Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 5, 2019

Rubrica: Attualità
Articolo di Manicardi N.
(Articolo di pagina 30)

Fast food: è ora di cambiare per salvare il pianeta!

Ottanta fra i più grandi investitori del mondo hanno scritto alle sei principali catene di fast food per chiedere rapidi cambi nell’alimentazione degli Stati Uniti e dei Paesi più ricchi al fine di ridurre l’impatto ambientale e climatico. Viene chiesto, nello specifico, il passaggio alla carne coltivata, come sta provando a fare Israele. L’iniziativa ha il patrocinio delle Fondazioni per la Sostenibilità CERES e FAIRR Initiative

Le fondazioni per la sosteni­bilità CERES e FAIRR Initiative, nei giorni scorsi, hanno decisamente preso posizione riguardo al problema ambientale e climatico, evidenziato ormai in tutta la sua drammatica urgenza dall’intero mondo scientifico, e l’hanno fatto sollecitando direttamente il potere economico e commerciale. Le due fondazioni hanno infatti patrocinato un’iniziativa senza precedenti, voluta e sostenuta da 80 tra i principali investitori del mondo che, nel loro insieme, gestiscono un patrimonio di ben 6,5 trilioni di dollari. Tale iniziativa è consistita nello scrivere alle sei principali catene di fast food, che distribuiscono pasti in oltre 120.000 ristoranti in ogni parte del pianeta, chiedendo loro un impegno per mettere in campo azioni concrete, risolutive e, soprattutto, nel più breve tempo possibile. Domino’s Pizza, McDonald’s, Restaurant Brands International (che gestisce Burger King), Chipotle Mexican Grill, Wendy’s Co e Yum! Brands (che possiede Pizza Hut e KFC): sono queste le sei catene destinatarie dell’appello. I cambiamenti che si auspicano riguardano l’alimentazione americana e, per estensione, quella dei Paesi più ricchi. Secondo CERES e FAIRR Initiative (autrice quest’ultima di un rapporto molto documentato appena pubblicato), uno dei principali settori industriali a livello globale responsabile del riscaldamento terrestre è quello della produzione della carne che, nonostante ciò, non ha finora assunto alcun impegno consistente per modificare la situazione. Sempre secondo il sopracitato rapporto di FAIRR, se non si avranno cambiamenti molto significativi e molto rapidi nella dieta globale, entro il 2050 il 70% delle emissioni di gas serra sarà riconducibile agli allevamenti e alle monocolture necessarie per ottenere abbastanza mangimi. Tradotto in CO2, ciò significa che ci saranno 11 giga-tonnellate di differenza tra la realtà e gli obiettivi individuati per contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi. Analogamente, se si continuerà così, un decimo dell’acqua della Terra sarà usata per produrre carne e latte. Il documento evidenzia in particolare 4 punti:

  1. pretendere che chi fornisce carne, latte e derivati sia attivamente impegnato nella riduzione delle emissioni di gas serra e nel consumo di acqua associata agli allevamenti;
  2. rendere pubblici gli obiettivi inerenti la riduzione di emissioni e consumo di acqua con definizioni numeriche e temporali molto chiare (escludendo impegni generici);
  3. impegnarsi a rendere conto ogni anno dei progressi ottenuti;
  4. compiere analisi di scenario in linea con le raccomandazioni della Task Force on Climate-related Financial Disclosure (Tcfd), volte a evitare il più possibile i conflitti di interesse e a rendere trasparenti le iniziative prese per combattere il riscaldamento globale.

La mancanza di impegno da parte del settore della produzione della carne nell’affrontare il problema dell’impatto ambientale e climatico, da esso stesso in gran parte provocato, è stato esplicitamente stigmatizzato da Brooke Barton, direttrice di CERES, che ha rimarcato come invece si stiano muovendo in tale ottica positiva le aziende di produzione di energia elettrica. L’atteggiamento di disinteresse non è più accettabile e deve cambiare subito, ha sottolineato la Barton. Anche i grandi investitori si rendono ormai conto che il processo di cambiamento è inevitabile e si stanno muovendo in questa direzione finanziando progetti sulla produzione di carne coltivata e dei sostituti vegetali della carne animale. In un articolo al riguardo, recentemente pubblicato dalla rivista Nature, Elie Dolgin, che ne è l’editor, fa il punto proprio sul denaro investito e su quanto e cosa manca perché la carne coltivata arrivi al supermercato. Decine di milioni di dollari, scrive Dolgin, negli ultimi due anni sono giunti da in­vestitori di grande impor­tanza, quale ad esempio Bill Gates, ma i destinatari sono stati per lo più start up o aziende private, e non la ricerca pubblica che, proprio per mancanza di mezzi finanziari, stenta a trovare e proporre soluzioni, specialmente se destinate al pubblico di massa. D’altra parte, i finanziamenti sono indispensabili perché ancora molto resta da fare, per esempio sulle cellule da cui partire per far crescere la carne, sui mezzi di coltura e sui biomateriali (bioscaffold) da usare come supporto per avere tessuti veri e propri e non soltanto strati di cellule. In ogni caso, i costi della carne coltivata stanno drasticamente calando: dai 500 dollari iniziali di un hamburger si è passati adesso ai 50. Sono sempre però ancora troppi, anche se in costante discesa rispetto a quando, nel 2013, venne presentato al mondo il primo hamburger. L’eventualità è che i produttori, non riuscendo ad abbassarli ulteriormente, abbandonino la ricerca e si rivolgano verso il più facile e redditizio mercato dei sostituti vegetali dall’apparenza di carne e dal gusto reso simile grazie all’apporto di specifici aromi. Per la carne coltivata, la situazione migliore, a livello pubblico, è, a quanto pare, in Israele. La Israel Innovation Authority, che finanzia e coordina le start up, ha infatti appena finanziato la Aleph Farms, lanciata da Shulamit Levenberg, bioingegnere del Technion-Israel Institute of Technology di Haifa, decidendo di investire quasi 30 milioni di dollari per creare nei prossimi otto anni un incubatore dedicato, simile a quello esistente in California (IndieBio) che ha permesso il nascere di quasi tutte le aziende americane più attive nel settore. Altro progetto pubblico degno di nota è quello del Good Food Institute (GFI) di Washington, istituzione no profit che ha appena annunciato che metterà a disposizione 3 milioni di dollari per il suo primo programma di ricerca (il più generoso mai  lanciato) finanziando 14 progetti, di cui 6 di gruppi che lavorano sulla carne coltivata e 8 di altri che si concentrano sui sostituti vegetali. Ma il problema, come abbiamo appena evidenziato, rimangono i costi per cui, perfino in Olanda, che fu la patria del primo hamburger in vitro, l’attenzione si è spostata sui sostituti vegetali, mentre, sempre negli Stati Uniti, il National Institutes of Health destina fondi per la carne coltivata, ma quasi esclusivamente per studi dedicati agli aspetti medici, come i trapianti. Volenti o nolenti, il problema dell’impatto climatico-ambientale va non soltanto posto, ma anche risolto. Bisogna stringere i tempi, però. E di tempo ne è rimasto assai poco.
Nunzia Manicardi

 

Didascalia: secondo il rapporto della fondazione FAIRR, se non si avranno cambiamenti molto significativi e molto rapidi nella dieta globale, entro il 2050 il 70% delle emissioni di gas serra sarà riconducibile agli allevamenti e alle monocolture necessarie per ottenere abbastanza mangimi (photo © barameefotolia – stock.adobe.com).

Photogallery

Eurocarni
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Eurocarni:
Euro Annuario Carne
La banca dati Europea del mercato delle carni sempre aggiornata, utile strumento di lavoro per gli operatori del settore lavorazione, commercio e distribuzione carni.