Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 4, 2019

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 134)

BBQ modenese

Arto, Setti

Ora tutti sappiamo che il barbecue (abbreviato BBQ) è un metodo di cottura secondo il quale il cibo, specialmente carne, è posto su una griglia sospesa su fiamma libera o carboni ardenti. Se proprio vogliamo dirla tutta, non è solo così perché con lo stesso termine ci si può riferire ai cibi cotti in questa maniera, allo strumento usato per la cottura, all’evento in sé e, quindi, alla cottura e degustazione degli alimenti cotti tramite questa tecnica. Inoltre, si può intendere anche un piatto tipico della Carolina del Sud, le costolette alla griglia.
Ecco, oltre a tutto questo Barbecue è anche un brano tratto da “Arto”, il secondo disco di Setti. Modenese, classe 1985, Nicola Setti è lontano anni luce dall’egemonia Trap e dalle repliche in serie di modelli cantautoriali uguali a se stessi, perché ha un identità precisa. La sua.
È la prima volta che in questa rubrica si parla di un artista italiano, in quanto essere credibili e validi quando ci si esprime nella nostra lingua, soprattutto in ambito musicale, non è affatto scontato.
“Arto” è un disco breve ed eterogeneo, ma allo stesso tempo di senso pieno e compiuto e non una disorganica raccolta di brani. È il suo secondo disco, a quattro anni dall’esordio sulla lunga distanza e quindi carico di aspettative e cambiamenti. In questo senso il titolo e la copertina dell’album sono ad esorcizzare certe dinamiche, con il ritratto ironicamente serioso dell’autore. La produzione di Luca Mazzieri (già “A Classic Education”, “Wolther Goes Stranger”) e il contributo di compagni di etichetta come Baseball Gregg e Smash incidono in maniera decisa sul risultato, senza andare a scapito dell’identità di Setti, arricchendo e non coprendo la sua scrittura. Una dinamica dal risultato non scontato e prezioso. Si comincia entrando letteralmente nella Stanza assieme al protagonista. Ai tempi del liceo, tra chitarre dream pop, ci si immerge nel disagio adolescenziale delle relazioni interpersonali e degli amori non corrisposti. Un flashback che si muove tra tastiere lontane ed una batteria cadenzata ad accompagnare. Ci troviamo in una condizione che l’autore padroneggia: un apparente disarmonia tra testi e musica che dapprima rimane sotto traccia e poi si rivela una volta ottenuta confidenza. E lì aderisce tra petto e cervello per rimanere. “Tra me e lui era ovvio che scegliesse lui. Infatti è così che andò”.
È un attacco della sezione ritmica e del synth che ridesta quello di Iowa. Le strofe hanno una seconda voce femminile che si inserisce nella struttura del brano donando spessore. È solo invece Setti quando nel ritornello, quasi in sospensione, canta: “Mai stato quello che tu hai amato di più va bene così, anche se tu invece sì”. Mentre il brano scema prima di fermarsi di scatto, certe parole sedimentano assieme alla suggestione sonora di certi Devo con chitarre meno acide. Da uno stato ad un altro, con Wisconsin l’autore prosegue a partire dai primi ep autoprodotti fino al disco di debutto, “Ahilui”, in cui era presente Kentucky, con un gioco che è un omaggio a Sufjan Stevens, un autore a cui è legato e che aveva iniziato il progetto di pubblicare un album dedicato ad ognuno degli Stati Uniti. Per entrambi non è dato sapere se e come procederanno nei loro intenti, ma sicuramente in questo album si concretizzano e si inseriscono in una poetica che indaga una specie di mappa intima e che allo stesso tempo interpreta gli animi di una generazione.
Anche perché Setti non è (ancora?) mai stato nei posti che danno titolo ai suoi brani, ci tiene a sottolineare. Nello specifico, il brano appartiene al suo repertorio; era comparso in uno dei primi EP e spesso veniva suonato nei live. Qui viene completamente riarrangiato, andandosi ad inserire nel contesto di “Arto” in assoluta armonia grazie ad una più definita vocazione pop, ovviamente non convenzionalmente inteso. È una canzone astratta e si muove agilmente in una dimensione distorta come se un gruppo post punk suonasse country. “Certi pranzi coi parenti sono proprio devastanti” è un verso liberatorio, intercetta una verità che è stata, sarà di tutti. In un testo di suggestioni e immaginari personali dà il senso dell’intimità che Setti riesce a creare. È in grado di donare a chi ascolta un senso di domesticità anche utilizzando luoghi e situazione lontani dall’ordinario.
È strutturalmente folk Barbecue, il duetto con Avocadoz (Valentina Gallini). Banjo e chitarra a 12 corde, un sintetico mix tra theremin e sega sanno di tradizione americana, uno xilofono emerge e pulisce prima che una elettrica bruci l’epilogo:
“Preparerò un barbecue
Che bruci tutto quel che so di te
Farò un falò
Ritorneremo
A quando ero più scemo
E tu non eri me”.

Il lato A si chiude con Woods, un brano atipico nella scrittura dell’autore perché il testo è per la prima volta lineare. È il racconto di un concerto mancato (la band è quella del titolo) a causa di un imprevisto, situazione da cui letteralmente si evade col ritornello. La batteria senza piatti, chitarre prima desertiche poi sognanti, il finale con fiati che sanno di Motown e del primo Battisti, in un gioco di rimandi in cui ognuno può trovare la sua memoria:
“Sono là sono là
Sono al concerto
Sono là sono là
Nello stesso punto in cui ti ho perso”.

Al termine di questo lato rimane a tratti la percezione salgariana di avere memoria di qualcosa, di poterlo raccontare anche senza averlo concretamente provato. Cambiare lato del disco, abbandonando in un certo senso un mood eterogeneo ma decisamente legato a certi USA musicali e culturali per ritrovarsi in Sudamerica con Bestia riesce a non essere spiazzante. È un brano scritto in terza persona, una bossa confidenziale per un testo che racconta disillusioni e confessioni fatte al protagonista. Un analista? Una persona su un treno che ascolta inconsapevole conversazioni al telefono di sconosciuti nello stesso compartimento?
“Le persone diventano tempo
Sono cose di qualche anno fa
‘se dentro ci fossi anche tu’
Mmmmh come fa?
Quella persona che sa
mi attraversa la testa”.

Simmetrico, come Iowa dopo Stanza sul primo lato, irrompe Presente, un gioiello post punk che entra senza chiedere permesso, per restare. Drum Machine, basso, chitarra elettrica, batteria, tutto si inserisce in un crescendo denso e nervoso. Perfetto, necessario. Ci sono i primi Joy Division di Digital e i nostri CCCP. C’è Setti. La sua voce ha trasporto, parte dallo stomaco passando per il cervello e un po’ trema di consapevolezza quando parte dai social per parlare di se stessi:
“Quando tu sei con me
Sei lontano da te
Non è il passato
Non è il futuro
Non ho presente
Quel che succede
Durante il giorno
E non si vede
Ci giro intorno”.

La sequenza di questo brano e la successiva Orizzonte è per chi scrive uno dei punti più intensi del disco. I suoni ambientali di una sera d’estate, la chitarra acustica e la voce di Nicola. Ti fermi, smetti quel che stai facendo, ascolti. Commuove e lascia sospesi. La bellezza tende a fare così:
“L’orizzonte non esiste
Io lo vedo, non esiste
Sono sempre molto triste
Quando te ne vai
Perché in fondo resti
Ma il peggio è che lo sai”.

Ci si desta con gli accordi iniziali di Mi Mancavi che muove nostalgie e cori. La forza di certi brani sta in melodie e parole che in pochi minuti riescono a rivelare meccanismi atavici e necessari. Anche quando si parla di persone che ci hanno fatto del male, ma ci mancano. Tra metafore ed elementi mitologici troviamo alcuni riferimenti a ciò che consapevolmente abbiamo ascoltato fino ad ora, come mappe e stanze. Un omaggio a Battiato nell’inciso, le tastiere circensi nel ritornello completano un affresco surreale ma estremamente credibile:
“La tua voce come un coro da stadio mi spaventa
Ci si accontenta
Mi mancavi
Mi lanciavi coltelli e mi mancavi
Mi mancavi”.

Sono passati solo 20 minuti dall’inizio del disco e si giunge al termine di un viaggio tanto breve quanto intenso. E lo si fa con una canzone nata in fase di missaggio, con Nicola che chiede se procedere, attacca poi si ferma e ridendo riprende stavolta deciso. L’incipit è uno scambio che disorienta e il protagonista giunto al termine del suo percorso arriva alla conclusione che vuole un cuore di legno, non prezioso e resistente in sé, ma con qualcuno tutto intorno. Un cerchio. Quello in copertina, quello del vinile che gira sul piatto, le canzoni di un album che compiono il giro offrendo così all’ascoltatore il compito di dare un senso a ciò che ascolta:
“Ci siamo detti tutto
Avete fatto bene
Ci siamo fatti tutto
Dicendoci ‘succede’
E ora io voglio un cuore di legno
Col cristallo se cade poi non ci fai molto
Allora io cerco un cuore di legno
Sì però
Con te
Tutto attorno”.

Solo voce e chitarra, alla fine e per l’unica volta, riprendendo il giro del primo brano, Stanza. Quello che rimane di “Arto” è la sensazione un disco importante, necessario. Una rielaborazione personale dell’autore e dell’ascoltare, di ciò che ci rende unici ma anche uguali. Un disco postmoderno all’interno del panorama cantautoriale italiano, fermo al moderno.
Giovanni Papalato

 

Altre notizie

Carne prodotta in laboratorio e gas serra

L’agricoltura costituisce circa un quarto di tutte le emissioni di gas serra che determinano l’innalzamento delle temperature globali. I bovini, che producono significative quantità di metano e di protossido di azoto, sono tra i maggiori contributori. Inoltre, la domanda di manzo ha visto vasti tratti di terra trasformati in pascoli, molti dei quali devono essere trattati con fertilizzanti a base di azoto, che sono un’altra grande fonte di gas serra. Una delle soluzioni che vengono promosse per ridurre gli impatti alla produzione di manzo è la produzione di carne sintetica. Diverse aziende stanno sviluppando manzo, maiale, pollame e pesce prodotti in laboratorio. Ma anche se il passaggio a questi mezzi di produzione potrebbe determinare una rapida riduzione dei livelli di metano prodotti dalle mandrie di bovini, una ricerca, pubblicata sul giornale Frontiers in Sustainable Food Systems, mette in evidenza che, la produzione di carne sintetica potrebbe generare maggiori concentrazioni di anidride carbonica. Secondo lo studio, i benefici ambientali associati alla produzione su larga scala di carne artificiale dipendono dai mezzi di produzione dell’energia utilizzata per realizzare il prodotto artificiale negli stabilimenti. Gli scienziati dell’Oxford Martin School sostengono di aver scoperto che la carne coltivata può non essere migliore di quella del bestiame, dal punto di vista climatico, e aggiungono che il suo impatto relativo dipende, invece, dalla possibilità di generare energia decarbonizzata e dagli specifici sistemi di produzione che vengono utilizzati. I ricercatori hanno, inoltre, utilizzato tre possibili “percorsi di consumo” di carne per prevedere in che modo la domanda di manzo potrà oscillare, utilizzando modelli climatici per valutare come la diversa produzione di ciascuno dei tre gas serra (anidride carbonica, metano e protossido di azoto) possa incidere, anno dopo anno, sulle temperature globali, se aumentano o diminuiscono, in base al consumo di carne e ai metodi di produzione. La domanda di manzo cresce in tutto il mondo, in particolare in Asia, dove le sempre più numerose economie emergenti e l’aumento dei redditi delle famiglie ha portato la domanda a rappresentare quasi il 50% di tutte le importazioni globali di carni bovine (fonti: “Independent” UK in Agrapress; Accademia dei Georgofili).

 

Didascalia: Giovanni Papalato, photo © Alessia Morabito.

Photogallery

Eurocarni
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Eurocarni:
Euro Annuario Carne
La banca dati Europea del mercato delle carni sempre aggiornata, utile strumento di lavoro per gli operatori del settore lavorazione, commercio e distribuzione carni.