Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 6, 2019

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 124)

Un cane da pastore, tra lupi ed agnelli

The Shepherd’s Dog, Iron & Wine

Per raccontare le connessioni tra cibo e carne di questo disco posso tracciare due linee che partono da una canzone che ha come sottotitolo il nome stesso dell’album: Il cane da pastore. Nel brano viene citato il garzone del macellaio all’interno del racconto di uno spaccato nordamericano unico e intercambiabile, ma non sostituibile, nella sua identità, con quella di migliaia di altre. Così è importante la provenienza, cosa ci viene trasmesso nel racconto e nella sostanza, in quello che mangiamo e viviamo, nell’ascolto e nella conoscenza. Ed è anche nell’aspetto rurale di un pastore, del suo cane e dell’allevamento, che si muove l’immaginario di questo disco, il terzo a nome di Iron & Wine, al secolo Sam Beam. La copertina autografa raffigura a fronte un cane e sul retro l’autore stesso. Gli stessi occhi, gli stessi colori per entrambi. Un moniker che sa di romanticismo e di tradizione, ma che è stato ispirato da tutt’altro: un integratore aromatizzato all’interno di un drugstore, su una statale.

Provenienza, quanto è… vero?
Dopo due dischi che rimandano ad una tradizione folk legata ad un’espressione classica e poco strutturata, l’incontro con il duo dei Calexico nel 2005 con l’ep Woman King porta Sam Beam ad evolvere il suo stile, a lasciare il suo ruolo di docente di Arte Cinematografica all’Università della Florida e ad incidere un disco che è un deciso cambio di direzione verso chi vuole essere. The Shepherd’s Dog è un album che lascia la solitudine di un interprete e le parole sussurrate per emanciparsi in una band. Strutture armoniche complesse e varietà di strumenti e suoni porterebbero ad immaginare un lavoro inaccessibile e ostico, invece è una sorpresa bellissima e affascinante quella che si svolge tra i solchi del vinile. Traspare una cura e un’attenzione alla produzione che permette un’incredibile chiarezza espressiva.
A dirigere i lavori, dietro il vetro dello studio di registrazione, siede Brian Deck, già fondatore dei Red Red Meat e precedentemente al lavoro con Modest Mouse e Califone. È anche grazie a lui che si trova la voce giusta per raccontarsi, perché oltre alla band di cui sopra, con chitarre steel ed elettrificate, banjo, piano e fiati, ciò che permette di smarcarsi dal passato è un immanente componente percussiva.
Tamburi, bacchette, pavimenti, bicchieri, le stesse mani, tutto è utilizzato per sorreggere, modellare, identificare i brani lungo l’Intero album.
È già tutto chiaro con Pagan Angel and a Borrowed Car: bongo, tamburi, shaker, battiti di mani sono il ritmo malandato e organico di certi blues scalcinati di Tom Waits in cui si muove sinuosa la voce di Beam. Una viola che rimanda a Nick Drake è l’elemento che spiazza e, al tempo stesso, risulta naturale, donando aspettativa e soddisfazione fin dal principio.
Concentrico e orientaleggiante, le melodie vocali come in una spirale, White Tooth Man è uno degli episodi più chiari nella tracklist del modo in cui la cura e l’attenzione alla struttura pop si inseriscono nel contesto folk da cui ha origine Iron & Wine.
In qualche modo, però, l’intimità peculiare del progetto si riaffaccia in un trittico di brani che inizia con Lovesong From The Buzzard sospesa tra ricami e ornamenti, echi di un avant-folk che ricorda certi Califone e che nel finale si intreccia con l’ammaliante Carousel. Xilofono e Vocoder, così apparentemente inconciliabili, si fondono e si aggiungono ad un wurlitzer che guida il brano attraverso una nenia senza tempo.
House By The Sea ridesta con gentilezza e ha le caratteristiche più consumate e confortanti della ballad anche quando l’elemento percussivo si prende la scena nel finale.
Durante questa suite, tre brani distinti ma uniti tra di loro, si ha come la percezione di trovarsi nel mezzo di una calura estiva e, per lasciarsi indietro il quotidiano, infilarsi in un bosco, camminando nella solitudine tra alberi e luce filtrata dai rami, in una sobria bellezza.
L’arrangiamento acustico di Innocent Bones, soprattutto nell’utilizzo del banjo, distrae dall’anima r’n’b che rimane comunque esplicita e si concretizza ad ogni ascolto.
Arriviamo cosi al brano che di fatto ispira questo articolo, nel sottotitolo e nel testo, quella Wolves (Song of the Shepherd’s Dog) che piazzandosi all’inizio del lato B e, dando il nome al disco, ha un’importanza simbolica notevole. Perché è una canzone che più di tutte segna un’emancipazione da ciò che più non è, nel suo tropicalismo, nel suo essere così radicalmente slegata dalla tradizione, nella sua inedita jam di riverberi ed echi, nel suo essere cosi collettiva e sperimentale.
“Wolves in the middle of town and the chapel bell ringing through the windblown trees /
She’ll wave to the butcher’s boy with the parking lot music everybody believes /
And then dive like a dying bird at any dude with a dollar at the penny arcade
The song of the shepherd’s dog /
The waiter and the check or the rooster on a rooftop waitin’ for day /
And you know what he’s going to say”.
Eccolo, il cane da pastore, la metafora centrale e conflittuale dell'intera canzone. È solo ad un passo dall’essere un lupo, ma ha lo scopo di mantenere gli agnelli al sicuro, in linea con la guida del suo padrone. Nient’affatto scontato che l’ultimo sguardo a quello che non è più, in termini stilistici, sia la successiva Resurrection Fern, che sembra un ricordo già nella melodia e nel suo parlare al passato.
Ma non ci sono rimpianti o rimorsi: lo dimostra la scelta di Boy With a Coin come primo singolo, retto da un insolito impianto tra il flamenco e il folk, che ritmicamente stordisce e ammalia, si fa sedurre da tregue slide e seconde voci.
Come in una mappa, certe canzoni in certi momenti, alcuni luoghi del disco sottolineano e rimarcano una nuova direzione, una nuova identità. La breve The Devil Never Sleeps sembra quasi una reprise ibrida di alcuni brani precedenti, una jam session estemporanea, forse inserita per dare ancora più forza al mood che ha portato alla registrazione dell’intero lavoro.
Di nuovo rimandi orientali stavolta mischiati ad un blues lisergico e dilatato sono Peace Beneath The City. Nell’economia di un lavoro così vario questo è davvero un brano che trova collocazione senza nessun tipo di difficoltà, perfetta cartina tornasole di un lavoro davvero organico.
La sequenza delle canzoni dà il senso di qualcosa di vivo e continuo, alternando brani contrastanti l’uno contro l’altro e terminando con la struggente e cruenta nella sua emotività Flightless Bird, American Mouth. L’armonia vocale mentre sale nel ritornello è un assoluto e commuove nell’offrire il senso di risoluzione che gran parte dell’album, volutamente, trattiene. Un malinconico e delicato valzer che ci culla nello straziante dubbio contenuto nel refrain:
“Have I found you? /
Flightless bird, jealous, weeping /
Or lost you? /
American mouth”.
Quello che ha lasciato e quello che ha trovato con questo disco Sam Beam lo sa molto bene. Ha lasciato un contesto limitato ad un folk che, per quanto di spessore, lo avrebbe condannato alla ridondanza e alla ripetibilità, per un liberatorio caleidoscopio stilistico che da questo album lo ha portato a esplorare con rinnovata sensibilità scenari inediti.
The Shepherd’s Dog è un album di rottura col passato, con una grazia e un equilibrio che lo rende tra i più riusciti di Iron & Wine e il suo preferito per chi scrive.
Giovanni Papalato

Didascalia: Giovanni Papalato (photo © Lucio Pellacani).

Photogallery

Eurocarni
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Eurocarni:
Euro Annuario Carne
La banca dati Europea del mercato delle carni sempre aggiornata, utile strumento di lavoro per gli operatori del settore lavorazione, commercio e distribuzione carni.