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Eurocarni nr. 2, 2019

Rubrica: Attualità
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 34)

Peste suina africana: giocare d’anticipo è l’unica chances

Il punto sull’avanzamento geografico della malattia e sulle strategie di riduzione del rischio per il nostro Paese

Il Servizio Sanitario Regionale dell’Emilia-Romagna ha organizzato un’intera giornata di corso sulla peste suina africana (PSA o, in inglese, ASF-African Swine Fever). L’incontro dal titolo “Peste suina africana: aggiornamenti sulla malattia, misure di prevenzione e possibili conseguenze sulla filiera del comparto suinicolo” si è tenuto nella prestigiosa sede bolognese di Fico Eataly World e aveva appunto lo scopo di formare veterinari, allevatori e tecnici faunistici su questa malattia, che da alcuni anni presenta un crescendo di pericolosità per i territori europei e italiani: «è un problema incombente sull’Europa continentale» ha commentato il sempre misurato Giuseppe Diegoli.

La malattia
La malattia è stata presentata da Gian Mario De Mia dell’IZS-UM di Perugia, presso il quale ha sede il Centro di Referenza Nazionale per le pesti suine. Responsabile dell’infezione è un virus molto resistente, che sopravvive in un range di pH compreso fra 4 e 10, contesto efficace per eliminare molti altri virus. Nelle carni non cotte sopravvive per mesi, in quanto l’acidificazione di queste non è efficace ad inattivarlo. Anche l’affumicatura e la stagionatura delle carni non sono sempre risolutive, proprio come molti altri processi di lavorazione alimentare, soprattutto quelli eseguiti a livello casalingo. Nei prosciutti sopravvive 3-6 mesi, 15 settimane nelle carni refrigerate e per anni in quelle congelate. Nell’ambiente esterno, il virus resiste per mesi e mesi, tanto più a basse temperature e in particolar modo nelle carcasse di animali morti per la malattia. Questa colpisce sia i suini domestici sia i selvatici, provocando tassi di mortalità elevatissimi, anche del 90-100%. I pochi capi che sopravvivono all’infezione non producono una difesa immunitaria efficace e possono riacutizzare in un secondo momento, oltre a costituire un potenziale rischio di infezione per i conspecifici indenni. L’incubazione — secondo stime dell’OIE — è di 4-19 giorni; la via di infezione è quella oro-nasale e i sintomi delle infezioni acute sono legati a febbre molto alta, macchie rosse e bluastre di varie dimensioni e conformazioni del grugno, delle orecchie e di altre parti del corpo, debolezza estrema, diarrea anche emorragica, sintomi respiratori, aborti spontanei e prole nata morta e debole. La morte sopraggiunge in circa 10 giorni dal contagio. Non esiste alcun vaccino.

La diffusione
Francesco Feliziani, sempre in forze all’IZS-UM ha presentato la situazione epidemiologica attuale della malattia. La PSA che ci preoccupa oggi (in Sardegna è presente da circa 40 anni, ma con un genotipo differente) ha abbandonato l’Est Africa nel 2007 ed è approdata nel Caucaso. Da qui — anche grazie all’instabilità politica della regione e agli scontri bellici presenti — si è diffusa nella Russia occidentale e Nord occidentale e pian piano — ad una velocità anche di 70 km all’anno — si è spostata verso Ovest e Est. Ha raggiunto l’Ucraina, i Paesi baltici, le frontiere della Polonia e della Repubblica Ceca, l’intera Romania e, nell’autunno del 2018, ha fatto una comparsa a sorpresa in Belgio, in una zona di confine fra Lussemburgo e Francia. Verso Est si è diffusa tanto da penetrare in Cina, dove in appena 3 mesi ha raggiunto una copertura quasi totale della nazione e ora preme al confine con Vietnam, Laos e Myanmar. «Gli scenari che possiamo studiare sono molto diversi, ciascuno di questi Paesi ha realtà differenti, con infezioni in percentuali molto variabili fra suini e cinghiali», ma in tutti i casi la malattia è riuscita a diffondersi con efficacia. Nella zona dell’ex blocco sovietico siamo forse di fronte ad una sottostima delle segnalazioni (l’OIE, la UE e l’Italia prevedono l’obbligo di notifica per questa malattia), ma i suini malati sono risultati circa il doppio dei cinghiali colpiti. Nei confini a Est dell’Europa appena il 5% dei casi interessano i suini. Nel Delta del Danubio si è registrata un’esplosione di focolai domestici, i colpiti sono quasi tutti suini. In Belgio, una volta individuati cinghiali morti, i suini della zona sono stati abbattuti e ora si combatte per cercare di arginare l’area interessata dall’infezione fra i cinghiali. «La conclusione che possiamo trarre è che la PSA è una malattia complessa e poco conosciuta, si diffonde in contesti differenti per cui è difficile standardizzare e concordare misure efficaci. Porta ad una situazione epidemiologica articolata e le norme UE ora in vigore in generale sono più efficaci per fronteggiare nuove epidemie, meno per contrastare le endemie, in cui una malattia è presente e emerge sporadicamente. E la PSA ha la tendenza a divenire una malattia endemica su un territorio». Il ciclo della peste suina africana in contesti domestici e di allevamento è complesso perché — data l’alta resistenza del virus — questo può essere trasportato con vettori inanimati di vario tipo. Carni refrigerate o lavorate trasportate lontano dal luogo di lavorazione costituiscono un vettore molto efficace se non vengono smaltite in modo adeguato. Sicuramente infatti un elemento fondamentale alla sua capacità di diffusione è dato dal fattore umano: data la grande connessione dell’Italia verso i Paesi dell’Est Europa — scambio di merci anche a livello informale di ridotte quantità, movimento di veicoli e, soprattutto, movimento di persone — il rischio di un contagio dei nostri territori è piuttosto elevato. Per questo al Ministero della Salute stanno preparando volantini informativi che riportano indicazioni di comportamento per i viaggiatori. Un altro fattore del ciclo domestico della PSA è costituito dall’alimentazione degli animali con scarti di cucina: questo significa esporli ad un rischio elevatissimo. Eppure è una prassi molto consolidata negli ambienti rurali e negli allevamenti famigliari, soprattutto in quei Paesi in cui si è avuta e si ha la circolazione della malattia. Come dimostrato nella diffusione galoppante registrata nell’Est, nel Caucaso e in Cina. Infine, il contatto anche sporadico con cinghiali — tipico degli allevamenti bradi, semibradi o con aree all’aperto definiti backyard — è un altro elevato fattore di rischio: anche questo è un fenomeno tipico dei Paesi dell’ex blocco sovietico. Della questione dei cinghiali, però, ci occuperemo in un successivo articolo.

La prevenzione in allevamento
Le misure di prevenzione e controllo per minimizzare il rischio di diffusione dell’infezione negli allevamenti di suini sono state illustrate da Silvia Bellini dell’IZS-LER: «dobbiamo muoverci sul fronte della prevenzione» ha esordito. Questo significa che, a livello di Ministero della Salute, si procede redigendo Piani di Emergenza, svolgendo simulazioni e rinverdendo la formazione degli addetti. Tutte le figure del settore (servizi veterinari, allevatori, cacciatori, ecc…) devono essere coinvolte nel riconoscimento tempestivo di eventuali focolai. E, a livello di allevamenti, bisogna implementare fortemente la biosicurezza: evitare che la malattia entri nel capannone, perché, se accade, tutti i suini muoiono o vengono abbattuti ed eliminati. Ad esempio, il documento pubblicato dall’OIE nel 2010 Good Practices for Biosecurity in Pig Sector può essere di aiuto. Innanzitutto gli imprenditori devono puntare sulla biosicurezza esterna: bisogna separare efficacemente gli animali dell’allevamento dal territorio circostante con recinzioni e controlli degli accessi. La pulizia e disinfezione degli edifici, delle persone, di abiti e calzature di lavoro, dei veicoli deve essere svolta. In allevamento devono essere disponibili i disinfettanti adatti, nelle quantità necessarie e vanno usati in modo corretto. L’acquisto di prodotti (mangimi, ecc…) e animali dall’esterno deve essere vagliato: i fornitori vanno selezionati per le garanzie di biosicurezza e sanità del loro prodotto e delle loro pratiche. Ed è opportuno ridurre il numero di fornitori. I trasporti per e dall’allevamento devono essere compiuti con camion preferibilmente di proprietà e comunque lavati e disinfettati in maniera adeguata. Inoltre, devono essere eseguiti monocarichi ovvero per ogni trasporto il camion deve caricare solo gli animali di un unico allevamento. L’area di carico e scarico all’interno della struttura deve essere pulita e disinfettata. Gli animali introdotti devono essere sottoposti a quarantena di 30 giorni e mantenuti in isolamento fisico dal resto dell’allevamento. La zona di quarantena deve essere gestita con il sistema tutto pieno / tutto vuoto oppure, ad ogni introduzione di nuovi capi, l’intero gruppo deve ricominciare il periodo di quarantena di 30 giorni. Il personale che li segue dovrebbe essere diverso da quello del resto della struttura oppure dovrebbe gestire i capi neointrodotti dopo quelli presenti nell’azienda da più tempo. Gli animali vanno controllati frequentemente e, sui capi morti, è necessario svolgere la sorveglianza passiva eseguendo esami di laboratorio per ricercare il virus.

In caso di focolaio
Gli eventuali focolai vanno segnalati immediatamente perché più è ridotta l’area interessata e più efficace è l’eradicazione della malattia. Tanto tempestivo deve essere il riconoscimento, tanto rapida l’azione di eradicazione. I capi malati e potenzialmente infetti vanno abbattuti e smaltiti in sicurezza, le procedure di pulizia e disinfezione vanno portate avanti con estrema cura. La movimentazione all’interno e verso l’esterno dell’area del focolaio va ristretta, vengono istituite le zone di protezione e di sorveglianza — rispettivamente di 3 km e 10 km di raggio dal focolaio — e la regionalizzazione di tutti i prodotti a rischio: animali, embrioni, seme, prodotti e sottoprodotti oltre che scarti di produzione. Lo sforzo è notevole, ma è l’unico sistema per evitare che la malattia si diffonda nel territorio divenendo endemica, cosa che avrebbe conseguenze catastrofiche e di lungo periodo a livello economico, commerciale, produttivo e sociale, come ha illustrato Davide Calderone, presidente di Ass.i.ca.
Giulia Mauri

 

Didascalia: in allevamento gli animali vanno controllati frequentemente e sui capi morti è necessario svolgere la sorveglianza passiva eseguendo esami di laboratorio per ricercare il virus.

 

 

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