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Eurocarni nr. 5, 2019

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 186)

Stormi, Mandria, Carne

Die, Iosonuncane

Ci sono album in cui la carne ha un collegamento più o meno diretto ed è interessante e divertente poterla raccontare. Altri, invece, hanno nel titolo di un brano o del disco stesso un riferimento netto ma non culinario. A più di un anno dal primo articolo, credo sia giusto ricordare il senso di questa rubrica, per dare valore ad entrambi i casi: grammatura, qualità, provenienza.
No, non stiamo parlando di carne in questo caso, anche se potrebbe sembrare, ma di dischi. Sì, quei cerchi pieni di solchi che, se fatti girare sotto una puntina, irradiano musica. E i sostantivi con cui abbiamo aperto queste righe sono importanti per darne un valore oltre che per definirli.
Perché se un vinile pesa 180 grammi, ha una resa migliore ed è più longevo. Perché la qualità dell’incisione è direttamente proporzionale alla sua resa. Perché sapere da dove viene, quando è stato stampato e da chi ci danno informazioni importanti per avere un’idea esatta della sua identità. Proprio come la carne che scegliamo, n’est pas?
Ecco. Io amo tutti gli album che racconto qui e quello di cui andrò a scrivere ora appartiene alla seconda categoria poco prima descrittavi: si chiama Die ed è il secondo di Iosonouncane.
Jacopo Incani è originario del Sud della Sardegna e si è trasferito per studi universitari a Bologna. Per Trovarobato ha inciso La Macarena Su Roma e questo è il suo secondo disco uscito nel 2015, al cui interno troviamo un brano che ha per nome Carne, ma anche Stormi e Mandria.
DIE in sardo significa “giorno”, in inglese “morire” e in tedesco è l’articolo determinativo femminile. Una storia, un racconto, potremmo definirlo a tutti gli effetti un concept ma personalmente sarebbe limitativo, carico di significati e sensazioni intense, mescolati tra respiri e movimenti, parole e immagini in uno scenario livido e drammatico.
DIE narra la storia di un uomo in mezzo al mare e la sua paura di morire. Ma racconta anche la storia di una donna a riva con gli occhi rivolti al cielo carico di burrasca e la paura di non riabbracciare il compagno. Pochi secondi irradiati in 38 minuti, in una tensione estrema dei loro pensieri che si cercano e si intersecano.
Questa narrazione in sei parti costituisce il disco. Aprono e chiudono questo cerchio su due facciate, due brani corali (Tanca e Mandria) al cui centro si trovano quattro canzoni che si sviluppano dalle due prospettive (Stormi, Buio, Carne, Passaggio).
La sensazione di trovarsi al limite, sull’orlo di qualcosa che sta per accadere è presente lungo tutti gli episodi. I testi nel loro significare e nei loro forma, forza e ritmo sono tutt’uno con elementi di una musica poliforme in cui si cercano e si alternano prog, folk, elettronica, etnica, kraut, psichedelia, ambient e un certo pop orchestrale e obliquo attraverso canti a tenore sardo, filicorno baritono, tromba, trombone, sax baritono, chitarra sarda preparata, sampling, la voce di Incani.
La ricchezza di questo disco è così anche nel modo in cui tutto ciò viene raccontato tra allitterazioni e assonanze. È quindi impossibile scindere i due linguaggi e così andiamo incontro ad una interpretazione stimolante e piena di suggestioni.
La ripetizione, il flusso di coscienza, la ciclicità sono temi che ricorrono con insistenza nell’arco di tutto il disco, in ogni brano “il canto che muore / e ritornerà / per finire su un campo steso al sole” (Tanca).
“E con la morte nel cuore correrò per tornare / dove il giorno rivive sul profilo degli alberi” (Stormi).
“Ero io, / Nel solco ancora scorrerà / sete che divora i sorsi” (Buio).
“Ogni giorno si sveglia e muore, /ogni giorno si sveglia e cade” (Carne).
“Sui campi stesi / e muore ancora il giorno senza te” (Paesaggio).
“Oggi bagnata dalle rive / fame ritornerà” (Mandria).
La sensazione immediata di smarrimento nella meraviglia, poi di coinvolgimento e la successiva scelta di abbandonarsi nell’ascolto è stata, per chi scrive, estremamente appagante. Entrare completamente in questa storia, necessario.
Così Tanca si apre con percussioni strisciate e la voce tenore che è un basso, per prodursi in una marcia in cui i versi di Incani si alzano, raddoppiano si sdoppiano e conducono. Tamburi e synth sono come un mare che ci accoglie e ci perde.
Stormi è il sereno dopo che è stato nuvole. È l’episodio più pop, ha il ritmo e certi echi 60’s, i fiati aperti su armonie che descrivono il ritorno.
L’arpeggio su cui si arrampicano tromba e tenore, poi si scopre una voce femminile e un sampling etereo, archi e rimandi ad un certo prog non autoreferenziale, un viaggio sospeso e sommerso, sono la soffice psichedelia di Buio.
Carne è clapping e synth, irruenza e declamazione, accorata e lisergica, groove e ancora rimandi a certi anni ‘60, fiati che riempiono e trasportano.
Il brano più breve (poco più di 2 minuti quando gli altri vanno da un minimo di 4 a 10), Paesaggio, parte come un liquido racconto minimale per poi salire in un crescendo di fiati che si sfoga fondendosi nel principio della conclusiva Mandria. La struttura elettronica lo rende il più uniforme tra tutte le composizioni, sequenze e bassi lo connotano in maniera marcata.
Si evolve in maniera organica, raccogliendo tutte le suggestioni che nel corso del disco si sono rivelate, destrutturate e ricomposte con armonia.
Proprio come qualcosa di concreto e vivo, si muove e si afferma nella sua narrazione ritmica. La conclusione non suona come un epilogo, perché in fondo, davvero, non ci importa.
Perché in Die non c’è un’unica storia, un solo destino ineluttabile. La trama si carica fino a implodere e diventa superfluo cercarne una soluzione. Perché che l’uomo torni o meno, vivo o morto, la donna tornerà ogni giorno a riva, come il sole, sotto il sole.
Al temine del disco ci si sente come travolti, attraversati. Die è uno dei dischi più belli e importanti degli ultimi vent’anni, ma non solo. È un lavoro che ha nella sua scrittura, registrazione ed esecuzione così legate al territorio, così connotate, una meravigliosa internazionalità espressiva.
Io ci ho sentito affinità con il Battisti di Anima Latina, con certi Flaming Lips, Animal Collective e Caribou. Ripeto, affinità e non derivazioni.
Iosonouncane parte dall’analogico per poi filtrarlo, distorcerlo, esaltarlo, mutarlo, riprenderlo per esaltarne la concretezza.
È un album che certamente ha nei testi uno strumento centrale, ma che vive di un’identità così forte nella sua ricchezza da poter essere amato anche da chi non conosce la nostra lingua. Perché in questo caso l’idioma non è un limite, ma in quanto parte integrante del tutto, aldilà del significato arriva lontano,oltre certi confini geografici.

Giovanni Papalato

 

Grammatura, qualità, provenienza, perché? Perché se un vinile pesa 180 grammi, ha una resa migliore ed è più longevo. Perché la qualità dell’incisione è direttamente proporzionale alla sua resa. Perché sapere da dove viene, quando è stato stampato e da chi ci danno informazioni importanti per avere un’idea esatta della sua identità. Proprio come la carne che scegliamo

 

Didascalia: Giovanni Papalato; photo © Lucio Pellacani.

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