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Eurocarni nr. 4, 2019

Rubrica: La pagina scientifica
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 126)

Peste suina africana: le possibili ricadute sulla filiera

La malattia potrebbe avere un impatto rilevantissimo sui commerci mondiali. Per questo bisogna muoversi d’anticipo, giocando su ricerca, innovazione e comunicazione

Alla giornata di corso “Peste suina africana: aggiornamenti sulla malattia, misure di prevenzione e possibili conseguenze sulla filiera del comparto suinicolo” (Fico, Bologna 10 gennaio) hanno partecipato anche rappresentanti del settore produttivo, compreso il direttore di Ass.i.ca., l’Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi aderente a Confindustria, Davide Calderone, il quale ha snocciolato alcuni dati economici e produttivi.

Lo scenario mondiale
La domanda di carne suina è in crescita a livello globale, soprattutto in Asia e Sud America. Il maggior produttore è la Cina, che produce il doppio delle tonnellate di carne dell’intera UE e il quintuplo di quelle degli USA. Insieme, questi tre attori — Cina, UE e USA — coprono l’80% della produzione mondiale. «La PSA è però un’incognita che pesa molto sulle prospettive di mercato e va ad aggiungersi alle tensioni commerciali già presenti sullo scenario mondiale» ha detto Davide Calderone. La Cina infatti è anche il primo consumatore di carne suina del globo ed è un forte importatore, mentre non effettua export. È la UE, invece, ad essere un grande esportatore, perché produce in eccedenza rispetto ai consumi interni. Per l’Unione Europea la Cina costituisce più del 35% del mercato dell’export, seguita da altri Paesi soprattutto di area asiatica come il Giappone (11%), Hong Kong (10%), la Corea del Sud (7,2%), le Filippine, che si aggirano sul 6,5%, e — unico Paese di un’altra area geografica — gli USA con il 4%. Con l’eventuale ingresso della peste suina africana nelle zone ad alto export della UE, la Cina sarebbe costretta a chiudere le frontiere ai nostri prodotti e Canada, Brasile e USA potrebbero approfittare dell’apertura di questo nuovo immenso mercato. «Un rischio che, se si verificasse, comporterebbe un danno enorme e molto duraturo nel tempo».

UE forte esportatrice
L’export della UE nel suo complesso è in crescita da molti anni. La sola Germania produce il 23,3% delle carni suine, seguita da altri Paesi che coprono il 21,3% del settore, la Spagna (in forte riduzione) che si attesta al 18,4%, la Francia al 9,3%, la Polonia all’8,5%, la Danimarca al 6,5%, l’Italia al 6,3% e i Paesi Bassi al 6,2%. La PSA sta ora imperversando in Romania: questo è sicuramente un fattore di alto rischio per il nostro Paese — come abbiamo visto negli articoli precedenti —, ma, secondo Calderone, non è rilevante a livello internazionale, in quanto la produzione della Romania è destinata all’autoconsumo e al consumo interno. «Ben diverso sarebbe se il virus raggiungesse i Paesi forti esportatori, come la Germania, appunto». In questo caso, al blocco commerciale imposto dalla Cina e dagli altri Stati extraeuropei importatori conseguirebbe un esagerato innalzamento dell’offerta di carne suina all’interno del mercato della UE, con grave danno per i produttori. Già oggi l’Italia importa il 40% delle carni suine, sia per la vendita come fresche sia per la lavorazione.

L’Italia nei mercati extraeuropei
Continuiamo ora a parlare del nostro Paese: nel 2017 sono stati macellati più di 11 milioni di capi: un dato stabile, con un aumento del peso totale ottenuto in crescita del +0,3%, una produzione di salumi che segna un +1,3%. Il tutto è pari ad un valore economico di 7,977 miliardi di euro. Sempre nel 2017 l’export dei salumi italiani ha segnato il +3,3%, con una crescita in termini economici del 6,9%. L’Italia detiene di gran lunga il primato mondiale su questo settore ed esporta verso gli altri Paesi UE l’81% della produzione e il rimanente 19% verso i Paesi extra europei. Le ripercussioni dell’ingresso della peste suina nello scenario si manifesterebbero in quel 19%. «Esportare verso i Paesi terzi è un grande sforzo per lo stabilimento, per i servizi veterinari della Sanità pubblica territoriale, per lo Stato che costruisce la rete commerciale» ha spiegato Calderone. «Con la perdita improvvisa di un mercato tutta la fatica compiuta verrebbe vanificata: quando il mercato si riapre bisogna infatti ricominciare tutto daccapo. E nel frattempo, col nostro prodotto escluso dal Paese terzo, il mercato è stato occupato da altri fornitori e magari anche da prodotti contraffatti». Insomma, costruirsi una rete commerciale non è affatto semplice, spesso è frutto di negoziati decennali e più (vedasi il caso ventennale di Taiwan), preservarla è un obiettivo primario del comparto e dell’intero Paese. In più, alcuni Paesi riconoscono il principio di regionalizzazione, per cui valutano la regione di provenienza del prodotto all’interno del Paese, mentre altri non riconoscono questo principio e applicherebbero tout court la chiusura dei mercati a tutta la carne suina lavorata made in Italy.

Il mercato interno
L’estero è vitale per questa filiera italiana. Sebbene il mercato interno copra l’80% del giro d’affari, la posizione dei produttori è sempre precaria perché i consumatori nostrani sono volubili, poco e male informati dalla stampa, hanno una scarsa preparazione scientifica e sono molto sensibili alle crisi mediatiche, comprese quelle ingiustificate. Come anche altri in Paesi del Sud Europa, le vendite di prodotti alimentari crollano al minimo titolo scandalistico, nel Nord invece i consumatori sono più compassati. Ad esempio, il recente caso dell’influenza aviaria ha fatto crollare le vendite di carni di pollame del 70% in Italia, mentre nei Paesi del Nord Europa contemporaneamente si è registrato solo una riduzione del 10%. Calderone ha dato un’interessante spiegazione al fenomeno: certamente in Italia il sensazionalismo della stampa fa danni e l’opinione pubblica è molto influenzabile. Ma c’è un altro fattore in gioco: nei Paesi mediterranei la varietà alimentare è maggiore e la fantasia in cucina è un elemento diffuso. Quindi i consumatori italiani sono più ondivaghi perché possono permetterselo, hanno una maggiore elasticità e culturalmente possono contare su una varietà di materie prime più ampia. La cosa in sé è positiva. Un po’ meno per i produttori.

Comunicare bene
Per tutelare la filiera bisogna perciò muoversi su due fronti ben distinti: per il mercato interno bisogna riuscire a mettere in atto la giusta comunicazione, per l’estero invece è indispensabile rimanere indenni da PSA e al tempo stesso muoversi d’anticipo investendo nella ricerca. È in atto, ad esempio, una spe­rimentazione in collaborazione con l’IZS-UM sull’impatto dell’alta pressione sulle carni: il trattamento HPP che è già dimostrato essere efficace verso Lysteria e Salmonella potrebbe dare le necessarie garanzie ai Paesi importatori anche nel caso del virus della peste suina africana. E questo sarebbe davvero un buon risultato. Anche per Giuseppe Diegoli, del Servizio Regionale Prevenzione Collettiva e Sanità Pubblica dell’Emilia-Romagna, quello della comunicazione è un problema grandissimo e quindi dobbiamo subito cominciare a lavorare spiegando ai cittadini che la peste suina africana (e purtroppo il nome certo non aiuta a calmare gli animi né ad approcciare la malattia in maniera sensata) è un problema economico, che colpisce la filiera e gli animali. Non è assolutamente una zoonosi! Bisogna riuscire a raggiungere le tantissime persone che si spostano in autonomia dall’Est Europa all’Italia e che non sono consapevoli del rischio che le loro azioni e leggerezze comportano. Presto si costituirà un gruppo interdisciplinare tra Regione Emilia-Romagna e Ministero della Salute per definire i termini da comunicare e sono già pronte alcune bozze di volantini che pongono l’attenzione sul rischio per la vita di suini e cinghiali italiani. La posta in gioco è altissima.
Giulia Mauri

 

Didascalia: nel 2017 l’export dei salumi italiani ha segnato il +3,3%, con una crescita in termini economici del 6,9%. L’Italia esporta verso gli altri Paesi UE l’81% della produzione e il rimanente 19% verso i Paesi extra europei. Le ripercussioni dell’ingresso della peste suina nello scenario si manifesterebbero in quel 19% (photo © Antonio Truzzi).

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