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Eurocarni nr. 6, 2019

Rubrica: Osservatorio internazionale
Articolo di Guidi G.
(Articolo di pagina 38)

Brexit: primo atto di un doloroso distacco

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è un’operazione delicata e complessa che va fatta col bisturi e non con l’accetta. Perché sbaglia, e di molto, chi crede che le conseguenze saranno solo per Londra

I divorzi, si sa, non sono mai un bel momento. Non lo sono nemmeno quando si è deciso di comune accordo, figurarsi se non c’è condivisione. La decisione è però ormai presa ed è davvero difficile, forse impossibile, tornare indietro. Bisogna pertanto attivare tutte le procedure perché la separazione sia più indolore possibile, per tutti. Eh già, perché il problema non pende come una spada di Damocle solo sulla Gran Bretagna. La Brexit è un enorme punto interrogativo anche per tutti quegli Stati e quei soggetti che con il Regno Unito hanno a che fare per motivi professionali o d’impresa. Intanto si è tirato un bel sospiro di sollievo quando a marzo è stata accordata la proroga sino al 31 ottobre prossimo: nulla era infatti pronto per il divorzio più importante degli ultimi decenni.
L’agroalimentare è uno dei comparti che maggiormente ne subirà le conseguenze, poiché sono diverse le produzioni oggetto di import ed export, per cui non è chiaro quali saranno le regole nelle transazioni, i problemi di documentazione, etichettatura, dogane e dazi. Per l’Italia, la Gran Bretagna rappresenta il quarto mercato estero di riferimento e il terzo se si considera la sola Unione Europea. Secondo la Confederazione Italiana Agricoltori, la bilancia agroalimentare tra i due Paesi ha chiuso in positivo il 2018 (con +204 milioni di euro) e continua ad essere favorevole per l’export italiano anche dall’inizio del nuovo anno. Per quanto riguarda la voce della mera trasformazione, la crescita l’anno scorso è stata pari al 17%. Segno negativo, invece, per l’export agricolo che, sia su base congiunturale che tendenziale, ha chiuso a gennaio con valori sotto lo zero.
Quello britannico, è un mercato che, nell’ultimo decennio, ha incrementato i propri acquisti di agroalimentare made in Italy del 43%, ben più di quanto fatto nei confronti dei nostri concorrenti francesi o olandesi. Come sottolineato di recente da Confagricoltura, le esportazioni annue del made in Italy agroalimentare verso il Regno Unito ammontano a 3, 4 miliardi di euro e, per il 30%circa, sono rappresentate da prodotti a indicazione geografica e di qualità.
A dirla tutta, sembra che l’incertezza di un’uscita senza accordo sia stata positiva per le nostre imprese, visto che la paura, nei mesi scorsi, ha fatto segnare il record di sempre nelle esportazioni alimentari italiane. Il timore di dazi o balzelli ha portato a 243 milioni di euro, in un solo mese, il valore delle vendite di alimenti e bevande tricolori, Prosecco, Grana Padano e conserve vegetali in testa. Si tratta dunque di un mercato con il quale l’Italia ha grande interesse a mantenere i rapporti commerciali in entrambi i sensi. Per questo l’uscita senza accordo sarebbe una mannaia. L’auspicio è quello che siano messi in piedi una serie di accorgimenti che si traducano in accordi e trattati di salvaguardia delle relazioni, al fine di mantenere quanto possibile inalterati i rapporti commerciali bilaterali. I flussi di merci, infatti, non solo non possono e non devono essere bloccati, ma piuttosto vanno incentivati.

Eppure le insidie sono tante
Il maggior rischio è che, divenendo il Regno Unito un Paese Terzo, nei rapporti tra GB e UE potrebbero frapporsi dazi, procedure amministrative e doganali che complicherebbero i rapporti commerciali, aumenterebbero i prezzi e, in definitiva, scoraggerebbero l’acquisto dei prodotti in entrambi i Paesi, sia per quelli importati che per quelli da esportare. Non è un caso se il British Retail Consortium con le più famose catene della Gdo britannica, come Sainsbury’s, Asda, Waitrose e Marks & Spencer, hanno inviato una nota ai parlamentari britannici, sottolineando che un eventuale no-deal sulla Brexit potrebbe causare l’impossibilità di importare alcune produzioni, con tutte le nefaste conseguenze del caso. E, ancora, che le interruzioni di esportazioni e importazioni porterebbero ad un enorme aumento dei prezzi dei generi alimentari, soprattutto per alcuni cibi come insalate, formaggi, pomodori e frutti rossi.
L’imposizione di barriere non tariffarie simili a quelle già applicate agli scambi commerciali UE-USA implicherebbero costi aggiuntivi per circa 40 miliardi di euro, con un conseguente calo di esportazioni dalla UE al Regno Unito per il 50,4%. E con un –47,4% per l’Italia. Per il Belpaese, che vanta il maggior numero di prodotti a indicazione geografica in Europa, quale sarebbe la tutela? La GB gli riconoscerebbe lo stesso peso giuridico e valore come ancora facesse parte della UE?
La risposta non è scontata. E la lunga lista delle incertezze che spaventano non finiscono qui.
A proposito di etichettatura: la Gran Bretagna diventa un Paese extra UE; questo significa che dovremo cambiare milioni di etichette dove l’UK viene menzionato in quanto Paese di origine della materia prima. Stessa cosa dicasi per il biologico, il cui logo europeo non può più essere usato per nessun tipo di prodotti UK.
E ancora — ma questa è mera curiosità su come dovranno comportarsi i cugini inglesi in casa loro — come verrà riformato il diritto agroalimentare britannico (e non solo!) basato sinora prevalentemente su regolamenti europei? Quegli stessi regolamenti che da domani si potranno considerare legge di un Paese straniero?
Ci sono poi una marea di “sottigliezze” che riguardano tutti. Eccone alcuni esempi a titolo indicativo e non esaustivo. In caso di esportazioni di merci verso i Paesi Terzi con cui la UE ha concluso un accordo di libero scambio, gli esportatori possono beneficiare di tariffe preferenziali, purché i prodotti vantino un certo contenuto UE secondo i parametri delle norme di origine. Dopo la Brexit, come verrà considerato l’apporto del Regno Unito al prodotto finito? Non potrà, infatti, più essere valutato come UE.
Con fini di tutela di salute, sicurezza e ambiente, le norme della UE limitano l’importazione da e verso Paesi Terzi di determinate merci, tra cui animali vivi, prodotti d’origine animale e alcune tipologie d’origine vegetale. Come si procederà ad inserire il Regno Unito nell’elenco come Paese Terzo autorizzato?
È quasi certo che, a decorrere dalla data del recesso, l’adempimento di tali requisiti sarà verificato al momento dell’entrata nell’Unione, mediante controlli di frontiera obbligatori; pertanto, nei punti d’ispezione frontalieri riconosciuti, dove ciascuna partita sarà sottoposta a verifiche documentali e d’identità. In tema di dogane, la questione è serissima perché, se l’accordo di recesso non sarà ratificato, si applicherà la normativa europea relativa alle merci importate ed esportate, compresi i dazi e le imposte, e si adempirà a tutte quelle formalità e controlli previsti oggi solo per i Paesi Terzi. Inoltre, la Commissione ha licenziato il regolamento delegato mirante a includere i mari che bagnano il Regno Unito nelle disposizioni sui limiti di tempo entro i quali occorre presentare le dichiarazioni sommarie di entrata e le dichiarazioni pre-partenza prima dell’entrata nel territorio doganale dell’Unione o dell’uscita da esso.
Restano poi una serie lunghissima di problematiche relative ai prodotti alimentari trasformati, soprattutto in merito alle informazioni al consumatore. Si pensi alla bollatura sanitaria e alla marchiatura d’identificazione, gli ingredienti alimentari, la composizione degli alimenti, i limiti di contaminanti e di residui, i materiali destinati a venire a contatto con i prodotti.
A decorrere dalla data del recesso, sul bollo sanitario o sul marchio di identificazione dei prodotti della GB non figurerà più l’abbreviazione CE, perché è riservata agli stabilimenti ubicati nell’Unione, ma figurerà solo il nome del Paese.
Un altro esempio, che ben descrive le diverse problematiche che potrebbero sorgere in caso di Brexit senza accordo, è quello degli alimenti e dei mangimi geneticamente modificati, il cui richiedente l’autorizzazione dell’uso o il suo rappresentante deve essere stabilito nell’Unione. A decorrere dalla data del recesso, ovviamente, gli stabilimenti della GB non potranno più vantare questo requisito.
I problemi potrebbero essere però ancora più gravi sul piano pratico nei rapporti con l’Irlanda, dove, per un’ovvia questione geografica, i traffici di merci e persone sono continui e le due economie sono fortemente interconnesse, al punto che si stima una perdita del PIL del 4% in cinque anni. E la lista delle eventuali complicanze che potrebbero costare care al Regno Unito e al resto dell’Unione Europea sono molteplici e tutte serissime. Insomma, se proprio separazione deve essere — viste le nefaste conseguenze che si temono su tutti i fronti — almeno che sia consensuale e sancita da un accordo serio, completo, esaustivo, dove nulla sia lasciato al caso.
Guido Guidi

Didascalia: con il termine “Brexit” si indica l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea così come sancito dal referendum che si è svolto il 23 giugno 2016.

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