Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 3, 2019

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 96)

Un agnello e un macellaio, tra sacro e profano

Songs From a Room, Leonard Cohen

È un aneddoto personale quello con cui mi permetto di iniziare questo articolo, ma non farò nomi, quindi mi auguro di essere discreto quanto basta. Lo faccio un po’ perché parlare di un disco di Leonard Cohen mi mette un discreto timore, un po’ perché, effettivamente, da quando ho memoria, la carne d’agnello è qualcosa che divide molto tra chi la ama e chi, invece, non vuole sentirne nemmeno l’odore. Ecco, appunto, il personale… La mia compagna la adora, credo anche di poter stilare un discreto elenco di pietanze a base di agnello (scottadito, cacio e ova, brasato, al forno, solo per dirne alcune) con cui l’ho vista entusiasta al solo averle trovate in menu. Da parte mia, prima di lei, avevo eletto gli arrosticini come qualcosa di imprescindibile, ma non ero andato oltre. Dicevo che sono tante, tra le persone che conosco, quelle che, pur amando mangiare carne, sono restie a consumare quella di agnello. L’unica altra vera discriminante, al di là dell’animale in questione, sono le interiora, ma questa è un’altra faccenda. Quindi? Il motivo di tanto scrivere è perché un brano, tra i più belli di Songs From A Room, secondo album di Cohen, inizia così:
“I came upon a butcher,
He was slaughtering a lamb,
I accused him there
With his tortured lamb.
He said, Listen to me, child,
I am what I am and you,
You are my only son.
Well, I found a silver needle,
I put it into my arm”

(“Mi sono imbattuto in un macellaio, stava macellando un agnello. L’ho accusato proprio lì, col suo agnello torturato. Mi ha detto, ‘Ascoltami, figliolo, io sono quello che sono e tu, tu sei il mio unico figlio’. Beh, ho trovato un ago argentato, e l’ho infilato nel mio braccio”).
È il 1969 e Cohen, nato in Canada in una famiglia ebraica, vissuto per qualche tempo in Grecia, ha all’attivo un album dal didascalico nome The Songs Of Leonard Cohen e diverse raccolte di poesie. Definito “probabilmente il migliore giovane poeta contemporaneo del Canada anglofono” dal critico Robert Weaver, si approccia alla musica quando ha già 33 anni, grazie alla cantante e amica Judy Collins che per prima ne interpreta alcune canzoni e lo esorta a suonare e cantare in pubblico. La parola nella canzone può essere in tanti modi: funzionale alla musica o accompagnarla soltanto, importante o inutile, subordinata, essenziale. Qui siamo in un ambito completamente diverso da certe convenzioni strutturali perché Cohen, con pochissimi altri come Dylan e Cave, supera i confini tra musica, letteratura e poesia e i suoi album lo pongono in una condizione non classificabile semplicemente come “cantautore” ma nemmeno come “poeta” o“scrittore”. I temi e la forma con cui vengono affrontati, la voce come di rasoio, la scansione delle parole sono qualcosa di unico e riconoscibile come tale, senza riserva alcuna. Ebreo, sarà ordinato monaco buddista e tratterà temi giudaico-cristiani: il rapporto dell’uomo e dell’individuo con la religione, l’assoluto e il nulla, l’illogico e l’assurdo saranno temi centrali in tutta la sua opera. Esordisce nel 1967 con un disco che riceve recensioni non particolarmente negative, ma nemmeno entusiaste, che gli consente comunque di firmare per la CBS. Dopo qualche sessione in cui il produttore è David Crosby, decide di affidarsi a Bob Johnston, che all’interno della casa discografica ha già lavorato per Bob Dylan, Johnny Cash e Simon & Garfunkel. La scelta è dettata dal desiderio di avere un suono più spartano, minimale e concreto rispetto alle canzoni dell’esordio. La voce è centrale, guida tutto.
Bird on a wire è un manifesto. L’incipit è, per chi scrive, uno dei migliori in assoluto. La voce di Cohen, con la grazia di chi consapevolmente sa di non essere un cantante, emerge dal niente e, sola, per qualche secondo canta:
Like a bird on the wire
Like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free”.

Banjo, archi e chitarra acustica seguono l’incidere di questa canzone folk portandola in una dimensione che è altro da sé. Iniziata in Grecia, terminata in un motel di Hollywood, sembrava non trovasse mai la chiusura del cerchio. La ragazza al pianoforte sul retro copertina, protagonista in alcune canzoni su diversi dischi, è la svedese Marianne, compagna di Cohen all’epoca. Si racconta che fu lei a spingerlo alla composizione di questo brano, esortandolo a scrivere per uscire da una fase depressiva. Erano assieme sull’isola di Hydra e, da una finestra della loro abitazione, vide un uccellino appoggiato ad un cavo della linea telefonica appena installata. Gli suggerì che sembrava una nota su uno spartito e di scrivere una canzone su questa immagine, porgendogli la chitarra. Cohen attraverserà diverse fasi depressive lungo tutto l’arco della sua vita e questo è un particolare che rende il brano ancora più toccante.
The Story Of Isaac si sviluppa da un arpeggio ossessivo che si intreccia con uno strisciante banjo lungo una serie di incontri con figure estremamente simboliche e si inserisce con forza tra le più importanti e belle canzoni contro la guerra. L’episodio biblico è un pretesto per rappresentare l’assurdità di tutti i conflitti, a partire dal quello in Vietnam, che sta vivendo all’epoca uno dei momenti più tragici. Proprio a quest’ultimo si riferisce A Bunch Of Lonesome Heroes, con un giro armonico caratteristico di Cohen con un synth che rafforza e libera la melodia. Una storia di soldati, idoli, effimero, memoria e caducità.
The Partisan rientra in questo ideale trittico contro la guerra e si concede una approccio meno duro a livello di arrangiamento e melodia. È un adattamento del brano della resistenza francese La complainte du partisan, composto a Londra nel 1943 da Anna Marly e Emmanuel d’Astier de la Vigerie. Il testo è stato tradotto in inglese da Hy Zaret. L’inserimento di una voce femminile che in lingua francese si aggiunge a quella calda e ruvida di Cohen sa di confidenza ed emoziona.
Seems so long ago, Nancy è la storia, reale, di una giovane di 21 anni. Una solitudine assoluta e senza speranza, mascherata da libertà il cui epilogo è il suicidio con un colpo di pistola alla testa; un brano denso di compassione. Esiste una versione meravigliosa di Fabrizio De André più arrangiata rispetto all’originale. Qui infatti la voce e la chitarra acustica sono solo accompagnate da un organo che sommessamente sottolinea la pietà delle parole.
Il secondo lato di Songs From A Room si apre con The Old Revolution, che musicalmente non si discosta dal minimalismo fatto di strutture melodiche espresse fino ad ora. Il testo è particolarmente ermetico e dalle molteplici interpretazioni. Sembra che l’autore ci voglia ancora chiedere di addentrarci, di toccare con mano e vedere coi nostri occhi le atrocità che la vita e la storia ci sottopongono, per capire davvero e non ripeterle. Che nei gesti di umanità che ognuno di noi può compiere si trova la salvezza.
E così arriviamo a The Butcher, la canzone più potente e rigidamente strutturata del disco. Un blues minimale, scarno, in cui lo scambio dialettico tra il protagonista e il macellaio è inserito in un contesto concentrico, nel quale si ripetono analogie e simbolismi. Il narratore che contesta il mondo di cui fa parte il macellaio apprende da quest’ultimo che appartiene anche a lui. La narrazione e la scansione ritmica si concludono, creano una circolarità, che esaurisce con la liberazione da uno dell’altro.
L’ambigua dichiarazione di You know who I am tocca temi fondanti come Perdita, Amore, Religione raccontati con una frase chitarristica estremamente semplice ed efficace ma con interessanti giri armonici.
Non ha un vero e proprio ritornello Lady Midnight ma tre sezioni che insieme costituiscono un racconto, in cui tastiere e basso sostengono e danno respiro.
Il brano che chiude il disco ha un attitudine completamente differente rispetto a tutto ciò che abbiamo ascoltato fino ad ora. Tonight we’ll be fine è infatti serena, la melodia viene addirittura fischiata da Cohen che ci gioca, leggero e consapevole, sopra il ritmo di una chitarra fingerpicking. La stanza piena di mozziconi, fumosa e scura, in cui entrava poca luce c’è ancora e sottolinea che sia stata scelta con cura. Ma la consapevolezza dell’ineluttabilità del passato e dell’indeterminato insito nel futuro possono essere liberatori. “But I know from your eyes and I know from smile that tonight we’ll be fine, for a while”. Così, anche se solo nel immediato, nel presente, in ciò che sta per accadere, si può vivere con un’attitudine positiva. Una riflessione che sfiora il fatalismo ma che non si esaurisce con esso. Sarebbe riduttivo e fuorviante, perché questo album ha con sé un carico di riflessioni e storie che sono lungi da esaurirsi.
Songs From A Room ha acquisito col tempo i riconoscimenti di critica e pubblico che merita. È un disco essenziale, in tutte le sue accezioni. Da una stanza, osservare il mondo e la vita, per poi immergersi con consapevolezza.
Giovanni Papalato

Didascalia: omaggio a Leonard Cohen realizzato da Miles Mac e Gene Pendon a Montréal, città natale dell’artista, nel 2017, ad un anno dalla sua scomparsa (photo © Ryan Remiorz, The Canadian Press).

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