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Eurocarni nr. 5, 2019

Rubrica: Interviste
Articolo di Mossini A.
(Articolo di pagina 90)

Ambientalisti vs allevamenti intensivi, duello mai risolto

Una petizione di Greenpeace chiede alla UE di rivedere i criteri di erogazione dei fondi comunitari destinati alla zootecnia. Un rapporto commissionato dall’associazione ambientalista al fondatore di FarmSubsidy.org afferma che il 71% dell’intera superficie agricola comunitaria riguarda l’alimentazione animale e solo il 19% è destinato a prodotti per l’alimentazione umana

Il titolo era ad effetto: “I fondi europei? Se li mangiano i maiali” e la pubblicazione del relativo articolo è apparsa sul Corriere della Sera di qualche tempo fa (a lato lo screenshot della pagina del quotidiano on-line con l’articolo citato, © www.corriere.it). A dare la stura all’ennesimo dibattito sugli allevamenti intensivi, o meglio sugli effetti “negativi” che essi provocano nei confronti dell’uomo come degli animali, ma anche dell’ambiente e dell’economia europea, questa volta è stata Greenpeace. L’articolo, firmato da Alessandro Sala, fa anche riferimento a un rapporto che l’associazione ambientalista ha commissionato a Nils Mulvad, data specialist e fondatore del sito FarmSubsidy.org contenente una petizione internazionale in cui viene chiesto a Bruxelles di rivedere i criteri adottati per l’erogazione dei fondi comunitari a vantaggio, a suo giudizio, di un’agricoltura sostenibile, visto che il 71% della superficie agricola comunitaria sarebbe destinata alla produzione di colture per l’alimentazione animale e solo il 19% per quella umana. Riduzione dei finanziamenti pubblici destinati all’agricoltura, antibioticoresistenza, invito ai consumatori verso una dieta più “vegana” e indice puntato sull’inquinamento prodotto dagli allevamenti: in buona sostanza Greenpeace chiede a Bruxelles di “avviare politiche che inducano gli allevatori a produrre meno e meglio e il settore agricolo a produrre più frutta e verdura, stabilendo severi criteri sul numero di capi allevati e, a cascata, sull’inquinamento prodotto, determinando di conseguenza l’entità di finanziamenti pubblici erogati”. Qualcuno potrebbe dire “nulla di nuovo sotto il sole”, visto che periodicamente gli allevamenti intensivi vengono accusati delle peggiori nefandezze soprattutto a carico degli animali allevati, dimenticando invece che la stragrande maggioranza delle aziende zootecniche italiane vanta una gestione e un sistema di controlli di alto livello sotto tutti i punti di vista: dal benessere animale all’innovazione tecnologica, dalla sostenibilità ambientale alla salubrità degli alimenti prodotti. A questo proposito abbiamo rivolto alcune domande al dottor Giancarlo Belluzzi, medico veterinario, consulente internazionale in materia di sicurezza alimentare e servizi veterinari.

Dottor Belluzzi, lei ha letto l’articolo di cui stiamo parlando. Non crede che sul termine “sostenibilità” si stia facendo troppa confusione?
«Penso che l’autore fornisca dati reali ma grezzi, che portano a una veloce valutazione forse un po’ faziosa, esponendo poi considerazioni con un marcato sapore ideologico».

Secondo le sue fonti scientifiche, corrisponde al vero che il 71% di tutta la superficie agricola UE sia destinata all’alimentazione del bestiame e solo il 19% sia invece destinato a prodotti destinati all’alimentazione umana?
«Anche in questo caso vale la risposta precedente: da un dato tal quale si trae una conclusione su­perficiale. Per di più l’autore consi­dera grossolanamente la superficie agricola sentenziandone una parte (solo il 19%) destinata all’alimentazione umana. Peccato che trascuri il fatto che il fieno o i cereali impiegati a produrre i mangimi, che derivano dall’altro 71%, vengano destinati anch’essi all’alimentazione umana attraverso la media­zio­ne dell’animale che produce carne e latte».

Greenpeace afferma che gli allevamenti intensivi sono considerati tra i principali responsabili dell’antibioticoresistenza. Come risponde a questa affermazione?
«Ennesima forzatura di un problema reale, effettuata attraverso una semplificazione disarmante. Le cause dell’antibioticoresistenza sono molteplici e sarebbe troppo lungo, e quasi impossibile, trattare l’argomento in una semplice risposta a una domanda che presupporrebbe numerose risposte. Non si nega che in veterinaria si utilizzano antibiotici, così come avviene in medicina umana: i germi di infezione intraospedaliera, ad esempio, mostrano spesso una resistenza ai trattamenti e questo fenomeno è un’evidenza che ricorre sempre più spesso. Non si nega neppure che, in entrambi i casi, talvolta vengono impiegati “scorrettamente”, sia dall’allevatore che dal paziente ammalato. Chi non ha mai interrotto una terapia prima dei fatidici 5-6 giorni scagli la prima pietra; chi non li ha mai utilizzati senza una preventiva diagnosi mirata altrettanto; e via di questo passo si potrebbero elencare molte altre cause.  Fortunatamente la sensibilità sta aumentando e oggi l’utilizzo di antibiotici, in entrambi i campi, avviene in maniera sempre più mirata, cercando di utilizzarli di meno (e le statistiche di tutto il mondo stanno effettuando un monitoraggio costante) e adottando una selettività severa. Non dimentichiamo, però, che con gli antibiotici abbiamo sconfitto quasi del tutto molte malattie letali, come la Tbc, le meningiti e diverse altre infezioni dell’uomo e/o degli animali: a proposito di questi ultimi, abbiamo debellato intere aree continentali dalla brucellosi, dalla salmonella o da altri batteri zoonotici. E non dimentichiamo anche che, con il loro utilizzo, abbiamo rifornito con cibo buono e sano le tavole dei consumatori, assicurando proteine essenziali alla crescita di bambini, giovani e adulti ben nutriti che hanno goduto di un’aspettativa di vita più lunga e sana».

Dati scientifici alla mano: è vero che gli allevamenti intensivi devono essere considerati tra i principali responsabili dell’antibioticoresistenza?
«Anche questa è un’affermazione forzata. Sinteticamente, gli allevamenti intensivi esistono per dare una risposta efficace alla domanda di derrate, soprattutto proteiche, di  elevata energia biodiversificata agli onnivori, come siamo noi umani. Popolazioni emergenti ad elevato impatto sul pianeta, come quella asiatica e/o africana, pretendono di alimentarsi come le popolazioni occidentali. Detto ciò, bisogna anche dire che, oggi, l’allevatore ha una sensibilità diversa: usa il farmaco in maniera mirata, dopo una diagnosi precisa e quasi sempre con un antibiogramma indirizzato sul microrganismo infettivo (scelta della molecola farmacologica indirizzata alla sensibilità del germe in questione). Infine, in Europa, l’Autorità competente emette già Linee guida severe sulle terapie ed esegue controlli altrettanto rigorosi e frequenti sulle razioni alimentari, sui mangimi o su carni e latte che escono dalle aziende. I dati sono disponibili per chiunque e le non conformità hanno valori da prefisso telefonico».

La richiesta dei Paesi emergenti va verso una sempre maggiore quota di alimenti proteici; gli ambientalisti, invece, vogliono invertire la rotta e dirigersi verso lo smantellamento degli allevamenti intensivi: come giudica questa asimmetria?
«Parere personale: la considero sbagliata e in controtendenza rispetto alle popolazioni di questi Paesi. Posizioni così esagerate minano la crescita e anche la salute di ampie fasce di popolazione; per di più con ricadute sul lungo periodo difficili da rimarginare. Il dato di fatto è incontestabile: l’aumento dell’aspettativa di vita della popolazione non è frutto del caso, ma di un’alimentazione attenta, sempre più calibrata che ci ha portato a una media che supera gli 80 anni».

Lei conosce i meccanismi delle sedi istituzionali come EFSA, Ministero, Commissione UE. Come pensa dovrebbe muoversi l’Europa per contrastare queste campagne che danneggiano il settore primario quasi al pari degli effetti provocati dai cambiamenti climatici?
«La risposta è complessa, perché deve combattere una miscela di elementi fuorvianti che vanno dal fanatismo ideologico  alla diffidenza istituzionale, fino all’azione di contrasto politico degli uni contro gli altri. Le campagne messe in atto contro le politiche agrozootecniche della UE sono alimentate da interessi difficili da individuare esattamente, per cui la risposta è di difficile focalizzazione. Tuttavia, penso a due strumenti tra i più efficaci: il dato scientifico e la sua trasparenza. I dati oggi vengono sistematicamente raccolti da diversi soggetti, istituzionali e professionali: lo sforzo che si sta facendo, a tutti i livelli, è quello di aggregarli (sistematizzarli) per renderli disponibili. Da alcuni anni ne sono stati raccolti moltissimi; giacciono  disseminati nei meandri delle istituzioni o presso differenti soggetti professionali. Il lavoro che si è iniziato a fare è quello di renderli facilmente consultabili. Non è un lavoro semplice perché, oltre al tecnicismo, si deve lottare contro le gelosie dei portatori di interesse che ne vantano la proprietà. Per questo la trasparenza (il passo successivo al precedente) deve essere la strategia di contrasto a qualsiasi estremismo ideologico o, peggio, alle fake news».
Anna Mossini

 

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Si è tenuto lo scorso 29 marzo a Milano l’incontro dei vertici di Confagricoltura del settore suinicolo per analizzare l’attuale situazione di mercato, le carenze strutturali del settore e valutare le azioni sindacali da porre in essere per il futuro della suinicoltura nazionale. Pur ravvisando un timido miglioramento nei listini dei prezzi nelle ultime due settimane dalla data dell’incontro, appare comunque netto il divario tra la situazione di mercato dei principali Paesi europei e quella nazionale, che di certo avrebbe dovuto segnare aumenti più significativi. Le cause della difficoltà del mercato nazionale sono state principalmente individuate nell’insufficiente valorizzazione e gestione delle produzioni Dop, nella mancanza di informazioni in etichetta, utili per una scelta consapevole del consumatore e nella scarsa o poco mirata promozione a livello nazionale ed internazionale dei prodotti Dop. «Serve una maggiore valorizzazione del prodotto nazionale attraverso i Consorzi di tutela, in cui la parte allevatoriale deve avere maggior peso sulle scelte relative alla programmazione della produzione e alla promozione del prodotto sul mercato nazionale ed internazionale» afferma Claudio Canali, presidente della Federazione nazionale di prodotto allevamenti suini di Confagricoltura. Confagricoltura ritiene, inoltre, che sia necessario arrivare ad una etichettatura più definita dei prodotti trasformati per stimolare il consumatore nell’acquisto delle produzioni agricole nazionali. L’Italia aumenta la propria quota di export, ma parimenti cresce l’importazione di materia prima di carne E ciò rischia fortemente di penalizzare il comparto agricolo; motivo per cui la trasparenza sull’origine della materia prima diventa una condizione essenziale. Questi ed altri temi discussi e azioni concordate da intraprendere nel prossimo futuro saranno oggetto di interlocuzione e richieste al mondo politico e alla filiera del settore suinicolo (fonte: Area Comunicazione Confagricoltura).

>> Link: www.confagricoltura.it

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