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Eurocarni nr. 2, 2019

Rubrica: Benessere animale
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 80)

Servono più biosicurezza e più benessere

Questi fattori consentono di ridurre l’utilizzo di antibiotici e di gestire l’allevamento in maniera più efficiente

Nella giornata di presentazione delle Linee guida sull’uso prudente dell’antibiotico nell’allevamento del suino e del bovino da latte (organizzata a Bologna, 13 giugno da Regione Emilia-Romagna e Dipartimento di Scienze e Tecnologie agroalimentari), Giuseppe Merialdi, della Sezione di Bologna dell’Izsler, ha spiegato le criticità tipiche dell’Italia suinicola. Si tratta di criticità che incidono negativamente sul ricorso all’antibiotico negli allevamenti. Ricorso che, spesso, non è in realtà giustificato e comunque non è eseguito in modo da garantirne la massima efficacia e funzionalità: aspetti che devono invece essere modificati, sia per questioni etiche nei confronti della salute umana, sia per motivi economici nella gestione dell’allevamento.
Rispetto ad esempio alla Danimarca, in cui gli operatori possono effettuare controlli sulle fasi precedenti — ad esempio sul trasporto — la filiera suina italiana è poco organizzata. Inoltre, l’incertezza dei mercati rende difficile prevedere investimenti a lungo termine e di rilevante entità. Infine, nel nostro Paese sono ancora endemiche diverse infezioni e permangono problemi sanitari non risolti con maggior frequenza rispetto ai Paesi nostri competitori.
Questi sono gli aspetti critici dell’allevamento suino in Italia, che insieme al ciclo di allevamento più lungo e a livelli di biosicurezza aziendale molto variegati contribuiscono ad un utilizzo di antibiotici elevato. Si fa, ad esempio, ancora diffusamente uso degli antimicrobici per via profilattica nella fase sotto scrofa (soprattutto per via iniettoria), nello svezzamento e nel ristallo. Altrettanto diffusa è la prassi di trattare tutti i capi, e non solo quelli malati (metafilassi), spesso grazie a mangimi medicati che hanno di per sé un rischio di sotto dosaggio. Infine, anche l’utilizzo di quegli antibiotici indispensabili e insostituibili per la cura di alcune infezioni umane — i cosiddetti CIA (colistina e macrolidi in primis) — è elevato, per di più spesso erogati per via orale.
Giovanni Pangallo della Sezione di Bologna dell’Izs ha riportato i risultati del monitoraggio delle condizioni di biosicurezza e benessere svolto fino ad oggi dal CReNBA dell’IZS di Brescia. Dai risultati è emerso che gli allevatori italiani pongono più attenzione alla biosicurezza interna piuttosto che a quella esterna. In sostanza, tendono a concentrarsi sull’evitamento della diffusione dei patogeni da una struttura o fase di allevamento all’altra, piuttosto che a contrastare l’ingresso in azienda dei patogeni. Il dato è in controtendenza rispetto a quello rilevato a livello europeo. Eppure bisogna adottare tutte le misure necessarie per prevenire e non solo a limitare la diffusione di patologie in azienda, siano esse di origine parassitaria, batterica, virale o ancora micotossicologica. E per fare biosicurezza serve un approccio per cui «si scruta tutto quel che viene introdotto in azienda come sicuramente contaminato» ha spiegato Pangallo.
I punti critici della biosicurezza sono dati dalla gestione degli alimenti acquistati, dell’acqua e delle strutture (solo il 16% delle aziende soddisfa appieno questi aspetti). La gestione del personale e dei visitatori e il controllo del flusso di personale e attrezzature sono un altro punto dolente: circa il 26% degli allevamenti ha adottato misure soddisfacenti. Complessivamente, il punteggio attribuito in media agli allevamenti italiani valutati con la check list del CReNBA è di 64, a fronte di valori europei oscillanti fra 61 e 68. Dunque l’Italia è nella media continentale. La Danimarca, invece, svetta sulla classifica UE con ben 75 punti di biosicurezza grazie all’adozione di politiche adeguate da lungo tempo.
Per quanto riguarda il benessere, i punti critici rilevati sono legati alla formazione dimostrata degli addetti, alla presenza di procedure scritte di svolgimento delle eutanasie, alla presenza di pavimentazioni fessurati e di materiale manipolabile. Il ruolo del benessere animale è noto da tempo sulla produttività e redditività degli allevamenti, ma non verrà mai ripetuta abbastanza l’importanza della riduzione dello stress in allevamento suino. Dunque riprendiamo le parole di Pangallo, che ha spiegato che stimoli stressanti di natura sociale, ambientale, metabolica, immunologica e da manipolazione da parte degli addetti provocano un innalzamento del cortisolo, un ormone catabolico i cui effetti si associano a quelli avversi provocati da caldo, sporcizia, affollamento e che portano — ad esempio in condizioni di caldo eccessivo — ad una riduzione dell’incremento ponderale giornaliero pari addirittura al 47%.
In conclusione, intervenendo sulla gestione della biosicurezza e del benessere animale, è possibile aspettarsi una riduzione di utilizzo degli antibiotici. Si tratta di fare investimenti che consentono di ridurre i costi sanitari, ridurre l’emorragia continua di animali e soldi provocata da una situazione non ottimale dell’allevamento. Il futuro che già si intravede prevede che ciascun allevamento disponga del proprio modello di analisi aziendale: un documento in cui sono evidenziati i punti deboli, le strategie di contrasto e la popolazione microbica presente e che permette di individuare, quando necessario, l’antibiotico più efficace. «Questa è la suinicoltura che bisogna portare avanti, moderna e al passo con le norme» ha concluso Pangallo.
Giulia Mauri

 

Le criticità dell’allevamento bovino da latte

Anche nella ricerca sui consumi di antibiotico destinata agli allevamenti di bovini da latte (sia a stabulazione libera, sia a stabulazione fissa) si è avuta la preliminare raccolta di dati sul livello di biosicurezza e di benessere degli allevamenti coinvolti nello studio (anche questo sviluppato dai GOI e finanziato dal PSR regionale). Il metodo utilizzato è stato, anche in questo caso, la compilazione e l’elaborazione con algoritmo delle check list pubblicate dal CReNBA dell’IZS di Brescia. Marcello Cannistrà della Sezione di Piacenza dell’IZS ha riportato i risultati relativi al welfare: in tutto il campione solo un allevamento ha conseguito il punteggio ottimale, mentre il 75,6% ha superato il livello della sufficienza e il 25% è risultato insufficiente. Fra le stalle a stabulazione fissa, nessuna ha raggiunto livelli ottimali, ma l’86% è risultata avere un punteggio di sufficienza. Per la biosicurezza: su 76 aziende coinvolte, appena una ha raggiunto i livelli di punteggio delle condizioni ottimali e poco più del 65% degli allevamenti è stato giudicato in condizioni di sufficienza. Il 24% delle stalle a stabulazione libera e il 14% di quelle a posta fissa sono risultate insufficienti. Quindi, con l’ottimismo del ricercatore, Cannistrà ha commentato che «significa che nel bovino da latte c’è un margine di miglioramento delle condizioni sanitarie molto buono. E, senza arrivare a stravolgere gli allevamenti, è possibile migliorarli». Il che è indispensabile per poter ridurre la spesa in antibiotici. Alcune criticità sono state elencate: gli automezzi che entrano in azienda (per la raccolta del latte, la consegna del mangime o l’avvio al macello) tengono una distanza inferiore ai 20 metri dagli animali nel 90% delle aziende. E le precauzioni all’accesso da parte di estranei sono assenti nell’87% dei casi. L’acquisto di nuovi capi non è frequente, ma la necessaria quarantena è una pratica in sostanza sconosciuta. La pulizia rimane un punto critico: le vacche sono eccessivamente sporche nel 20% dei casi, sia nell’asciutta, sia durante la lattazione. Infine, nel 41% delle aziende permane la non conformità legislativa perché i vitelli non hanno alcun contatto visivo tra loro. La formazione degli addetti rimane centrale e deve essere sempre implementata. In allevamento, la patologia in cui si fa maggior ricorso agli antibiotici è la mastite. Statisticamente, ogni anno oltre il 40% dei capi viene trattato per mastite: questo dato mostra come il ricorso ai trattamenti antibiotici sia eccessivo. Per contro, spesso manca l’analisi periodica del latte di massa, che invece è un’informazione molto importante sulle condizioni della mandria e su quali patogeni circolino nell’allevamento. Norma Arrigoni, della Sezione di Piacenza dell’IZS, ha citato dati dell’IZS — in linea con la letteratura di riferimento — che dimostrano che, in realtà, solo nel 20% dei campioni di mastiti cliniche la terapia antibiotica si rivela efficace. Adottando protocolli che indicano quando e se trattare la mastite e con quale molecola, l’utilizzo degli antibiotici si riduce notevolissimamente. Secondo i risultati addirittura si va dal –44% al –71% di consumi annui. Tenendo conto del costo economico delle piastre e dell’intervento mirato, il risparmio per ciascuna vacca in lattazione oscilla — ogni anno — dai 20 ai 109 euro, quindi è consistente.
G.M.

 

Didascalia: intervenendo sulla gestione della biosicurezza e del benessere animale, è possibile ridurre l’utilizzo degli antibiotici. Da questo punto di vista, la Danimarca svetta sulla classifica UE con ben 75 punti di biosicurezza grazie all’adozione di politiche adeguate da lungo tempo.

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