Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 4, 2019

Rubrica: Attualità
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 26)

La guerra del Pecorino

Da settimane gli allevatori sardi sono protagonisti di una protesta spontanea e nata dal basso. Lottano per avere una giusta remunerazione del proprio lavoro. La solidarietà è tanta, come forse non si era mai vista, ma le questioni sono complesse

Un mare di latte. Nelle piazze, giù dai cavalcavia, dentro gli stessi ovili. Ne abbiamo viste a migliaia di immagini di pastori che versavano brocche intere, come fosse acqua sporca. Dalla Sardegna, quella protesta che più di qualunque altra rappresenta il malessere delle nostre campagne, si è in parte estesa, anche se non con la stessa enfasi, ad altri territori a vocazione agricola nel resto del Paese. Come non essere solidali con una categoria che conduce una vita faticosissima, in balia di fattori completamente estranei al proprio controllo e che in più non vede remunerato il lavoro e gli innumerevoli sacrifici quotidiani?
Impossibile restare inermi di fronte al grido di dolore di chi chiede di poter dignitosamente vivere dal frutto del proprio impegno quotidiano. In Sardegna, la zootecnia è alla base del tessuto produttivo, ma non solo. Rappresenta il fulcro della cultura locale, del quotidiano vivere, di un’economia in cui il mondo agropastorale condiziona ambiente, società, artigianato e molto altro ancora. La lotta dei pastori sardi è la lotta di ognuno e piomba come un macigno in un contesto sociale già provato per più ragioni. Non è un caso se il mondo zootecnico isolano — complici internet e soprattutto i social network — abbia, in pochissimo tempo, raccolto il consenso unanime e trasversale di gente comune, istituzioni, addetti ai lavori, commercianti, scuole, ristoratori. E persino di molte insegne della Grande Distribuzione Organizzata. I pastori sardi sono artefici di una protesta partita dal basso, in maniera spontanea e per la prima volta lontana da organizzazioni e sindacati di categoria. Una ribellione dovuta al fatto che il prezzo del latte ovino, già basso, a gennaio del 2019 ha toccato i 60 centesimi a litro. Una cifra irrisoria, se si considera che il costo di produzione è stato da più parti considerato non inferiore a 70 centesimi. Corre tuttavia l’obbligo di raccontare di questa vicenda tutti gli aspetti, compresi quelli che hanno generato una condizione affatto nuova. Una condizione che, al contrario di quanto si immagini, si perpetua da decenni e solo oggi ha dato vita ad una protesta così eclatante.

Una protesta che viene da lontano
Il prezzo del latte ovino in Sardegna è fortemente legato alla produzione di pecorini, tre dei quali a denominazione. Da uno in particolare: il Pecorino Romano Dop, che trova prevalentemente negli Stati Uniti d’America, come formaggio da grattugia, il suo sbocco principale. Potrà sembrare paradossale, ma i sardi non lo consumano, non è quasi presente nei banchi del fresco nei supermercati. Il Romano, però, non vive un buon momento. Tutt’altro. Il suo prezzo al chilo, negli ultimi 4 anni, è precipitato, dimezzandosi e passando da oltre 10 euro a 5 circa. La Fondazione Qualivita, nel suo ultimo rapporto realizzato in collaborazione con Ismea, gli attribuisce la maglia nera, sottolineando la perdita di 100 milioni di euro di valore sul venduto, in un contesto — quello delle denominazioni — dove invece tutto sembra andare a gonfie vele.
Tra i primi 15 prodotti ad indicazione geografica in Italia, infatti, il Pecorino Romano è l’unico ad aver subito una perdita del 38%, pas­sando da 251 milioni di valore del 2016 a 155 milioni nel 2017. Questo è l’elemento che, più di qualunque altro, ha inciso sull’abbassamento del prezzo del latte, perché la stragrande maggioranza del latte prodotto in Sardegna è destinato alla trasformazione in Romano.
Va da sé che quando il Romano “tira”, tutto va bene. Quando il Romano “crolla”, diventa un dramma. Negli anni scorsi abbiamo assistito anche al riconoscimento di 1,20 euro al litro. Ma quando l’offerta di formaggio diventa eccessiva, ecco che cala il prezzo del prodotto finito e, conseguentemente, precipita quello della materia prima. Questo porta le oltre 12.000 aziende ovine isolane a registrare clamorose perdite, con problemi seri per l’intera filiera e per tutto ciò che al mondo agropastorale sardo, è legato.
La stragrande maggioranza delle comunità dell’interno poggia le basi della propria economia e della propria cultura sulla produzione di latte e formaggio. Per questo i problemi dei pastori in Sardegna sono i problemi di tutta la regione.
Ma quello che, nel momento in cui scriviamo, è una tragedia ancora in atto, non è che il reiterarsi di un problema che ciclicamente si presenta. Un problema annoso che i soggetti coinvolti e le istituzioni hanno solo provato in passato ad affrontare, ma sempre senza successo. La trasformazione casearia, infatti, è affidata, per la maggior parte (il 60% circa) alle cooperative di allevatori e meno del 40% ai meri trasformatori, per lo più imprese industriali. La maggior parte di queste aziende sono altresì socie del Consorzio di tutela del Pecorino Romano Dop. È pertanto evidente che le responsabilità di un prezzo del latte così basso siano da attribuire equamente tra i vari anelli della filiera. Non si può pensare che le colpe di una simile condizione siano da ricondurre solo e soltanto alle industrie di trasformazione.
Quelle che vengono impropriamente definite “quote latte”, a indicare le quantità massime di latte che devono essere prodotte per evitare anche una sovrapproduzione di formaggio, sono puntualmente superate. In questo meccanismo, già di per sé perverso, si aggiunge il fatto che cooperative di allevatori e industriali corrono alla svendita, nel vano tentativo di salvare la propria posizione. Generando così ulteriori danni a tutto il comparto.
In molti chiamano in causa anche la Grande Distribuzione Organizzata, complice nell’abbassamento ulteriore del prezzo del prodotto finito. E, a voler essere davvero puntuali nell’analisi, non si può trascurare il ruolo del consumatore, spesso considerato secondario, ma artefice dell’andamento dei consumi. Quello stesso consumatore che — a torto o a ragione — del prodotto che acquista guarda sì a molti elementi, ma prima di tutto al prezzo.
Il problema per eccellenza della pastorizia sarda, che nel tempo si è cercato di mitigare in ambito pubblico e privato, è stato sinora quasi sempre tamponato con sussidi pubblici che integrano il prezzo a favore degli allevatori e/o dei trasformatori e col ritiro, sempre per mano pubblica, del prodotto in eccesso, in modo che il prezzo possa tornare a salire. Questo è accaduto più e più volte negli anni e anche oggi, nel momento in cui scriviamo, si sta ragionando su un’ipotesi del genere.
Intanto la protesta continua. Di questa ma­nifestazione, che si protrae ormai da qualche setti­mana e che non sappiamo quanto durerà, non resteranno però solo le impattanti immagini di adulti e bambini che buttano il latte per strada. In un mondo che non ha ancora sconfitto la fame, vedere colare negli scoli fognari quello che si può considerare l’elemento più prezioso nella nutrizione della razza umana, appare come un sacrilegio vero e proprio, che colpisce tutti e non solo i più sensibili all’abominio dello spreco alimentare.
Questa è anche la manifestazione in cui decine di autotrasportatori indipendenti e completamente autonomi rispetto alle imprese di cui trasportavano il prodotto si sono visti bloccare in strada e minacciare, in maniera del tutto insensata e ingiustificata. Molti furgoni sono stati inseguiti, bloccati, privati delle merci, perché venissero buttate.
Molti di loro, anche con carichi alimentari che, col latte, avevano poco a che vedere. In più di un’occasione gli autisti dei tir sono stati fermati da individui incappucciati e armati. Si è creato in molti momenti un problema di ordine pubblico, con anche il blocco di strade importanti per la viabilità isolana.
Nel frattempo i social impazzano di bufale tra le più incredibili: dall’ipotesi che per realizzare pecorini in Sardegna si importi latte di vacca che, grazie ad un ipotetico enzima, si “trasformi” in latte ovino, a quella che ci sia un’importazione di formaggi esteri che fa aumentare le scorte di Pecorino Romano e, conseguentemente, ne abbassa il prezzo. Dal fatto che l’Unione Europea impedisca con rigide norme ai nostri agricoltori di vendere il proprio prodotto per favorire quello extracomunitario, al divieto, sempre da parte dell’UE, per gli allevatori, di produrre il formaggio in azienda.
Una carrellata di oscenità che in un Paese civile non dovrebbe essere ammessa, perché l’informazione corretta è un bene prezioso, soprattutto quando riguarda il cibo e tutto ciò che gli ruota intorno.
Sebastiano Corona

 

Altre notizie

Primario e trasformazione: il dovere di fare finalmente pace, per amore del made in Italy

La protesta dei pastori sardi ha messo in evidenza una convinzione ormai piuttosto diffusa nell’opinione pubblica, legata alla provenienza di ciò che consumiamo. Non che la tendenza all’integralismo alimentare fosse una novità, ma forse mai come oggi si era espressa in maniera così aggressiva. C’era stato in realtà un precedente, quello del presidio Coldiretti al Brennero nel settembre del 2015. In quell’occasione molti tir provenienti dall’estero, presenti stampa e tv, vennero fermati da gruppi di agricoltori per verificare e mostrare al mondo la consistente importazione di prodotti alimentari d’Oltralpe. Un momento di forte tensione, certamente, ma niente a che vedere con i metodi usati di recente in Sardegna. Ciò che forse è passato in secondo piano, nei giorni scorsi, sono i ripetuti assalti a danno di tir e furgoni che trasportavano alimenti. Al netto delle numerose azioni criminali vere e proprie di persone incappucciate e in certi casi anche armate, che non riteniamo corretto attribuire agli allevatori, sono stati molti i blocchi di mezzi carichi di cibo proveniente da oltre Tirreno che sono stati bloccati e saccheggiati, rei di favorire la commercializzazione in Sardegna di alimenti non isolani e talvolta nemmeno nazionali. Colpiscono le immagini dei protestanti che, nella rabbia evidente, passeggiano sopra mezzene di maiale buttate sull’asfalto, solo perché di allevamenti francesi. E ancora, formaggi, salumi, yogurt, brick di latte distrutti sotto gli occhi dei presenti che incitano a svuotare i camion frigo lanciandone fuori il contenuto, rei di essere d’importazione extraregionale, appunto.
Il concetto urlato e continuamente ribadito è che non si riesce a vendere la merce locale perché ne arriva dell’altra da fuori. E presto un capro espiatorio viene identificato: se in Italia e in Sardegna abbiamo un problema di mercato non è colpa nostra, ma dei nostri concorrenti. Siano essi di un’altra regione o di un altro Stato.
L’ulteriore elemento di supporto a questa tesi, ormai sempre più diffusa, sarebbe che il cibo che proviene da fuori è di qualità scadente e trattato in condizioni igieniche discutibili. Si parte dunque da questo ulteriore concetto, che in tanti danno per scontato, sebbene scontato non lo è affatto: se non è sardo, se non è italiano, non vale e mina alla salute umana. Non è quindi solo una questione economica e territoriale, dovuta al fatto di voler contribuire a mantenere la ricchezza nel proprio territorio. C’è un diffuso preconcetto sulla superiorità del nostro cibo, rispetto a tutto il resto.
È evidente che anni di campagna denigratoria di una certa parte del comparto primario hanno avuto i loro effetti. Si tratterebbe nel complesso di una filosofia sostenibile, non fosse che è completamente slegata da logiche di altra natura e affatto trascurabili. Chi riduce la questione dell’importazione ad una mera faccenda di amor di patria dimentica che viviamo e operiamo in un mercato comune, dove la libera circolazione delle merci è uno dei concetti cardine su cui si basa tutto sistema economico europeo e non solo. E per fortuna!
Se non fosse ammessa in Italia l’importazione di prodotto estero, nemmeno noi Italiani potremmo pensare di esportare i nostri alimenti. E per un Paese che grazie all’export agroalimentare salva le sorti del suo traballante bilancio, questa non sarebbe forse una gran trovata. Se davvero ci fosse un giorno la chiusura delle frontiere per le merci ne usciremmo veramente avvantaggiati?

Saper fare versus capacità produttiva reale
Resta poi un problema tutt’altro che marginale. Piaccia o no, il nostro è un Paese in cui la trasformazione ha un peso enorme rispetto al primario. Non siamo tanto o solo buoni produttori di materie prime, non potendo comunque contare su tantissime risorse dal punto di vista agricolo. Siamo soprattutto validissimi trasformatori, anche di prodotti che poco hanno a che fare con le nostre campagne. Non si spiegherebbe altrimenti il nostro successo in alimenti che non dovrebbero far parte del nostro patrimonio alimentare come cioccolato, caffè, birra, solo per fare alcuni esempi di produzioni dove ci siamo specializzati in maniera ammirevole, pur in totale assenza di materie prime.
Vanno inoltre fatte considerazioni sulla capacità produttiva reale. Valutazioni rispetto alle quali il Paese si divide in due parti. Se il Nord ha potenzialità importanti in termini di quantità di merce prodotta e può quindi affrontare mercati esteri, pur importando in grandi quantità le materie prime, il Sud non sembra ancora del tutto pronto a certe sfide e mostra un tessuto produttivo a macchie di leopardo. Lì regna la paura di avere produzioni extraregionali negli scaffali, ma allo stesso tempo c’è da chiedersi: ci sono davvero le potenzialità per coprire gli spazi ora occupati da merce extraregionale? In un’isola come la Sardegna — per stare sul tema iniziale — dove si importano il 98% dei prodotti alimentari (basta farsi un giro nei supermercati e nelle supérette per vederlo), si può pensare che davvero con un colpo di mano tutto il prodotto non locale possa scomparire per essere sostituito da quello isolano?

La miopia dell’integralismo
Quello che vuole un consumo e un impiego di sole materie prime del territorio, oltre ad essere un concetto miope, è anche pericoloso. L’integralismo sulla provenienza del cibo, portato alle estreme conseguenze, è una chiusura che restringe sempre di più il campo, in un circolo perverso. Ci sarà infatti sempre una linea più rigida da seguire nel ragionamento. Ci sarà sempre un prodotto che più di quello impiegato meritava per vicinanza della produzione di essere acquistato. Ma il mercato non segue queste logiche. E coloro che sostengono certe teorie, pur non avendo la minima conoscenza delle esigenze produttive delle imprese, al punto da pretendere etichette lunghe come bugiardini con l’indicazione della provenienza di ogni singola sostanza impiegata, sono davvero certi che l’acquisto del prodotto locale, sia solo un problema di trasparenza? Non ci sono forse altri elementi che incidono sulla scelta d’acquisto?
Il diritto del consumatore di sapere ogni cosa di ciò che acquista e mangia è sacrosanto, sia chiaro. Ma siamo certi che una volta svelato ogni dubbio i problemi del nostro mondo agricolo saranno risolti?

Una battaglia che va combattuta con la competizione sull’eccellenza
In questo contesto, a leggere i commenti sui social, sentire i pareri dei non addetti ai lavori, si comprende quanto l’opinione pubblica sia spesso staccata dalla realtà. E questo Paese che solo grazie alla manifattura è stato e tuttora rimane uno dei più importanti delle economie occidentali, sembra odiare l’industria e la ricchezza che può generare. Ogni giorno in Italia qualcuno si sveglia e inizia a buttare fango sul mondo produttivo nel tentativo di esasperare una già dannosissima contrapposizione tra primario e trasformazione. Ogni giorno qualcuno muove accuse che alla fine dei giochi non fanno che colpire al cuore l’agroalimentare del Paese nel suo complesso, generando confusione nei consumatori. Quegli stessi consumatori che spessissimo, avulsi e ignari da qualunque logica di mercato, non sanno più in cosa credere e finiscono per acquistare proprio il prodotto sbagliato.
Eppure tutti unanimemente e a proprio modo pensano al made in Italy come una delle poche ancore di salvezza di questo Paese. Si può però pensare di raggiungere l’obiettivo con quantità minime di prodotto? La nostra forza è il saper fare, è la straordinaria capacità innata di trasformare qualunque materia prima in un prodotto di pregio. Come si può dunque credere che la battaglia del prodotto locale si possa combattere infangando tutto il resto, piuttosto che avviando una sana competizione sulla qualità, avendo sempre come riferimento l’eccellenza?
Sebastiano Corona

 

Didascalia: la protesta dei pastori sardi, con il latte gettato sulle strade. La stragrande maggioranza delle comunità dell’interno della regione poggiano le basi della propria economia e della propria cultura sulla produzione di latte e formaggio. Per questo i problemi dei pastori in Sardegna sono i problemi di tutto il territorio.

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