ancora di più

Al convegno sul rilancio dei consumi di carne bovina di razza Romagnola organizzato a Forlì da Araer e AIA gli esperti hanno illustrato i benefici di questa produzione dalle indubbie qualità nutrizionali e organolettiche

Gli allevatori di bovini da carne di razza Romagnola hanno partecipato  numerosi e compatti al convegno svoltosi a Forlì lo scorso 16 aprile, organizzato da Araer (Associazione regionale allevatori dell’Emilia-Romagna) in collaborazione con Aia (Associazione italiana allevatori). Il titolo dell’evento era “Parte dal territorio e dalla verità scientifica il rilancio della carne di razza Romagnola”, un rilancio che affonda le sue radici proprio nelle peculiarità di questa razza, come ha ricordato Seba­stiana Failla, ricercatrice del Crea, sottolineando nel suo intervento che «la carne  bovina Romagnola è un alimento altamente funzionale e proprio su questo aspetto e sulla sua composizione nutrizionale biso­gna puntare per favorire un aumento dei consumi e una maggiore redditi­vi­tà per gli allevatori che la producono. La sua tenerezza è superiore a quella riscontrata nella Chianina e nella Maremmana e l’originaria e antica attitudine al lavoro, che ancora oggi fa parte del suo patrimonio genetico, ne fanno un animale dalle caratteristiche straordinarie che merita una valorizzazione e una quotazione superiore a quanto si registra attualmente».
«A livello globale, il trend di crescita dei consumi di carne è in aumento — ha ribadito nel suo intervento Riccardo Negrini, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e direttore tecnico di Aia — e anche per il nostro Paese le potenzialità di sviluppo del settore sono concrete, soprattutto se pensiamo  che la nostra autosufficienza si ferma al 60%, mentre il restante 40% è coperto da una produzione importata.
Purtroppo un certo tipo di informazione fuorviante, legata ai presunti effetti dannosi sulla salute umana che secondo alcune indicazioni non sempre scientificamente confermate sarebbero causati dal consumo di carne, può generare qualche preoccupazione. Ma si tratta di timori infondati che vanno sfatati, soprattutto se si ragiona in un’ottica di riorganizzazione produttiva finalizzata a rispondere a questa maggiore richiesta di prodotto che, nel caso della Romagnola, è di elevata qualità».
E che il mondo chieda sempre più carne emerge dai recenti dati, che Negrini ha illustrato, diffusi dalla Fao. «Nel 1960 un produttore di carne bovina doveva sostenere 26 persone» ha ricordato. «Oggi ne deve sostenere 155, ma nel 2030 questo numero salirà a 256 individui.

La comunicazione può fare davvero la differenza
La qualità, elemento indiscusso della carne italiana, non è però più sufficiente a convincere gli acquisti dei consumatori. Serve altro, soprattutto se analizziamo le richieste del mercato che, secondo un sondaggio svolto da Eurobarometro, afferma che oltre il 20% dei consumatori vede nell’allevamento al pascolo un valore aggiunto, senza dimenticare l’importanza che oggi riveste il termine free, rispetto al quale, nel periodo compreso tra il 2012 e il 2017, la percentuale di consumatori che ha acquistato carne contrassegnata da questo termine ha registrato un aumento dell’8%». Non solo. Negrini ha sottolineato quanto i consumatori siano disposti a pagare di più i prodotti alimentari che acquistano se il packaging è ecologico, se viene rispettata la sostenibilità ambientale e se le condizioni di benessere animale sono state garantite e controllate. Quindi produrre bene non basta più.
«Quali sono allora le chance che devono sfruttare gli allevatori per organizzare la loro produzione?» si è chiesto il docente universitario. «Il management aziendale e il miglioramento genetico. Due aspetti sempre più fondamentali che oggi possono contare su strumenti altamente innovativi come la genomica, che anche nel settore della carne, dopo aver dato ottimi risultati in quello delle bovine da latte, sta dimostrando tutta la sua validità.
Il progetto I-beef, che il sistema allevatori sta approntando, va proprio in questa direzione. Per poter espletare però tutte le sue potenzialità ha bisogno dei dati che devono essere raccolti in azienda, operazione che vede l’allevatore grande protagonista in un sempre più costruttivo rapporto di collaborazione con le associazioni di riferimento».
Unità, chiarezza delle idee e seria comunicazione sono gli aspetti a cui ha fatto riferimento Rosario Trefiletti, presidente del Centro Ricerche Indagini 3, che ha invitato gli allevatori a farsi vedere e sentire di più, soprattutto in tema di comunicazione, anche per riuscire ad agevolare il comparto agroalimentare italiano, da lui stesso definito il “petrolio italiano”.
Per le conclusioni al termine del convegno la parola è passata al presidente di Araer, Maurizio Garlappi, il quale ha ricordato che dalla genomica arriveranno sicuramente grandi novità in materia di selezione, «anche se dovremo continuare a fare i conti con una serie di adempimenti normativi e burocratici  più laboriosi, come la ricetta elettronica, la gestione del farmaco, il benessere animale, il Classyfarm, che non sempre agevolano la nostra attività in allevamento. Ma siccome non possiamo permetterci di essere costantemente attaccati e al consumatore vogliamo fornire le massime garanzie sulla carne che porta in tavola, dobbiamo proseguire con impegno a lavorare nella filiera. L’esempio della Romagnola, che sul territorio rappresenta un presidio inespugnabile, va in questa direzione, e in questa direzione continueremo a camminare».

 

Origine e caratteristiche della Romagnola

Origine: discendente dal ceppo podalico e dalle razze asiatiche giunte in Italia in seguito alle invasioni dei popoli dell’Est Europa, la Romagnola deve il suo nome al territorio d’origine, la Romagna (Forlì, Pesaro), anche se è allevata in alcune zone delle province di Rovigo, Padova, Venezia e Verona. Tra le razze bianche italiane essa conserva maggiormente, insieme alla Maremmana, le caratteristiche del ceppo podolico. Ottima la sua adattabilità al pascolo in diverse condizioni perché ottima utilizzatrice dei foraggi e resistente. Caratteristiche morfologiche: la Romagnola, all’aspetto, si presenta imponente, massiccia, raccolta ed armonica: testa piccola e breve, occhio grande ed espressivo, notevole giogaia. Il mantello, fromentino alla nascita, diventa grigio chiaro o appena brizzolato nelle femmine adulte, più scuro nel toro (presenza di peli neri nel treno anteriore e sulle cosce). Nei maschi si ha spesso l’occhialutura (presenza di peli neri attorno agli occhi). Le mucose e la cute sono pigmentate nere. Le corna lunghe, nere in punta, sono a forma di lira nella femmina e di semiluna nel maschio. Non sembra una razza alta perché presenta arti corti rispetto alla profondità toracica. È più piccola della Chianina e della Marchigiana, ma ha gli stessi pesi. Gli arti sono assai robusti, con unghioni duri e ben conformati. Caratteristiche produttive: questa razza è originariamente a duplice attitudine: carne e lavoro. Oggi è selezionata solo per la carne, che è di qualità ottima (giusta la marezzatura e tenera). L’Associazione Nazionale Allevatori Bovini Italiani Carne (A.N.A.B.I.C.) gestisce dal 1966 i libri genealogici delle razze bianche italiane (Chianina, Romagnola, Marchigiana, Maremmana, Podolica; in foto, capi di Romagnola al pascolo, photo © informatorezootecnico.edagricole.it).
(Fonte: agraria.org)

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