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Eurocarni nr. 2, 2019

Rubrica: Interviste
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 54)

CRAI, la parola a Giangiacomo Ibba

Presenza in 19 regioni e 1.000 comuni, 17 poli, 3.600 punti vendita: si tratta di una vera catena nazionale, diffusa capillarmente in tutto il Paese. Nata a Desenzano del Garda nel 1973, oggi Crai è un marchio affermato, sinonimo di negozio di prossimità basato su un rapporto di conoscenza e di fiducia tra il dettagliante e la clientela

«Prima di ogni altra cosa io sono presidente della Fratelli Ibba Srl». Ci tiene a precisarlo Giangiacomo Ibba mentre ci accoglie nel suo quartier generale, nella zona industriale di Oristano, cittadina sarda che non ha mai voluto abbandonare nonostante la vita professionale oltre il Tirreno. I suoi incarichi sono infatti diversi e prestigiosi a dispetto della giovane età. Classe 1976, una laurea a Parma in Economia aziendale, Ibba non è attualmente solo alla guida dello storico gruppo di famiglia fondato nel 1940, ma è anche presidente della Cooperativa Crai e di Leader Price Discount e, tra gli ulteriori e impegnativi incarichi, annovera altresì quello di componente del direttivo Adm, un organismo che racchiude il 99% dei nomi della Grande Distribuzione Organizzata nazionale, e di Aci, che raggruppa 4 insegne del mondo della cooperazione. A Ibba chiediamo dunque quale sia lo stato di salute della distribuzione in Italia, quali le tendenze e come si stiano evolvendo i rapporti con i fornitori, anche alla luce degli orientamenti dell’Unione Europea sul tema.

Nel nostro Paese sono presenti diverse insegne straniere. Negli ultimi decenni l’Italia è stata terra di conquista, da questo punto di vista. Continuiamo a subire una presenza ingombrante dei cugini d’Oltralpe o non è più così?
«Come prima cosa tenderei a non demonizzare la presenza della concorrenza straniera nel nostro Paese, soprattutto ora che i mercati sono così aperti, con soddisfazione di tutti coloro che operano in quest’ambito. In seconda battuta posso dire che negli ultimi anni non solo è diminuito molto l’interesse della distribuzione internazionale verso i nostri territori, ma c’è stato addirittura un arretramento. Ci sono delle insegne che hanno completamente cancellato la propria presenza in certe zone. Il mercato italiano è infatti molto complesso, soprattutto per quanto riguarda l’alimentare, dove ci sono 20 regioni e altrettante tendenze, forse anche di più, con rispettive preferenze nel mercato. Questo significa che per i grandi gruppi, come lo sono per antonomasia le multinazionali della distribuzione, la nostra diversità implica uno sforzo importante ed ulteriore in termini di offerta. Sforzo che si traduce in costi, risorse, difficoltà a rapportarsi con la clientela e con i fornitori. A questo si aggiunge la burocrazia locale, anch’essa paradossalmente diversa da zona a zona (cosa inconcepibile per gli stranieri!), prassi di lavoro, consumi, cultura e consuetudini differenti. Una tale diversità scoraggia i grandi gruppi, soprattutto esteri, poco avvezzi a situazioni così complesse e si confà maggiormente a piccoli distributori, più vicini per loro natura, al territorio in cui si muovono. I più grandi distributori italiani sono i più piccoli distributori europei, ma paradossalmente nel nostro Paese, è questa la vera forza: la dimensione ridotta che consente un adattamento maggiore al territorio. Lo è certamente ora, più che in passato».

Un tempo la Gdo era molto poco attenta al prodotto locale, che tendeva a veicolare il meno possibile. Solo più di recente si è mostrato un certo interesse per il territorio. Come si è verificata questa metamorfosi e perché?
«È il consumatore che ci ha costretto a cambiare. Nel tempo ha ritenuto infatti il prodotto locale sempre più importante e ha così condizionato il mercato. Maggiore è la proposta regionale, più si è vicini al consumatore. La dimensione delle superfici di vendita non è quindi l’elemento più rilevante. Ora ciò che conta è la capacità dell’insegna o del punto vendita, nello specifico, di adattarsi alle richieste del territorio. Il consumatore è sempre più attento e nella scelta del cibo guarda soprattutto a tre elementi fondamentali. Il primo è la salute. Vengono subito dopo qualità e prezzo. Si può rinunciare alla qualità, forse, ma non alla salute e per farlo si è disposti a valutare un prezzo meno conveniente. Gli scandali alimentari di questi decenni hanno portato gli acquirenti a considerare con maggior attenzione gli effetti del cibo sul benessere della persona. E le maggiori garanzie, agli occhi del consumatore, sono date dalla vicinanza della produzione. Un concetto da molti punti di vista discutibile, ma altrettanto diffuso. Conoscere anche personalmente il produttore, sapere dove opera, dove ha luogo la trasformazione, sono elementi che danno grande sicurezza a chi acquista, anche in assenza di qualunque elemento certo in termini di igiene e genuinità. Il prodotto tipico, più di quello regionale, è per l’acquirente di grande rassicurazione, perché normalmente, oltre ad essere realizzato nella propria zona di riferimento, è per sua natura semplice, poco elaborato, privo di sofisticazioni e difficilmente trattato. In sostanza, il prodotto del vicino è — per noi tutti — sempre meglio di quello che viene da lontano, anche se non ne sono verificate le reali condizioni igieniche e di sicurezza e qualità, nel senso generico del termine. Questo accade nell’immaginario collettivo. Anche se sappiamo che la realtà è spesso diversa. C’è poi la volontà di sostenere il territorio dal punto di vista economico, l’idea che le imprese locali diano lavoro a persone del posto, che generino indotto, che quei soldi contribuiscano direttamente o indirettamente a sostenere l’economia regionale e quindi anche il proprio ménage domestico. Quest’ultimo aspetto è ugualmente importante di fronte allo scaffale, pur restando un fattore secondario».

Molte volte regionale fa rima con piccolo e non sempre piccolo fa rima con bello. Cosa significa per una grande insegna rapportarsi con produttori di modeste dimensioni, spesso privi di una struttura forte alle spalle e non sempre capaci di garantire, oltre ad un prodotto valido, un servizio altrettanto efficiente?
«È senza dubbio una fatica. Fatica che si traduce in costi, energie, tempo, risorse di ogni genere. È forse anche il motivo per cui sino a qualche anno fa le piccole imprese vedevano precluso il loro ingresso nella Gdo. Ma sono cambiate molte cose anche su questo fronte. La visione non può e non deve più essere di antagonismo tra fornitore e Gdo, ma di collaborazione. L’insegna — pur con tutti i problemi del caso — diventa dunque alleata e si sforza non solo di rapportarsi coi piccoli, ma anche di aiutarli a crescere, ad unirsi tra loro e diventare così più forti da ogni punto di vista, negoziazione compresa. Si parte dal prezzo, è vero, ma viene instaurato un rapporto a 360 gradi perché la Gdo non deve firmare un patto solo col mercato, ma anche col fornitore, sempre più partner e sempre meno antagonista. Le strade sono diverse e sono tutte obbligate. Il private label, inizialmente respinto proprio dai fornitori, è oggi una delle voci più importanti dei bilanci di molte aziende, comprese le più piccole. Lì la Gdo “ci mette la faccia” e può farlo solo se crede fermamente nell’operato del produttore. Non può dunque che nascere una collaborazione, la firma di un patto che prevede molti aspetti di cooperazione.
Le altre vie sono quelle di rapportarsi con le Op — nel caso dei prodotti agricoli — ma anche con i consorzi e le cooperative. Il rapporto con la Gdo implica spesso che le imprese fornitrici si strutturino, che si uniscano tra loro e questo che è un fatto importante per l’insegna, in termini di rapporti e di garanzia di fornitura, rafforza la posizione del fornitore riequilibrando le posizioni. Con soddisfazione di ognuno».

Nella Gdo è sempre più presente un’offerta importante e qualificata di carne e pesce. Cosa comporta per voi e cosa chiede il mercato da questo punto di vista?
«Si tratta di due prodotti molto delicati e che hanno delle similitudini, ma anche molte differenze. In entrambi il legame con il territorio assume un’importanza determinante, più che per altri prodotti. Entrambi hanno tempi di vita ridotti e richiedono un’attenzione particolare all’interno delle superfici di vendita.
Per la carne il consumatore chiede una vicinanza fisica più stretta possibile tra punto vendita e territorio di provenienza dell’animale e chiede anche di poter risalire al produttore attraverso una tracciabilità dimostrabile e garantita. Si cercano rassicurazioni in termini di nascita, allevamento e alimentazione del capo, oltre che di lavorazione e porzionamento. Da questo punto di vista c’è molto da fare, soprattutto operando sui progetti di filiera. È su questo che si sta giocando la battaglia tra distributori. Battaglia che può essere vinta solo da chi riduce ai minimi termini le distanze tra allevamento e superficie di vendita appunto. Nel pesce la situazione è diversa. Il banco nei supermercati è sempre più ricco ma sconta le conseguenze di un problema che, in apparenza irrilevante, ne limita fortemente le vendite: molti consumatori ritengono infatti il pesce difficile da preparare e cucinare e, anche se interessati all’acquisto, spesso rinunciano. Da questo punto di vista dobbiamo fare uno sforzo preparando maggiormente il personale a guidare e consigliare il cliente, oltre a garantire un prodotto perfettamente pulito dagli scarti naturali. C’è inoltre un aspetto di so­stenibilità della pesca di cui noi distributori dobbiamo, a mio parere, farci carico nella comunicazione al mercato. I mari stanno subendo un sovrasfruttamento che alla lunga metterà a repentaglio gli ecosistemi. Ci sono già enormi problemi che stiamo in un certo qual modo ignorando. Come venditori abbiamo la grande responsabilità di trasferire il concetto di filiera sostenibile e di consumo consapevole. Un esempio è quello dei ricci di mare che stanno scomparendo, compromettendo in maniera irreversibile i nostri fondali. La distribuzione si vede costretta, per un dovere prima di tutto morale, a rinunciare alla vendita nella speranza di poterne godere in futuro. Facciamo dunque noi una politica di responsabilità e sostenibilità, inducendo il consumatore a fare altrettanto, sposando a pieno la linea del rispetto dell’ambiente, da ogni punto di vista. Anche a costo di rimetterci sul breve periodo. Nel pesce un’alternativa valida è quella dell’allevamento, ma in quest’ambito si scontano ancora — e ingiustamente, a parer mio — le conseguenze di una visione miope e parziale di quel mondo. Purtroppo alcuni scandali alimentari degli ultimi decenni hanno generato irreparabili danni di immagine al comparto, con cui tuttora facciamo i conti. Va fatta un’azione forte che riabiliti il settore agli occhi del consumatore e faccia comprendere che l’allevamento è un’eccellente alternativa, visto anche il depauperamento dei fondali a livello globale e una richiesta di prodotti ittici sempre più pressante che il nostro pianeta non è più in grado di soddisfare. Su questo dobbiamo lavorare noi della distribuzione, oltre che associazioni, istituzioni e il consumatore».
Sebastiano Corona

 

>> Link: www.crai-supermercati.it

 

Didascalia: supermercato Crai di San Piero a Sieve, Firenze.

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