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Eurocarni nr. 4, 2019

Rubrica: Meat blogger
Articolo di Laganga A.
(Articolo di pagina 80)

Pasqua di passione… per il butcher

Solo rimanendo uniti si vince!

La Pasqua si avvicina e, come ogni anno, il macellaio si trova di fronte al solito dilemma: quanti agnelli venderemo? È sempre più difficile stimare il commercio di carne ovina durante il periodo pasquale. Perché, si sa, la carne d’agnello detiene il posto d’onore sulla tavola degli Italiani nei giorni di questa ricorrenza e, chi più chi meno, anche solo per abitudine, non resiste alla tentazione di aggiungerne un pezzetto al classico arrosto misto.
Quella dell’agnello pasquale è una tradizione che affonda le radici nelle origini stesse della cristianità: simbolo per eccellenza della religione cristiana, l’agnello rappresenta Gesù Cristo, sacrificio e salvezza. Dietro a questa allegoria si cela l’intreccio tra le due più antiche religioni monoteiste, Cristianesimo e Ebraismo. Da una parte, quindi, abbiamo un importante collegamento nella tradizione religiosa a sostegno del consumo d’agnello, mentre, dall’altra, notiamo una tendenza di mercato contrastante. Non possiamo restare indif­fe­renti di fronte a dati statistici che segnalano la vendita di carne ovina come in netto calo. Dal 2002, quando si macellavano quasi 734.000 agnelli, la cifra più alta tra tutte le tipologie di bestiame a carni rosse (secondi in classifica i vitelloni maschi e manzi con 173.000 capi), si è passati nel 2017 a 380.000: una diminuzione dei consumi quasi della metà, che in soli quindici anni ha messo in crisi il mondo della pastorizia e non solo! L’anno scorso, secondo il Codacons, si è registrato un ulteriore calo netto del 10% sull’acquisto d’agnello nel periodo pasquale da parte degli Italiani, sostituito da pollame e suino. Questi sono dati che fanno male a tutta la filiera animale, partendo dagli allevatori ai produttori di mangimi, fino a chi la carne la lavora e la vende.
Sicuramente un mea culpa di fronte a questi numeri dovremmo proprio farlo. Una situazione difficile, mai presa sul serio da chi di dovere.
Le categorie sono rimaste inermi di fronte a chi, invece, non è mai stato fermo, raccontando la propria filosofia di pensiero del NO lamb con campagne di sensibilizzazione negative nei confronti della nostra categoria, dissuadendo i consumatori dall’acquisto di questa “carne”. Cause animaliste accolte da politici e persone dello spettacolo fino ad atti vandalici a discapito di lavoratori comuni e onesti, con l’unico difetto di vederla in maniera differente.
La categoria dei butchers, ultimo anello di congiunzione della filiera prima che la carne arrivi in tavola, non è mai riuscita ad unire la propria voce. Un urlo di rabbia soffocato da Nord a Sud a sostegno della tradizione e della corretta alimentazione dovrebbe invece sollevarsi spontaneo. È arrivato il momento di cominciare: dobbiamo prendere coscienza del nostro ruolo di “attori protagonisti” nella cultura alimentare, ricca di sane tradizioni di benessere da tutelare per il bene e il sostentamento dell’equilibrio economico e sociale. Come fare? Per prima cosa trasmettere una voce unita di disagio ai nostri politici. Come categoria importante e presente su tutto il territorio, abbiamo il diritto di poter essere rappresentati e tutelati in quei tavoli dove si decidono le sorti del mondo. Naturalmente, tutto ciò attraverso la nostra rappresentanza di categoria, che ha il compito di manifestare i nostri disagi e tutelarci. Se poi amiamo davvero la nostra professione, e non abbiamo voglia di aspettare inermi sulla soglia del negozio che le istituzioni e la burocrazia facciano il proprio corso, affinché qualcuno difenda per noi le nostre tradizioni, dovremmo pensarci noi, in prima persona, col nostro “fare” quotidiano. Abbiamo la fortuna di poter parlare ogni giorno con persone differenti, che per di più ci stimano accordandoci la loro fiducia. Un pubblico certamente sensibile agli attacchi mediatici che fanno leva sulla sensibilità e la tenerezza.
Chi meglio di un macellaio dal proprio banco carni è in grado di comunicare efficacemente la normalità nell’acquistare e cucinare l’agnello? Prendetelo come un impegno ma, soprattutto, fatelo con onestà ed intelletto. Senza ricorrere ad azioni kamikaze alla Cruciani che, se vi ricordate, nel 2017 si presentò in radio/web con una testa d’agnello mozzata. Noi non siamo così brutali e non vogliamo passare da qualunquisti che provocano per perseguire un fine personale. Per noi è qualcosa di più: è passione per quello che ogni giorno con tanta solerzia portiamo avanti. Coinvolgiamo medici, esperti nell’alimentazione che spieghino dal punto scientifico gli aspetti positivi del consumare carne d’agnello e di tutto ciò che dovrebbe far parte della nostra dieta nel corso dell’anno, non solo a Pasqua. Potremmo sorprenderci a sapere ad esempio come la carne di agnello sia una valida alternativa alle altre carni bianche, come pollo o tacchino, ideale per lo svezzamento dei neonati, per gli sportivi e per chi segue una dieta ipocalorica. Ripartiamo da qui e riprendiamoci quello che fino ad oggi ci è stato tolto. La nostra controffensiva finora è stata fatta solo di silenzio. Iniziamo a far sentire la nostra voce: solo uniti si vince!
Andrea Laganga

 

Didascalia: arrosto, in umido, al forno o fritto, ma agnello deve essere: a Pasqua per tradizione la portata principale del pranzo domenicale ha come protagonista questa carne molto saporita e succulenta che si adatta a tantissime preparazioni.

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