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Eurocarni nr. 3, 2019

Rubrica: La pagina scientifica
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 108)

Peste suina africana: il ruolo del cinghiale

Col nemico alle porte, oltre all’elevata sorveglianza di uomini e merci, bisogna tenere conto della presenza dei cinghiali e della loro condizione sanitaria

Al corso “Peste suina africana: aggiornamenti sulla malattia, misure di prevenzione e possibili conseguenze sulla filiera del comparto suinicolo” (Fico, Bologna 10 gennaio) si è dibattuto a lungo sul ruolo dei cinghiali nella diffusione della malattia in Europa. Spiegando la patologia, Gian Mario De Mia dell’IZS-UM ha ricordato come negli anni ‘50-‘60 del secolo scorso la malattia fosse già uscita dall’Africa per raggiungere la penisola iberica — e i Paesi che con essa avevano maggiori scambi commerciali — e, successivamente, la Sardegna. Nella nostra isola è in parte ancora presente, date anche le difficoltà sociali e politiche nell’accettare le necessarie misure di lotta e di eradicazione. In altri contesti però, quando la malattia ha colpito solo i suini domestici, l’eradicazione è avvenuta con un certo successo.

Le possibili vie di diffusione
In Africa la presenza di zecche molli che ospitano l’infezione è il principale problema. Invece in Europa la diffusione e la permanenza dell’infezione sono da legare strettamente alla presenza di cinghiali selvatici. Sono tre i fattori di grande rischio individuati per la diffusione nei territori al di fuori dell’Africa:

  • i cosiddetti backyard, cioè gli allevamenti famigliari completamente privi o quasi di misure di biosicurezza;
  • gli episodi di contatto con suini o cinghiali infetti, possibili soprattutto negli allevamenti rurali e bradi;
  • la movimentazione ad opera dell’uomo di animali, prodotti o vettori infetti, che permette al virus di compiere salti geografici molto veloci, su piccole o lunghe distanze.

Francesco Feliziani dell’IZS-UM ha presentato i differenti scenari epidemiologici che abbiamo riscontrato dal 2007 (anno di introduzione della peste suina africana o PSA nel Caucaso) ad oggi. Nei Paesi dell’ex blocco sovietico il contesto è quello della bassa biosicurezza, in cui gli allevamenti hanno molti contatti fra loro e si pratica il backyard, ovvero almeno una parte del ciclo produttivo è condotta all’aperto in contesti non urbanizzati. In questo contesto le infezioni dei cinghiali riconosciute erano la metà di quelle individuate nei suini. Ai confini orientali della UE e nei Paesi Baltici invece l’infezione ha interessato al 95% i cinghiali, mentre in Romania il 75% dei casi individuati erano suini di backyard. Nel caso del Belgio è difficile dare un’indicazione numerica perché tutti i 5.000 suini presenti nel territorio interessato sono stati prontamente abbattuti. C’è però un’informazione che fa riflettere: in appena quattro mesi, nell’area interessata sono state individuate le carcasse di ben 500 cinghiali. E proprio le carcasse svolgono un ruolo fondamentale nella persistenza dell’infezione sul territorio. Dagli studi più recenti è emerso che, quando l’infezione di peste suina africana coinvolge i suidi selvatici (nel caso europeo, i cinghiali) la tendenza è quella dell’endemia, ovvero della persistenza della malattia sul territorio con casi conclamati più o meno sporadici.
Proprio ciò che dobbiamo contrastare con tutte le nostre forze, giacché le norme di sanità animale non paiono essere efficaci quanto nei casi delle epidemie e giacché le conseguenze a livello economico, commerciale e sociale di un’endemizzazione sarebbero davvero devastanti e di lunghissima durata, come ha spiegato nel suo intervento Davide Calderone di ASS.I.CA. La peste suina africana non ha una morbilità esageratamente elevata, come ad esempio la peste europea o l’afta, tuttavia ha una grande mortalità e un’elevatissima persistenza nell’ambiente. E una volta che l’ambiente è contaminato, eradicarla è certamente difficile. In Italia il rischio di introduzione è dato dall’elevato scambio di merci e persone dall’Est Europa e dalla presenza di cinghiali che — come nel resto d’Europa, d’altra parte — è quantitativamente molto incerta e non governata. «Per ridurre il rischio di introduzione del virus nel nostro territorio dobbiamo innanzitutto essere preparati a questa evenienza, tutt’altro che remota purtroppo. Dobbiamo gestire meglio la fauna selvatica e aumentare la sorveglianza passiva: queste sono le misure che le istituzioni pubbliche devono intraprendere», hanno spiegato i relatori. I compiti degli allevatori e dei trasportatori, invece, sono stati elencati nel precedente articolo (Peste suina africana: giocare d’anticipo è l’unica chance, in Eurocarni n. 2/2019, pag. 34) e comportano un incremento della biosicurezza. Infine, tutte le figure coinvolte devono partecipare attivamente alla sorveglianza passiva. Questa consiste principalmente nell’individuazione di animali morti (suini o cinghiali), nella loro tempestiva segnalazione all’Asl competente e nell’esecuzione di test di laboratorio per individuare l’eventuale presenza del virus. Più rapida ed efficace è la sorveglianza passiva, maggiore è la probabilità di circoscrivere eventuali focolai. Più i focolai sono circoscritti e di ridotte dimensioni, più è facile controllare l’infezione ed eradicarne la presenza.

Le fasi della diffusione nei selvatici
A Vittorio Guberti dell’ISPRA di Ozzano Emilia è andato il compito di spiegare come intervenire sui cinghiali per mitigare la probabilità di introduzione della malattia. «Stimare il numero di cinghiali in Italia è davvero difficile. Forse sono un milione, forse uno e mezzo: i dati vengono raccolti dalle province e riportati nei Piani faunistici — quando presenti — ma non sono gestibili in maniera omogenea perché presi con metodi differenti». Il ciclo nei selvatici si svolge in due fasi: quella primaverile-estiva, in cui lo stretto contatto fra animali comporta una trasmissione del virus per via diretta: in questa fase iniziale la densità dei cinghiali è un fattore rilevante per la diffusione del virus. Segue la fase invernale, in cui le carcasse degli animali morti nel corso dell’anno permettono il permanere del virus sul territorio e favoriscono l’infezione sia degli animali che non si erano infettati precedentemente, sia, successivamente, dei nuovi nati. Quando giunge in un territorio fino a quel momento esente dalla malattia il virus riesce a uccidere anche il 95% dei cinghiali. Ma, superato il picco epidemico, la diffusione della malattia e la sua persistenza nel territorio sono legate alla presenza di carcasse sul terreno. Ecco perché, in questa fase successiva, la persistenza del virus non è legata alla densità dei cinghiali, bensì a quella delle carcasse abbandonate. Questa resistenza nell’ambiente può durare per anni e vanifica l’efficacia della caccia come misura di contenimento dell’endemia. Per ridurre la probabilità di introduzione della malattia per ciclo silvestre, bisognerebbe precedere con il cosiddetto WAMTA, cioè la forte riduzione del numero di cinghiali presenti sul territorio, in modo da ridurre la possibilità di propagazione ed evitare il picco epidemico. Tuttavia, bisognerebbe conoscere la presenza numerica dei cinghiali su quel territorio per poter intervenire riducendone sufficientemente la popolazione. Inoltre, la WAMTA è efficace se messa in atto prima dell’ingresso del virus nel territorio. Successivamente all’arrivo della malattia, invece, è indispensabile raccogliere ed eliminare tutte le carcasse di animali. Spieghiamo meglio. Nel ciclo selvatico la malattia segue fasi successive:

  • introduzione: avviene per contatto dei cinghiali del posto con animali malati, o con carcasse infette, o prodotti altrettanto infetti introdotti dall’uomo;
  • invasione: il numero di animali selvatici sensibili all’infezione (cinghiali) è sufficiente per far partire l’epidemia. Fin qui è possibile utilizzare la strategia della riduzione della densità animale (WAMTA);
  • epidemia: si ha il massimo numero di cinghiali infetti sul territorio. Cacciare in questa fare è assolutamente controproducente: gli animali si disperdono ampliando l’area infetta. Le probabilità di buona riuscita dell’eradicazione sono date dallo sforzo messo in atto dalle Autorità, dalla capacità di trasmissione del virus e dal numero di capi infetti. Molto più efficace è il blocco dell’accesso alla zona interessata e la ricerca attiva, raccolta ed eliminazione di tutte le carcasse;
  • endemia o sparizione dell’infezione: nel caso della peste suina africana, l’infezione non scompare dal territorio perché il virus ha alta capacità di resistenza nell’ambiente. Se non gestita, la peste diviene endemica. In questa fase ritorna efficace la riduzione numerica dei cinghiali con lo scopo di eradicare la malattia. Cacciando ed eliminando i soggetti che possono infettarsi, si riducono le probabilità di persistenza del virus nel territorio. Alla caccia però va sempre affiancata l’eliminazione delle carcasse rinvenute.

Dunque la caccia deve essere effettuata nel momento epidemiologico adatto, deve essere condotta in maniera efficace, deve colpire un numero definito di animali in base alla loro presenza sul territorio (che deve perciò essere nota) e deve coinvolgere un adeguato numero di cacciatori per poter dare dei risultati. Sono tutti grandi limiti, visto che l’attività venatoria è in calo, i cacciatori sono sempre più anziani e il coordinamento fra i vari enti gestori non è ancora ottimale. «Servirebbero nuovi approcci e nuove idee per il contenimento della popolazione di cinghiali, ma capiamo tutti quanto sia un tema molto delicato da un punto di vista politico». Secondo Guberti è importante analizzare il rischio che l’Italia corre e individuare le zone in cui la presenza della malattia avrebbe maggiori conseguenze economiche; quindi le regioni a maggior vocazione suinicola intensiva, perché la peste suina africana comporta fra l’altro il blocco dell’esportazione dei prodotti. Se l’infezione dovesse penetrare nel nostro Paese tramite persone-vettori (e questo è il rischio principale) non potremmo antici­pare il punto di manifestazione della malattia perché, per esempio, tutta l’Italia è attraversata da automezzi e persone che provengono dall’Est Europa; si manifesterà laddove abbiamo un elevato numero di cinghiali, infettatisi secondariamente a questa introduzione per inconsapevole mano umana. Se invece la via di introduzione dovesse essere quella del cinghiale e del ciclo silvestre della malattia, allora dobbiamo mantenere alta la vigilanza nelle zone di confine con la Francia e con Croazia e Slovenia soprattutto. La Francia, infatti, è esposta all’espansione del focolaio belga, che si sta cercando di gestire in questi mesi, con decine e decine di chilometri di recinzioni, caccia intensiva nelle aree esterne alla zona infetta e raccolta e smaltimento mirati delle carcasse.

Potenziare la sorveglianza passiva
La sorveglianza passiva è lo strumento più efficace per monitorare il territorio. Purtroppo non è facile in quanto i cinghiali vivono spesso in zone impervie: in Italia abbiamo 10.000 km2 di foreste e «la peste suina africana corre nelle foreste», come ha detto Guberti. Inoltre, il numero di campioni statisticamente significativo, necessario per individuare precocemente la malattia effettuando controlli sulle carcasse, è davvero molto alto, soprattutto a fronte delle segnalazioni finora giunte al Centro di Referenza Nazionale per le pesti suine. Tutti i cinghiali morti, invece, vanno analizzati e sarebbe auspicabile mettere in atto piani di ricerca mirata di carcasse di cinghiale per ampliare i campioni su cui ricercare il virus. In questa situazione, invece, con un numero di carcasse segnalate bassissimo, rischiamo di individuare la malattia quando è già esplosa nei selvatici. In conclusione, la diffusione della peste suina africana nel cinghiale può non essere la causa iniziale di contaminazione di un territorio, ma in un successivo momento può rivestire un ruolo fondamentale nella persistenza dell’infezione. Solo mantenendo alta l’attenzione sui cinghiali morti si potrà individuare con prontezza un focolaio e solo lavorando molto sul territorio e sulla fauna selvatica si potranno ottenere buoni risultati di eradicazione. Una sfida a cui ci dobbiamo inesorabilmente preparare e che non possiamo perdere.
Giulia Mauri

 

Didascalia:  in Europa la diffusione e la permanenza dell’infezione sono da legare strettamente alla presenza di cinghiali selvatici (photo © Tamas Zsebok).

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