Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 6, 2019

Rubrica: Attualità
Articolo di Guidi G.
(Articolo di pagina 30)

Dal campo alla discarica

In un mondo che non ha ancora del tutto sconfitto la fame, buttare il cibo — prassi consolidata nella vita moderna di tanti Paesi occidentali — è un vero e proprio sacrilegio. Non è solo una questione etica e di giustizia sociale, ma anche di ordine pratico e ambientale

Sembrerà strano, ma non esistendo una definizione univoca di spreco alimentare, darne un’esatta descrizione non è facile. In linea di massima si intende, con questo termine, quella parte di prodotto che viene acquistata e non consumata, per poi finire nella spazzatura. C’è però dell’altro. Il cibo che vede lo smaltimento come sua destinazione ultima non è solo quello che passa nelle mani del consumatore. Anzi, certe volte non ci arriva nemmeno, venendo eliminato in fasi precedenti della filiera e ben più a monte del contesto domestico. La cucina di casa è, secondo il Ministero dell’Agricoltura, l’altare sacrificale solo del 50% degli alimenti che vedono la pattumiera al posto del piatto. Il resto è opera delle imprese e della distribuzione, talvolta a partire dai campi.
Secondo il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari, che ha elaborato una serie di dati ufficiali di più soggetti, invece, nel 2017 lo spreco in Italia avrebbe raggiunto lo 0,88% del PIL, per un totale di oltre 15 miliardi di euro, di cui quasi 12 miliardi da ricondurre alle famiglie. Poco più di 830 milioni si disperdono ancora in campo, un miliardo nell’industria di trasformazione e quasi 1,3 miliardi nella distribuzione.
I dati sono quindi discordanti, perché oggettivamente la misurazione di quanto viene gettato quotidianamente, soprattutto negli ambienti domestici, è un’attività molto complessa. È altresì difficile individuare la quantità media buttata da ognuno.
La tesi più realistica, dopo anni di ipotesi e risultati di ricerche parziali, sembra l’ipotesi dell’Osservatorio nazionale sulle eccedenze del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, che indica in 370 grammi alla settimana la quantità di cibo sprecato dalle famiglie italiane. Si tratta, infatti, di poco più di 20 grammi al giorno a persona e di un dato, quindi, che collocherebbe gli Italiani nella media dei valori di altri Paesi europei, che vedrebbero altresì l’Olanda con 365 g a famiglia a settimana, la Spagna con 534 g, Germania e Ungheria con 420 g.
Sarebbero le  bevande analcoliche, i legumi, la frutta e la verdura, la pasta fresca e il pane a raggiungere più spesso la pattumiera, secondo la Waste Watcher. Tra le principali cause dello spreco in ambito domestico ci sono le cattive abitudini di spesa; l’inosservanza delle più elementari modalità di conservazione degli alimenti; le date di scadenza troppo rigide e rispettate pedissequamente, anche laddove il termine di riferimento è solo indicativo; la tendenza a servire e servirsi porzioni eccessive; le promozioni della distribuzione che spingono ad acquistare cibo più del necessario.
Dal rapporto CREA emerge inoltre una curiosa contraddizione: le quantità assolute di spreco domestico si incrementano all’aumentare dei membri della famiglia, ma paradossalmente la cattiva abitudine risulta più marcata nelle famiglie monocomponenti. Inoltre, c’è meno attenzione laddove l’età media si abbassa e dove c’è maggiore disponibilità economica.
Uno studio della FAO non proprio recente — risalente al 2011 — stabiliva che ogni anno, nel mondo, venissero destinati alla discarica circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, l’80% dei quali ancora consumabile, e per oltre 222 milioni ad opera dei principali Paesi industrializzati. Una quantità enorme, che da sola potrebbe sfamare interi Stati dove la fame è ancora un problema diffuso.
È bizzarro il fatto che, in tempi di crisi finanziaria in cui è spesso difficile far quadrare i conti, finiscano al macero intere derrate di alimenti nei vari anelli della filiera. E quali che siano le cifre, è inaccettabile che, a tutt’oggi, ci siano popolazioni dove ancora centinaia di migliaia di persone muoiono per le carestie ed altre dove il cibo viene invece buttato. Si tratta di un’iniquità intollerabile!
Aspetti etici a parte, le considerazioni d’obbligo sono molte, non ultime quelle relative al fatto che un prodotto alimentare che deve essere smaltito genera ulteriori oneri per la collettività e comporta problemi ambientali. Ci sono inoltre aspetti prettamente economici, perché i costi dell’approvvigionamento prima, e dello smaltimento poi, non aiutano i bilanci delle imprese e delle famiglie.
Fortunatamente, sul tema dello spreco si sta generando una sensibilità comune che investe i singoli quanto l’opinione pubblica e il mondo imprenditoriale. Anche i governi dei Paesi industrializzati hanno avviato un dibattito che, in diversi casi, ha portato all’introduzione di norme tese a limitare il fenomeno. Il succitato rapporto CREA sottolinea che gli Italiani, seppur poco attenti a non sprecare, hanno però una considerazione fortemente negativa dell’atto di buttare cibo nella spazzatura, tanto più che sono consapevoli dei risvolti in termini ambientali, sebbene ciò che li condiziona siano sempre “le tasche”. In Italia, da oltre due anni, vige la Legge 166/2016 che si pone l’obiettivo ambizioso di contribuire ad attività di ricerca, informazione e sensibilizzazione dei consumatori, soprattutto di quelli più giovani, e non solo in riferimento ai prodotti alimentari. Il tam-tam attorno a questo tema, una nuova coscienza collettiva, esigenze di risparmio vero e proprio, stanno dando i loro risultati: fioccano le app, le reti e i sistemi di privati e imprese perché il cibo in eccesso non finisca in discarica.
Sono molte le forme di collaborazione — complice la tecnologia moderna — che permettono di trasformare lo spreco alimentare in valore condiviso. Facendo così un’ottima azione per sé stessi e per gli altri. Uno dei progetti che merita men­zione è quello di Last Minute Market, nato 20 anni fa come espressione dell’Università di Bologna e poi trasformatosi in impresa sociale. Questo ente, grazie ad una ragguardevole rete che raggruppa 350 punti vendita e oltre 400 soggetti del terzo settore, è in grado di recuperare annualmente 55.000 pasti cotti, prodotti alimentari per un valore di 5,5 milioni di euro e farmaci per un milione.
C’è una app, che prende il nome di Too Good To Go, attiva in ambito europeo, che, contando ben otto milioni di utenti, permette alle imprese di proporre a costi modesti l’invenduto che sarebbe davvero un peccato buttare. Vi aderiscono nomi importanti della Gdo, oltre che ristoranti, bar, laboratori artigianali. Ma gli esempi sono ormai tantissimi e coprono territori sempre più ampi.
Gli accorgimenti raccomandati dalle istituzioni, che sempre più spesso conducono campagne di sensibilizzazione in merito, possono sembrare banali, ma evidentemente non lo sono: dare priorità, nel consumo, agli alimenti con una data di scadenza ravvicinata; sistemare il cibo nel giusto ripiano del frigorifero, in modo che la corretta temperatura conservi al meglio il prodotto; fare una puntuale lista della spesa, prima di andare al supermercato, e osservarla religiosamente; imparare l’arte della cucina degli avanzi, per poterli recuperare, e non servire a tavola porzioni smisurate.
Infine: la doggy bag, quel sacchetto che si porta via dal ristorante con gli avanzi, che tanto imbarazzo genera, dovrebbe invece diventare la regola, quando non si è consumato gran parte del cibo richiesto, vino compreso. È un segnale importante: rende onore a chi lo ha prodotto e a chi lo ha cucinato. Sottolinea la sacralità del lavoro che ne sta alla base, santifica la terra che lo ha concepito ed è un gesto importante di rispetto verso chi non ne ha.
Guido Guidi

Didascalia: la cucina di casa è, secondo il nostro Ministero dell’Agricoltura, l’altare sacrificale del 50% degli alimenti che vedono la pattumiera al posto del piatto. Il resto è opera delle imprese e della distribuzione, talvolta a partire dai campi (photo © Daisy Daisy – stock.adobe.com).

Photogallery

Eurocarni
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Eurocarni:
Euro Annuario Carne
La banca dati Europea del mercato delle carni sempre aggiornata, utile strumento di lavoro per gli operatori del settore lavorazione, commercio e distribuzione carni.